La fondazione del discorso sapienziale in Elémire Zolla (Hervé Cavallera)

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La fondazione del discorso sapienziale in Elémire Zolla (Hervé Cavallera)


 

Non si può intendere appieno il significato e il ruolo di Elémire Zolla all'interno del pensiero della seconda metà del XX secolo se non ci si sofferma su un aspetto in lui prevalente: quello di offrire, in un tempo consumato dalla velocità, un discorso sapienziale che egli, nella sua vastissima cultura, àncora sia alla tradizione occidentale sia a quella orientale, da lui rielaborate in un itinerario intellettuale personalissimo di fronte a dei mutamenti sociali che gli rendono il presente, e in particolare l'Occidente, sempre più estraneo. Da questo punto di vista, il contributo di Zolla è quello di ripresentare la voce di una sapienza imperitura, celata dalle frenesie del mondo contemporaneo, ma a tratti affiorante, e con forza, per coloro che sappiano intenderla e coglierla. Pertanto l'apporto di Zolla deve essere inteso per aver giovato in maniera molto esplicita alla rifondazione del discorso sapienziale in Italia, laddove questo è ridotto, soprattutto nella seconda metà del secolo XX, a piccoli gruppi di iniziati. In questo caso Zolla non svolge un'opera di divulgazione, bensì scrive indipendentemente dalle conventicole di iniziati, sicché le sue opere hanno una circolazione notevole anche tra i non addetti ai lavori. In questo saggio si cercherà di individuare, attraverso la disamina dei suoi primi volumi, le premesse, le radici per così dire, del suo concetto di sapienza su cui egli andrà sviluppando la sua "filosofia perenne", propria delle opere della piena maturità.

 
1) L’intellettuale e la tradizione

 
In un volume che suscita non poco scalpore per la sua critica radicale al mondo contemporaneo e alla società dove ormai si è affermata l'industria culturale, oggetto degli strali di Horkheimer e di Adorno, Zolla recupera il messaggio della Scuola di Francoforte sostenendo che il compito dell'intellettuale deve ormai essere quello di criticare la realtà sociale. «È necessario soprattutto avvedersi (ciò che molti ancora ripugnano a fare) che la civitas diaboli non si avvale più delle vecchie armi, dall'oscurantismo reazionario al dogmatismo ecclesiastico all'astrattezza terroristica rivoluzionaria, ma per la sua persecuzione fanatica della libertà e dell'umano non ha più bisogno di chiedere soccorso a sofismi plausibili, ovvero a un'arma infida fra le sue mani, poiché ormai dispone di un apparato industriale, un'Alcina che quietamente seduce le sue vittime sussurrando: "Io ammazzerò il vostro tempo"». Il punto essenziale è allora quello di non far ammazzare il tempo, ossia di non far ammazzare il soggetto nel tempo. In altri termini, Zolla si rende ben conto che le caratteristiche del nuovo tempo, del capitalismo avanzato che si sta aprendo alla postmodernità, sono quelle di trasformare l'uomo in fruitore di merce in una ambiguità senza precedenti. Da un lato l'uomo crede di essere libero e quindi decide di disporre liberamente di se stesso. Ma tale libertà è semplicemente una finzione per il semplice fatto che egli è determinato nei suoi comportamenti dai mass-media, dalle leggi del mercato. Lo sviluppo, che i decenni che verranno accentueranno, è già chiaro in Zolla, con una particolare avvertenza: tutto questo è una conseguenza diretta del pensiero illuministico che riducendo tutto a ratio ha generato come conseguenza estrema il sadismo. «Dopo l'illuminazione l'uomo si muoverà senza grucce, ripulirà le stalle d'Augia della vita interiore e della sua società, fino alla più micidiale sterilità. (…) Le menti assottigliate si convertono in immani e ferine, la vittoria assoluta sulla natura si riduce ad asservimento dinanzi alla natura. Sade condusse agli estremi la morale dell'efficienza, la cui regola suona: "le coeur est la faiblesse de l'esprit"». Ecco: la sterilità della ragione ridotta a mera efficienza genera il male, l'usare il prossimo sempre come mezzo e mai come fine.Ciò comporta, ed è un ulteriore passaggio di cui Zolla rimane convinto, l'affermarsi del fantasticare come dissipazione, mancanza di disciplina. «Oramai i sogni a occhi aperti non sono più soltanto il vizio della solitudine e dell'ignavia, ma una merce che senza pudore viene prodotta e spacciata sotto specie di vicende cinematografiche o televisive o di canzonette o di irreali romanzi. A tutti è concesso di essere viziosi, nella civiltà moderna, così longanime; purché i vizi sieno prefabbricati. La longanimità verso i vizi si paga con la degradazione dei vizi stessi, da privati a collettivi». Nell'antichità, aggiunge Zolla, quando i movimenti dell'anima non erano istinti, impulsi, scariche emotive, il fantasticare era opera «di uno spirito di tenebra: chi si favoleggiava potente e satrapico era detto in preda al demonio della superbia, chi si ammanniva scene erotiche era considerato vittima del démone della lussuria, chi comunque si attediava con frasi e figure vacue era reputato sofferente di accidia, cioè colpito dal démone meridiano. L'attribuzione ai démoni di queste tentazioni interiori consentiva almeno di alienarle, di strapparle al buio tepore dell'intimità».La scelta di campo è come fatta. La sterilità del pensiero produce, paradossalmente e dialetticamente, la fantasticheria come vano vagare per poi concretarsi, quando può, nella perpetrazione del vizio. Di fronte al disordine, alla mera fantasticheria potenzialmente distruttiva, alla sterilità del pensiero che genera mostri e vizi collettivi, Zolla sente sempre di più necessario il recupero di quella sapienza che si pone per se stessa come l'antitesi radicale ad un mondo che non riesce più a controllarsi ed è dominato dalle leggi del mercato. Si tratta di una determinazione concettuale rilevante. Se la società è questa, se la società è la dissoluzione, per salvarsi occorre uscire da questa società, passarvi dentro e non esserne toccato. Essere nel tempo e fuori del tempo. Si capisce molto bene che la decisione, maturata negli anni del benessere economico, della società di massa, di una realtà sempre più legata all'economico e all'edonistico, non può che essere intesa come controcorrente (ed in effetti lo è) ed astratta. Negare il presente è uscire fuori della storia, optare per la reazione, diventare un passatista, tutto secondo le logiche di una cultura fortemente ideologizzata e secolarizzata. In effetti, ciò che Zolla colpisce è appunto il concetto stesso di secolarizzazione, di un mondo ormai chiuso nella dimensione della temporalità che gli anni della Contestazione avrebbero detto come l'unica possibile. Viene così a prodursi, gradualmente ma con forza, una lacerazione, meglio una frattura tra Zolla e il suo tempo. Nella liquidazione talvolta sprezzante che Zolla fa dello storicismo vi è il paventare che tutto possa essere giustificato nel tempo e, pertanto, negato nella sua vera identità in nome dell'immediato come libero sfogo del desiderio mercificato. La liberazione dai condizionamenti del tempo diventa in tal modo l'unica possibilità per sfuggire ai sofismi e agli inganni. Un modo, l'unico modo di salvarsi ritrovandosi. Di qui, inoltre, la critica verso un certo modo di intendere la psicoanalisi. In quanto terapia destinata a conciliare l'uomo con il mondo, essa, infatti, non è altro che l'accettazione di questo mondo come l'unico possibile entro cui occorre integrarsi. «Morbosa è, anzitutto, nella psicoanalisi volgare, la mancanza di un'idea dell'uomo normale, l'assenza, cioè, d'un centro, e ancor più morbosa la rude teoria che vuole sano colui che non abbia atteggiamenti critici verso la società in cui si trovi a vivere». Chi si discosta è espressione di una patologia; al contrario tutto deve essere ricondotto alla normalità. Il problema è allora rendersi conto che proprio la riduzione della normalità ad accettazione acritica del presente è ciò che dev'essere contestato, laddove invece l'individuo, sia come singolo sia come massa, è esposto alle leggi dell'industria culturale, alle leggi del mercato, ossia è un soggetto falsamente pensante, preda di un sistema che volendo essere liberatorio, lo soffoca consegnandolo totalmente ai condizionamenti di quello che si sta manifestando come mercato globale, in cui le stesse emozioni vengono suggerite, indotte, dirette. Adorno e Horkheimer (e indubbiamente non solo loro) hanno colto le ambiguità del presente e si sono come fermati di fronte alla constatazione. La teoria critica non può trasformarsi in prassi se non negandosi e diventando pertanto essa stessa una forma di quel dominio che i due pensatori tedeschi hanno con coerenza contestato. Adorno ha efficacemente illustrato il suo modo di intendere la filosofia. «Forse fu insufficiente l'interpretazione, che promise il passaggio alla prassi. Non si può prolungare teoricamente il momento, al quale fu connessa la critica della teoria. La prassi, aggiornata a tempo indeterminato, non è più l'istanza d'appello contro la speculazione contenta di sé, ma per lo più il pretesto con cui gli esecutivi strozzano, come vano, il pensiero critico del quale avrebbe bisogno una prassi che trasformi il mondo. Dopo che la filosofia è venuta meno alla promessa di coincidere con la realtà o dell'imminenza della sua realizzazione, è costretta a criticarsi spietatamente». Zolla sente stretto e non essenziale tale modo di porsi, che pure è palesato in Eclissi dell'intellettuale, e sceglie un altro percorso che conduce a fare i conti con il misticismo. Del 1963 è la grande antologia I mistici dell'Occidente.Nella Nota introduttiva all'opera, in netta contrapposizione alla vulgata psicoanalitica, Zolla rivendica la scoperta della normalità dell'io, meglio: dell'adeguazione dell'io alla norma tramite il misticismo. «L'io del mistico non coincide con l'immagine di sé o nozione della propria persona, perché il mistico non è affatto privato di questo fondamentale dato dell'orientamento. (…) Sicché la morte dell'io a cui tende il mistico è la morte della personalità corazzata, preoccupata della propria immagine; e la sua rinuncia al discorso è la stessa del terapeuta che sa quanto sia inutile una conoscenza esclusivamente raziocinante e discorsiva dei vizi psicologici». La mistica è iniziazione.La tesi di Zolla è di estremo interesse. «Il misticismo è la ripetizione, in una civiltà non più corale, dell'esperienza iniziatica: è un ritorno della tradizione in senso proprio, ricordo involontario di cosa sepolta. (…) Il misticismo distacca dalla fonte stessa delle società moderne: dal desiderio di accumulare ricchezza e prestigio sociale». È il ritorno ad uno stato d'animo arcaico in cui il soggetto si trova all'interno di un organismo come parte di un organismo e non pretende di uscire dallo stesso infrangendo le regole e, quindi, peccando. Zolla individua nel cattivo individualismo, nell'egocentrismo non solo l'errore della società contemporanea, ma della condizione umana. I tempi presenti non hanno fatto che giustificare, razionalizzandolo, un comportamento, un modo di essere - l'egocentrismo appunto - che una volta si riconosceva come una devianza, uno sconvolgimento dell'ordine, cagione di male. L'avidità del possesso, dell'apparire, del dominio, che il presente eleva a caratteristiche della persona di successo, l'avidità di tutto questo è l'antisaggezza, il lato oscuro di cui si avvolge il tempo nel suo precipitare le cose e gli stessi individui a merce. Al contrario, «una volta estinta la sete di prestigio, di ricchezza, di sicurezza, svaniscono tutte le malattie che vanno di conserva, torna una spontaneità negli atti che rende insensati i problemi della volontà, dell'adeguazione faticosa ad un sistema di leggi. Infatti il mistico torna allo stato anteriore all'emanazione di leggi, quando il costume sorreggeva l'uomo senza che egli se ne avvedesse». Nella interpretazione che ne dà Zolla, l'età dell'oro è pertanto ciò che è prima delle leggi, la cui presenza serve a bloccare che il male diffuso si espanda. Il mistico conosce, meglio intuisce e ricostruisce uno stadio precedente in cui ciò che ha senso lo ha indipendentemente da un divieto o da una prescrizione.La condizione del mistico è entrare in una comunità ove le regole poste dall'esterno non hanno più importanza perché prevalgono quelle interiori. Per questo ci si trova di fronte ad una iniziazione, come una volta avveniva per le iniziazioni tribali in cui si accettava il tutto come determinante il bene comune. «L'iniziazione aveva per fine di eliminare la paura dei disastri, sostituendola con la riverenza verso la divinità; i moderni hanno interpretato la quiete dei primitivi iniziati come un'impassibilità ottenuta attraverso una tempra aspra della volontà. (…) L'illuminazione è lieta, e rende così intensa la vita da somigliare al solo tripudio concesso al non iniziato, l'amplesso; i moderni hanno interpretato le metafore erotiche come indizi di uno sfogo sessuale represso. Il mistico si pone fuori del mondo della competizione per il prestigio e la potenza, cioè acquista potenza sulla potenza; i moderni e i degenerati fra gli antichi hanno scambiato questa pace per una ricerca di poteri pratici». La rivoluzione scientifica della modernità ha frainteso il concetto di iniziazione, che, invece, richiede «prima la critica del bisogno falso, del consumo coatto, della repressione della natura, poi la configurazione della propria vita nell'ordine anteriore alla modernità». Nel momento in cui la modernità sta per scivolare nella postmodernità, Zolla solleva le ragioni forti di un dato anteriore alla modernità. Ne segue il recupero dei simboli con i quali gli antichi leggevano ciò che si manifestava nella natura. La conoscenza discorsiva isterilisce la conoscenza stessa, a cui può soccorrere solo la scienza della metafora. Così Zolla si sofferma sui princìpi zodiacali e rileva che le coppie di opposti sono complementari e la complementarità si risolve nella mediazione e, a sua volta, «in greco il rapporto di mediazione viene chiamato Logos, cioè Verbo, si dice che il logos tra infinito e finito è l'unità perché 1/n = n/ , al modo stesso che il logos fra 20 e 2 è 10, che il Logos fra Dio e l'uomo è l'uomo divino o, come dice Platone, il giusto: Dio/Dio-uomo = Dio-uomo/uomo. Alla stessa stregua fra Sole e Terra il logos è la Luna, fra inverno ed estate l'anno zodiacale, fra donna e uomo il coito, fra morte e vita la malattia, fra dolore e gioia la saggezza mistica o giustizia perfetta». La sapienza è allora la capacità di modulare e ciò comporta appunto la mediazione come accettazione del sacrificio. «La crocifissione dell'innocente giusto è il simbolo per eccellenza: essa dice che l'unico modo che ha il male di toccare il bene sta nella tortura estrema. Nel sacrificio Dio, padre del giusto, è il termine che bisogna supporre se si vuol mediare, pensare insieme il giusto e gli ingiusti. Il sacrificio era un momento necessario della vita antica e riesce pressoché incomprensibile oggi; erano estranee ad esso le nozioni che gravitano nel suo campo per una sensibilità moderna, come quella di atto mesto, spiacente e privativo da compiersi con tensione della volontà». Naturalmente la mediazione così intesa non può essere riducibile a formula. Di qui la necessità della metafora, dei simboli. La vera sapienza è sapere simbolico. «Dopo aver misurato la croce (cioè capito che non c'è misura adeguata se non l'infinito o lo zero, al loro incontro), le altre opposizioni diventano apparenti; come dopo un incontro sublime ogni frequentazione diventa insulsa, si è invulnerabili, guariti dalla preoccupazione quotidiana, dall'ansia, figlia del futuro, e dall'inibizione paurosa, figlia del passato». L'incontro sublime genera l'estasi. La mediazione, continua Zolla, viene insegnata per iniziazione a miti, quindi è una intuizione; ma anche in questo caso occorrono delle precisazioni. Per intuizione mistica non bisogna intendere l'affermazione del senso comune o lo stereotipo sentimentale, bensì l'andare oltre le determinazioni del discorso, organizzando la conoscenza secondo un modello ottico. La conoscenza discorsiva, puntualizza Zolla, è un'organizzazione mentale in cui sempre di più ci si discosta dai sensi sì che lo stesso discorso «diventa del tutto superfluo alla conoscenza». Diversamente la conoscenza mistica è una conoscenza della natura acustica del reale, come in qualche modo affermarono i pitagorici, è un sentire in cui vi è l'assenza di opposizioni e si torna all'uno.È chiaro, a questo punto, che la sapienza è sì un sentire ma un sentire che è decodificare con l'occhio della mente, pertanto importa il sapere non l'ignoranza. Non è irrazionalità. È un modo di porsi in maniera radicalmente differente da ogni altro modo di relazionarsi, di aprirsi e di intendere il mondo. Per queste ragioni occorre chiarire il senso della tradizione.

 
2) Il segreto della sapienza.

 
Nel momento in cui Zolla introduce il misticismo come vera via per la conoscenza e lo articola come intelligere acustico, sentire matematicamente mediando le opposizioni, non può non ripensare l'intera morfologia della spirito, cosa appunto che fa in un libro che appare nell'anno fatidico della Contestazione.Zolla ritiene che corpo, ragione e anima, che sono le parti o funzioni che l'uomo in genere si riconosce, costituiscono per molti la loro infelicità. «A queste tre sue parti tributa perfino tre rispettivi culti: il materialismo, lo scientismo o razionalismo, che proietta dinanzi a sé la sua ombra. L'utopia dell'uomo macchina, e infine l'irrazionalismo o sentimentalismo». Per lo studioso dovrebbe essere facile rendersi conto che si tratta di una visione estremamente limitata e fallace. «Il corpo, la psiche e la ragione si nutrono soltanto di parvenze in divenire, di storia, ma la ragione, adoprando le mere regole della coerenza, dovrebbe pur concludere che è insensato asserire: "Tutto è contingente" (con le varianti: "Tutto è nella storia", "Tutto diviene") perché nel tutto si dovrebbe includere anche questa proposizione che, non potendo essere assoluta né eterna, impone la smentita di se stessa. Inoltre la ragione deve riconoscere di rifarsi a dei princìpi di coerenza di per sé evidenti, per esempio che una cosa non può essere esistente e inesistente nel contempo. Tali princìpi o assiomi non sono dimostrabili, essendo la fonte delle dimostrazioni, ma non sono nemmeno irrazionali, perché, se lo fossero, non potrebbero impartire una razionalità di cui sarebbero privi; saranno perciò a dirsi sovrarazionali». In questo Zolla spiega la presenza di una quarta parte nell'uomo, quella sovrarazionale.Si potrebbe osservare che la sua spiegazione più che una intuizione è una dimostrazione nel senso cartesiano. L'osservazione sarebbe corretta con l'avvertenza, però, che Zolla non avrebbe potuto fare diversamente, dato proprio l'aspetto discorsivo e non rivelativo dell'argomentazione. In questo caso, il primo capitolo de Le potenze dell'anima svolge un ruolo propedeutico. Non si dimentichi, d'altronde, che Zolla sta percorrendo un discorso sapienziale che non è pervenuto ancora alla comunicazione di sé. Direi che in queste prime opere è fortemente presente la pars destruens e quella propedeutica che implicano l'utilizzazione del discorso tradizionale. Di fatto Zolla, proprio alla luce dell'affermazione della indiscutibile presenza del sovrarazionale, arriva a precisare: «al di sopra della ragione si trova dunque il suo lume, l'intelletto, chiamato anche Sapienza, perché come assaporando (sàpere) coglie in modo immediato il suo oggetto; oppure Spirito, cioè atto di respirare, perché sta alla ragione come il respiro agli esseri viventi, commisurato a ciascuno a seconda del suo grado di vitalità. Lo si paragona anche ai raggi del sole che comunicano luce e calore senza però confondersi con gli oggetti che lambiscono, perché analogamente proviene dall'essere assoluto e si comunica agli esseri relativi». L'intelletto è, quindi, la parte dell'uomo che coglie i princìpi supremi e la sapienza si raccoglie, celandosi e manifestandosi insieme, nelle metafore. Attraverso metafore si esprimono i movimenti interiori, come il sorgere di una passione. Così il vento e l'ombra sono metafore significative: «se la metafora del vento, del soffio luminoso e sonoro raffigura una vita interiore umana purificata, attiva, libera dalle passioni contingenti, spesso, a raffigurare l'opposto, cioè la possibilità o parte oscura e suggestionabile dell'uomo, vale la metafora dell'ombra (o, trasponendo all'acustico, dell'eco)». E l'uomo ha un destino e un custode: «l'esultanza, l'ardimento di chi si sa in buona guardia e ben guidato, costituisce nell'uomo una disposizione superiore allo stato consueto all'anima e all'animo; il luogo dell'interiorità dove si incontra i proprio custode e il proprio destino, e dunque la sapienza, è il più alto e soave».Le potenze dell'anima è un libro di estremo interesse in quanto è un libro chiarificatore. Direi che occupa nella produzione di Zolla un posto chiave in quanto potrebbe essere inteso come una introduzione al suo pensiero, dopo che le opere precedenti hanno tracciato dei sentieri da percorrere dinanzi al rifiuto del presente. L'ampiezza della prospettiva di Zolla si manifesta interamente sia nella parte prima, dedicata all'antropologia dell'uomo infelice e dell'uomo felice, all'anatomia spirituale, alle terapie della psiche e alla poesia, alle metafore dell'interiorità e al destino e al custode, sia nella parte seconda che illustra la suddivisione dell'uomo nelle civiltà cinese e lamaista, egizia, indù, israelitica, greco-romana, cristiana. Parlando di quest'ultima, vi è una chiara indicazione del demoniaco che è opportuno riportare: la più chiara segnatura del demoniaco è «il sentimentalismo, che ostenta una sviscerata vocazione al perdono e alla comprensione umana; il motto delle perversione è nihil humani a me alienum puto (che sarebbe ottimo se fosse la premessa di: "perciò sto in guardia contro il mio cuore"; la conclusione sottintesa è viceversa: "perciò tollero ogni vizio"). C'è una sensibilità stilistica che scevera l'accento vago, sforzato o melenso del male, ma esiste anche un metodo razionale che lo riconosce dalla sua strategia perenne: sempre esso, per imporsi, divide ciò che è organicamente unito. Diavolo vuol dire Separatore (dia-bàllein è l'opposto di syn-bàllein, "mettere insieme", cioè di "simbolo"). La diabolicità scinde con fredda svenevolezza il sentimento dall'intelletto, la fede dalle provvidenziali cristallizzazioni della dottrina e del rito, la carità dalla contemplazione, il contenuto dalla forma, tentando di giocarli l'uno contro l'altro». Così nella tradizione cristiana, continua Zolla, il demoniaco non tollera «il superamento dell'erotismo, i concetti di peccato originale e di dannazione eterna, il rigore delle definizioni teologiche, la ieraticità distante del rito, l'idea di una diffusa pratica dell'iniquità fine a se stessa». Il male è demagogico, parla di mistica ma non pratica l'ascesi, predica una carità umana e non teologale. È una pagina importante e per più aspetti. La datazione storica, innanzitutto. In pratica Zolla riconduce al demoniaco molti comportamenti non solo diffusi nella società cristiana occidentale ma altresì tra numerosi sacerdoti cattolici del dopo Concilio. Significativa la battuta contro la carità umana invece che teologale, ossia contro tutto un comportamento che sarebbe stato destabilizzante non solo politicamente ma interiormente. In questo la posizione di Zolla è implicitamente assai severa contro l'Occidente, contrapposizione a cui col tempo Zolla, pur senza cambiare parere, sarebbe ufficialmente rimasto indifferente, come si conviene a colui che sa. Il fatto che nel testo la vis polemica sia più esplicita si può spiegare sia col riferimento a quel difficile periodo di transizione e di violenza sia appunto per il carattere introduttivo del saggio. Al di là di tutto questo, l'altro aspetto interessante è la connotazione della diabolicità con la separazione. La separazione è opera del maligno. Qui il discorso di potrebbe spostare sul ruolo delle passioni, per nulla caritatevoli, ieratiche, contemplative, bensì attive, sentimentali, violente, avide. Non a caso Zolla cita Alexander Pope: «Vice is a monster of such frighful mien / As to be hated needs but to be seen; But seen too oft, familiar with its face, / We first endure, then pity, then embrace». A furia di convivere con il vizio si finisce con l'abbracciarlo. Così la passione. Comprendendone le ragioni, la si accetta e la si giustifica, quando non la si attua. Per questo Zolla diffida del detto di Terenzio, troppo volto al perdono e quindi alla convivenza col vizio. Direi che nel saggio è presente, più che in altre opere, una forte vena moralistica, di un moralismo però sempre intellettualmente vigile allorché la natura del peccato è colta nella lacerazione dall'unità. Al bagliore di un Occidente che viene disfacendosi Zolla pubblica nel 1971 Che cos'è la tradizione. Il volume è diviso in due parti. La prima è "La liberazione dalla storia"; la seconda è "La tradizione eterna". Dalla interpretazione del versetto biblico, Bere'shiyh bara' Elohim et ha-shamain we et ha-aretz, tradotto non correttamente "Dio creò all'inizio il cielo e la terra", Zolla individua il problema della rigenerazione: «in Bere'shith bara' Elohim è contenuta l'idea del sacrificio come ritorno all'origine dell'essere: se l'uomo vuole in qualche modo attingere uno stato divino, creativo, dovrà sacrificare, cioè ripercorrere il cammino cosmogonico alla rovescia, riconsegnare il creato al Creatore, distruggerlo». Il significato celato si rivela a chi sa leggere: per conoscere Dio l'essere deve sacrificare se stesso nella sua singolarità, riportandosi tutto a Dio. È l'indicazione mistica, a cui si perviene coniugando insieme cultura e sapienza. Opera dell'intelletto, che deve interpretare anche i simboli. Zolla ha ormai chiaramente compreso ove si possa trovare la strada della verità. Di qui la sua critica all'asservimento alla scienza proprio del mondo contemporaneo. «Il mondo moderno ha la sua religione, cui ogni altra è costretta a piegarsi, ed è il culto della scienza, oggetto di muto ossequio. I suoi sacerdoti, gli "esperti", non hanno bisogno, salvo eccezione, di ricorrere al braccio secolare per riscuotere decime e omaggi e obbedienza dal volgo e, come quasi ogni clero, coi potenti stanno in un rapporto raramente di parità, spesso di sottomissione astiosa». Non che Zolla non si renda conto del valore della scienza; quello che critica inesorabilmente è la scientificità anticontemplativa che eleva l'umanità ad oggetto di culto, secolarizzando in pieno il mondo. La sua, negli anni postsessantottini brucianti e gravidi di torbidi, di violenza e di sangue, è la rivendicazione del contemplativo dinanzi alle richieste economicistiche delle piazze. «Più non si concepisce ormai un pensiero contemplativo, che non sia imperio profetico né programma legislativo (…) né consiglio o comando alla società; si teme e si evita ogni movimento speculativo, come chi si cucisse le palpebre perché con gli occhi non afferra né modifica materialmente gli oggetti. Machiavelli osservò nelle Istorie fiorentine che gli uomini sono più pronti a desiderare ciò che non possono ottenere che a pigliare ciò che sta a loro portata; nel presente caso, a fruire della lucidità. È buffo che rinuncino a impetrarla soltanto perché non serve a nulla di praticamente sociale, come se la vita stessa, oltre che a produrre trasformazioni chimiche, servisse ad un qualche fine pratico».
Sono parole durissime, soprattutto se rapportate al clima degli anni in cui sono state lette. Nei giorni in cui le folle studentesche, operaie o quant'altro, ideologicamente dirette, inneggiavano a Mao, Marx e Marcuse quali profeti dell'imminente mondo venturo, la voce di Zolla appare tremendamente aristocratica nel momento in cui dice a chiare lettere che il senso della vita e il suo significato non hanno un fine pratico. È veramente un uscire dal mondo, da un certo mondo almeno, ricordando che la molla dell'utile non è altro che opera diabolica, ultimo momento di una tragedia che ha già avuto i suoi effetti nella ghigliottina illuministica. In questo particolare momento Zolla appare come un filosofo che rincontra ciò che è sempre stato: la tradizione.

 
3) La tradizione

 
Zolla lamenta che tre sono i dogmi che chiudono gli occhi dell'uomo contemporaneo.
Il primo è l'incuria, se non proprio il disprezzo, per l'immutevole, per l'essere, per gli oggetti armoniosi. È la cosiddetta fede nello storicismo, in cui lodevole diventa il provvisorio dissipando l'aura. È la fine dell'idea stessa di natura: «in tutte le sfere della vita non resta alcun criterio per discernere la diversa qualità degli avvenimenti o degli oggetti e pertanto la qualità viene ridotta a quantità, e invece d'un giudizio che misuri il grado d'approssimazione dei fatti contingenti ai valori perenni domina l'utopia, che distrugge il senso dell'eterno con il rinvio al futuro. (…) Molti accettano questa diagnosi ma parlando del crollo dei valori, neanche fosse, esclusivamente, un fatto e non un atto; i valori crollano allorché l'uomo, non come atomo quantitativamente trascurabile, ma come qualità irripetibile e singolarità universale, rifiuti ad essi il suo ossequio». Il filosofo interviene con decisione su un problema che esprime in quegli anni un dibattito assai interessante, soprattutto tra coloro che difendono i valori della società cristiana e coloro che colgono il senso di una svolta storicamente significativa. Da parte sua, la scelta di Zolla è al di qua del dibattito. I valori sono ed esprimono l'essere che non è del tempo.
Il secondo dogma è quello che afferma l'uguaglianza degli uomini, ed è legato ad un sentimentalismo diffuso. «La frode si consuma a questo modo: allorché taluno rilutti ad ammettere l'uguaglianza spirituale di tutti (che imporrebbe in primo luogo una definizione dei caratteri specificamente umani), lo si accusa di favorire l'oppressione dei poveri, il privilegio dei violenti e, cosa abbastanza singolare, quasi nessuno respinge il ricatto, in parte perché l'uomo moderno è sentimentale nella misura stessa della sua brutalità, in parte causa la disarmante incongruità dell'accusa». Si tratta, del resto, di uno degli immortali princìpi dell'89 fatto proprio dall'ideologia comunista che domina il decennio e alla quale pressoché tutta la cultura ufficiale aderisce, anche se non manca chi si rende conto che si tratta di un successo prossimo al declino. Da parte sua Zolla annota pungentemente: «l'Uguaglianza pone sul trono un re di smisurata e disincantata tirannide: la formula statistica che serve a stabilire la media. L'uomo medio statistico diventa il Redentore, la cui imitazione è sollecitata e dovrebbe consentire ai singoli di espiare il peccato di possedere una fisionomia».Il terzo dogma è quella sorta di attivismo perenne che si riferisce alla domanda "che fare?", ove non è importante la risposta, ma, in una società che riscopre Nietzsche, l'azione in se stessa. Chi è il noi che deve fare? «Chi è quel noi se non un io assetato di potenza e mascherato di filantropia? Un io che si proietta in una figura collettiva, in una statua simbolica coperta di nebbie».Per uscire dal porto delle nebbie del presente Zolla propone di tornare alle norme di natura: il ritorno al primato della contemplazione come massima virtù. «Quiete, contemplazione, gioia, cielo sono legati a un sol nodo nel sistema di intuizioni sacre che regge le nostre lingue. Ram- in sanscrito è il rallegrarsi, aram- il godere e quindi l'acquietarsi; ha uguale radice il nostro "eremo". Il gotico autja, "felicità" corrisponde alla quiete contemplativa dei latini, l'otium. Quiete e tranquillità sono il corrispettivo dell'avestico šyata, "felicità" (q latino corrispondendo a sibilante). Il gallese llonyd significa "quieto", e llon "gaio". E "contento" non equivale a "contenuto"? Scopo dei riti è infondere quiete; "eucaristia" in inglese si dice houst, in gotico "sacrificio" si dice hunsl: il loro corrispettivo protoslavo (l'aspirata germanica corrispondendo a sibilante) è sviat', "santo", collegato col sanscrito anta "tranquillo". Zolla, che riprende le note metafore dell'anima come la parte sensitiva dell'uomo soggetta alle passioni, dello spirito come la parte che coglie i nessi intellettuali, della mente come la parte capace di riflessione metafisica, giunge ad una definizione di contemplazione che ricorda la condizione spinoziana del sapiente. «Contemplazione è in primo luogo il movimento onde ci si affranca dalla preoccupazione per le circostanze contingenti, dalle passioni e dagl'interessi, individuali o collettivi che siano. Contemplando si cessa di dire "io" o "noi", quindi si osserva in quanto ci attornia la distinzione fondamentale tra gli aspetti transitori e l'immutevole, e ci si accorge che nella misura in cui si affissa l'essere le passioni si placano, si gode di una perfetta indifferenza. Allora si identificano l'eterno e la quiete, si afferma che quello si riflette nell'uomo attraverso questa. Si impara così a subordinare gerarchicamente il transitorio all'eterno e, interiormente, si statuisce come valore supremo la propria quiete, indifferenza, sovranità, sollevandosi al di sopra delle passioni disordinate, per filantropiche che siano o si pretendono». È un'immagine del sapiente in cui confluisce la saggezza orientale e occidentale e che consente di pervenire ad intendere la Tradizione. Ora se per tradizione si intende ciò che si trasmette quasi radice indimenticabile di un serie di eventi, la Tradizione per eccellenza «è la trasmissione dell'oggetto ottimo e massimo, la conoscenza dell'essere perfettissimo». E più oltre:«la Tradizione è la trasmissione dell'idea dell'essere nella sua perfezione massima, dunque di una gerarchia tra gli esseri relativi e storici fondata sul loro grado di distanza da quel punto o unità. Essa è talvolta trasmessa non da uomo a uomo, bensì dall'alto; è una teofania. Essa si concreta in una serie di mezzi: sacramenti, simboli, riti, definizioni discorsive il cui fine è di sviluppare nell'uomo quella parte o facoltà o potenza o vocazione che si voglia dire, la quale pone in contatto con il massimo essere che gli sia consentito, ponendo in cima alla sua costituzione corporea o psichica lo spirito o intuizione intellettuale». La definizione è molto chiara: indica la presenza di una gerarchia delle cose al cui vertice c'è l'essere assoluto, il quale può essere colto, intravisto mediante l'intuizione intellettuale. Tenendo presente ciò, segue che riti, simboli, definizioni discorsive possono sollecitate l'intuizione, anche attraverso la rivelazione che l'Essere fa di sé. Pertanto la Tradizione non è mai tutta raccolta in testi scritti, ma può essere individuata là dove si manifesta pur celandosi.
È la legittimazione della conoscenza attraverso le metafore, i segni. Di qui la critica di ogni sapere e comportamento pragmatico, che mira al successo immediato nel tempo e trascura il significato dei fini. Ecco allora una battuta caustica: «accanto agli alveari o formicai dell'industria, i falansteri del vizio e della vertigine: questa la polarità inscritta nelle avvisaglie dell'avvenire prossimo». Verso il proprio tempo Zolla è inclemente e si espone alle accuse di chi lo intende in quegli anni come un reazionario.D'altra parte vi è un altro problema. Visto che nella storia del sapere vi sono molte tradizioni, qual è la Tradizione? La risposta di Zolla è significativa in quanto si muove al di là di ogni confessionalismo, pur non respingendo alcuna fede, in quello che sarà appunto il carattere sincretista del suo pensiero che riconosce una Verità comunque essa si manifesti. L'importante è che il disvelamento venga riconosciuto. «L'esperienza del divino, e la moralità che ne proviene come sua ombra, può calarsi in diversi destini, senza che l'incontro esplicito o consapevole con il Cristo ne debba far parte, e che viceversa un tale incontro, ma del tutto privo di forza trasformatrice, può certamente appartenere ad un destino dannato». In conclusione, «il piano comune a ogni tradizione, universale, è l'uguale idea dell'uomo come essere che si completa soltanto, di là dal proprio corpo e dalla propria psiche, nell'intelletto attivo, nella beatitudine. Così parla la tradizione cristiana, che si ritrova come raggiungimento della neshamah in quella ebraica, della bodhi in quella indù, dello ‘aql in quella islamica, e via enumerando nei linguaggi d'ogni tradizione a noi nota».
Alla luce di tale affermazione Zolla scrive delle pagine suggestive sulla antica città perfetta entro cui trovava centralità lo spazio delle celebrazioni e dei riti ove si rivelava il divino, pagine a cui seguono quelle sul satanismo. È, a questo punto, interessante notare che Zolla reputa stregone «colui che con un'ascesi simmetrica a quella della santificazione perfeziona il proprio male». Satana è chi vuole il male e chi si disperde nel tempo, diventandone preda, allontanandosi dalla contemplazione del massimo bene. La triade infernale è «la simulazione della carità, la quale vuole prima sfamare poi trasformare lo spirito; della speranza, la quale si getta in ogni esperienza; della fede la quale crede al regno ecumenico dei popoli. Satana propone l'umanitarismo, la fiducia, la volontà di migliorare il mondo materiale». È facile cogliere in queste parole l'individuazione del mondo contemporaneo come il regno di Satana a cui deve essere contrapposto il gran criterio della Quiete che impedisce le distrazioni rovinose, la smania di mutamenti. «Il reale è un bene e pienamente reale è soltanto il presente. Tuttavia chi guarda al passato può, se non fantastica, afferrare qualcosa di determinato. Soltanto chi guarda al futuro è esposto in pieno alla satanica irrealtà, al massimo di non-essere, perché il futuro è la temporalità schietta e irrimediabile, il luogo della speranza e del timore, l'ignoto, ciò che non somiglia affatto all'eterno, mentre il presente, se portato con rassegnazione o lodato, si illumina di indizi o primizie d'eternità. (…) l'Evoluzione, l'umanesimo scientifico e in genere le dottrine che inchiodino al futuro sono satanicamente incoraggiate: tema, avarizia, lussuria, ambizione sono radicate nell'avvenire, mentre la gratitudine e la lode sono volte al passato e l'amore è tutto presente». Sono parole durissime contro un tempo che esalta il mutamento. Il divenire come regno del male, come espressione del male. Civitas diaboli ove si diffonde l'incubo della fratellanza. «Si vuole instaurare, spesso con la violenza delle armi, uno Stato in cui non vengano più levate mura di chiostri ma invece si spargano conventicole vagabonde dove vigano la comunione dei beni e la promiscuità erotica nonché l'ubbidienza cieca ai capi». A tutto questo occorre opporre il gran criterio della Quiete contro cui si accanisce la violenza degli esseri satanici. «Soltanto l'idea della Quiete come fine supremo, in sé e per sé, è netta di sangue. Essa non garantisce la pace materiale, dalla sua proclamazione può scaturire tutto ciò che forma il retaggio dell'uomo caduto, discordia e strage. (…) La quiete è la perla caduta nel fango: peggio per chi, invece di raccoglierla e forbirla, la lascerà, nel fango». Ma se la Quiete è essere al di là, si può davvero stare al di sopra della mischia?La risposta di Zolla è che la forza e il potere dimorano presso i deboli e gli umiliati di oggi che diverranno i forti di domani. « Così dunque si volge la ruota del tempo, calano i potenti e i miseri emergono. Il Magnificat è la meditazione politica ultima». È la rivendicazione della Quiete che sa attendere sopportando le violenze del tempo.Che cos'è la tradizione è un libro importante all'interno della biografia intellettuale di Zolla. In primo luogo è un volume che lo mette fuori del suo tempo, se non proprio contro il suo tempo. Lo scrittore di successo è ormai considerato come un campione della reazione. Il suo concetto di tradizione lo schiera fuori delle conventicole alla moda. Appare come un pensatore della destra conservatrice. Bisogna tuttavia precisare che il concetto di tradizione di Zolla non a nulla a che fare con quella di Evola, la quale richiede un impegno politico nel tempo. La quiete di Zolla è veramente fuori del tempo, in una dimensione contemplativa di natura mistica in netta contrapposizione con l'ideologia del decennio. Inoltre Che cos'è la tradizione può essere inteso come l'ultimo libro propedeutico, in cui Zolla spiega ancora dei concetti necessari per intendere il suo modo di leggere la realtà. Non che non sia un libro sapienziale; ha ancora un intento introduttivo, chiarificatore. I volumi successivi avranno un'altra qualità, entreranno direttamente e senza ulteriori spiegazioni nel mondo delle verità celate e pure evidenti.

 
4) Passato e presente

 
Nella Prefazione alla ristampa (1998) di Che cos'è la tradizione Zolla ricorda il tono polemico con cui il libro "contrario a come penso oggi" nacque. «Ero a quel tempo sfiorato, impensierito dalla depravazione circostante, tanto da volerla fugare; raccattai ciò che nella storia dell'Occidente poteva apparire limpido e fermo e ne feci il centro d'un mandala nel quale tutto si rischiarasse e il disordine allentasse la presa», riconosce che il libro fu avversato ("pagai un prezzo"), e fissa un ritratto durissimo del momento storico che seguì il 1968. «Fu peraltro uno sconvolgimento ordito con impeccabile cura e dilagò di botto nell'universo. Sua avvisaglia raccapricciante fu la rivoluzione culturale in Cina. Mao Tse-tung scatenò in bande compatte la massa studentesca contro tutto ciò che il comunismo aveva risparmiato, residui della vita felice, gerarchia universitaria, professionale, familiare. (…) L'arte cinese si falcidiò, quella tibetana quasi si estinse. Le abitudini più innocue furono soppresse. In breve, s'instaurò l'inferno. (…) L'America raccolse la rivoluzione culturale; si scatenò una ferocia metodica in tutte le università, giovanotti programmati alla dissipazione si sparsero in tutti gli Stati. Questa furia fu esportata con il suo repertorio di luoghi comuni stralunati, di balorde invettive, e perfino con le ricette per esplosivi grevemente tradotte dall'inglese nelle università giapponesi, africane, sudamericane, europee». Pur ricalcando il giudizio storico, Zolla afferma che il libro era contrario a come egli pensa alla fine degli anni Novanta. Perché? Perché era poco rispettoso della Quiete auspicata e, infatti, negli anni seguenti i suoi saggi si sarebbero disinteressati delle questioni contingenti del tempo, talvolta toccate solo di sfuggita.Nel 1975, sempre presso Bompiani, appare Le meraviglie della natura. Introduzione all'alchimia. È un'opera dotta ed inusuale nella sua interpretazione dei numeri (il quattro e l'imponderabile, la triade e l'uno, il settenario, dal sette al dodici, il nove), nel suo soffermarsi sugli archetipi come colori e come ritmi, nel rapporto tra vangeli e alchimia. Zolla omai introduce, senza alcuna mediazione, in quello che gli sprovveduti chiamano mondo magico. «L'alchimia incomincia a un passo più in là [della descrizione chimica e biologica], allorché si penetri l'interna compagine d'un corpo a sorprendervi i segni immediati delle sue forme formanti, riparatrici, mantenitrici, direttamente all'opera, sollevando il velo della sua apparenza sì da carpire il segreto con cui la sua forza formante, lo spirito, si organizza e plasma la materia dandole, invisibile artefice, via via i giusti, impalpabili colpi di pollice. Occorre afferrare il momento dello stato nascente, l'essenziale gemmare, cestire, occhieggiare del corpo vegetale, minerale o metallico sotto l'impulso del suo spirito». L'alchimia è la scienza degli imponderabili, propria del sapere iniziatico in cui si sviluppa la capacità trasmutatoria propria dell'alchimista. «Così il Genesi (…) narra che all'origine il verbo-seme di Dio generò e impregnò la prima matrice, o misuratrice o sapienza o idea del cosmo, così procreando il cosmo visibile; questo a sua volta è la matrice dell'uomo-donna Adamo, che il verbo-seme di Dio genera penetrando nel cosmo visibile. Ma affinché Adamo seme-matrice, Androgino, sia simile in tutto a Dio creatore, al verbo-seme di Dio, Dio ne divide il seme o luce dalla matrice Eva, o ombra (o fianco o costa), e in questa matrice o Eva, Adamo genererà uomini, come il verbo-seme di Dio nel cosmo-matrice generò lui». Così i tre maghi portano oro, incenso e mirra che significano amore e regalità, orazione e sacerdozio, mortificazione e medicina, e nel Medioevo, per fermare un cavallo che fugge, si recitava la formula magica: «Caspar te tenet / Balthasar te ligat / Melchior te ducat. / Gaspare-sapienza, che porta l'incenso, afferra, scorge, individua; Baldassarre-Potenza, che reca la mirra, lega; Melchiorre-Luce, che dona l'oro, guida». Gli accostamenti conducono alla spiritualizzazione del reale. «L'alchimia tratta gli spiriti dei metalli, e non le loro morte materie, e dunque conduce a cogliere lo spirito degli uomini e lo vuole perfezionare». E lo spirito è luce. «La luce è la prima manifestazione del Verbo: questa certezza è l'essenza della fede, perché basta l'osservazione attenta a notare che tutto è luce più o meno espansa, mentre, disse san Paolo, soltanto "mediante la fede comprendiamo che i mondi sono stati posti da una parola di Dio, sicché dall'invisibile originò il visibile". Luce e vita sono il seme e la matrice dell'Intelligenza creatrice, ovvero il Fuoco plasmatore di questo mondo, insegnano gli scritti ermetici. "Vita" è la matrice o sapienza, la lunarità, l'umido radicale o mercurio, ossia l'albero, della vita appunto, che va fecondato dallo zolfo o luce. Il Cristo dice: "Io sono la luce del mondo, chi mi seguirà avrà il lume della vita" (Gio. VIII, 12). Egli è il Sole, anzi è la fonte del sole, che rende vivificante la vita. La vita è sapiente organicità, equilibrio delicato, intelligenza in atto; la plasma l'organo più vitale e delicato, misuratore perfetto: la matrice. Ma come l'intelligenza è mossa da un'ispirazione, la matrice da un seme, ad attuare le sue capacità, così la vita del cosmo chiede luce per avviarsi: la natura ha bisogno di un inizio trascendente alle sue opere. La luce del mondo è il regno degli archetipi a cui ogni cosa si ispira. (…) L'archetipo è la vita vivente e vivificante; invece l'oggetto che lo rispecchia è già vissuto». Il discorso è ormai sapienziale e rivolto agli iniziati, che non sono coloro che hanno bisogno di inusitate propedeutiche, ma capacità di intuizione. Zolla è partito, all'inizio della sua speculazione, dalla critica al mondo contemporaneo su stimolo degli scritti di Horkheimer e di Adorno. Il volgersi dei tempi lentamente lo persuade che la battaglia contro la violenza e il soggettivismo e il relativismo, mal diretti dalle ideologie e dalle tecniche, è una battaglia perdente. Solo che si perde nel tempo, non nella verità. La verità è fuori del tempo, e della verità parlano i sacri testi dell'antico sapere, sia esso cristiano sia induista sia buddhista e così via. Lo cercarono gli alchimisti nel Medioevo. Il problema è allora quello di far partecipe l'ascoltatore attento che la verità si può ancora attingere fuori del crepitìo della contemporaneità, la quale cerca sempre nuove illusioni, restando costantemente delusa e ansiosa. Nemmeno la psicoanalisi è in grado di ricondurre l'uomo alla sapienza, in quanto essa mira all'inserimento nel sociale, all'integrazione. Ma la sapienza è altro. È la quiete serena che dà pace e che ci rende imperturbabili come metalli, come pietre. In una sua aggiunta alla nuova edizione delle Meraviglie della natura Zolla illustra il «Buddha Incrollabile (Akshobhya): è calvo, nero-turchino di compassione per il mondo infernale, ma dal suo cuore di diamante emana un arcobaleno. Ricordiamo che non è né vero, né falso, è aldilà di queste categorie. In Lui compassione e vuoto interiore sono tutt'uno. Egli ci rammenta che la realtà oggettiva non è che un'allucinazione collettiva. Con Lui ci si identifica allorquando ci si osserva nel momento benedetto in cui la nostra testa comanda al corpo di eseguire sacri esercizi e atti devoti, alla nostra gola di pronunciare formule sacre, e tutto è dettato dalla nostra mente, che opera dal profondo del cuore. Quando ci si contempla in tale stato, si è Akshobhya: si diventa di diamante; si osservano le tre parti che ci compongono: la mente, la parola, il corpo, unificate, appese al filo del respiro e si diventa l'Incrollabile, per noi ormai sogno e veglia sono equivalenti inganni. Si è pietre filosofali ovvero vive». La sapienza di Zolla è la serenità indistruttibile che scaturisce dalla serenità dell'intelletto che si abbevera della luce. Nei volumi che arrivano a coprire i primi anni '70 il pensatore ha cercato di illustrare le potenze dell'anima e le possibilità delle stesse. Naturalmente questo fuori di ogni filosofia tradizionale, accademica, di solito volta ad obbedire alle ideologie o all'analisi ermeneutica. Naturalmente anche fuori di ogni "pensiero debole" così di moda. In questo Zolla costituisce un caso a sé stante, quello, d'altronde, di una filosofia occidentale che incontra quella orientale, in una visione che è visione religiosa. Si potrebbe sostenere, non senza ragione, che egli è uno degli ultimi grandi mistici dell'Occidente, con la precisazione che possiede una cultura che è capace di spaziare attraverso le diverse religioni, nella certezza che l'intelletto che coglie la verità non ha cedimenti dogmatici, la verità è tale e basta. Per questo egli non rientra nemmeno nel new age. La sua è una sapienzialità astorica proprio perché fuori della storia.I saggi che verranno a partire dalla metà degli anni '70 avranno il compito per nulla facile, ma proprio dell'intelletto che viaggia attraverso metafore e disvela i simboli, di mostrare come archetipi e aure non siano narrazioni di un passato arcaico e perduto, ma possono essere esperiti dall'uomo contemporaneo di mente pura. Una sollecitazione alla conoscenza, ma anche un messaggio di salvezza per una società che corre dietro alle utopie caduche e all'infelicità devastante. Un passaggio decisivo nell'itinerario di Elémire Zolla, che storicamente si confronta, come alternativa radicale, al lento disfacimento delle ideologie che pure sembrano ancora dominare gli anni Settanta e Ottanta.
 
 
 
 
 

 

 

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