QUANDO
scomparve la scrittrice Cristina Campo, cui fu legato da un lungo sodalizio di
affetto e di studi, scrisse di lei: "La morte la colse di sorpresa. Non vi
era preparata. Nessuno pensa mai alla propria morte". Era un tema che Elémire
Zolla non aveva mai evitato, su cui si era interrogato a lungo con la levità di
un saggio taoista, negli ultimi anni in cui una serie di malattie lo avevano
costretto a non muoversi più dalla sua bella casa di Montepulciano accanto alla
moglie, l´estetologa Grazia Marchianò. Ieri se n´è andato anche lui. Ha
trovato l´ultima e definitiva delle Uscite dal mondo cui aveva dedicato un
bellissimo libro per Adelphi. Era nato a Torino nel `26, da una famiglia
cosmopolita, fatta di un padre italo-francese (il pittore Venanzio Zolla) e da
una madre inglese. Non amava particolarmente la città, che però fece nascere
in lui un certo gusto per l´occulto; ci era tornato ragazzo dopo aver abitato
felicemente all´estero. Per lungo tempo anche la cultura italiana gli fu
estranea, come lo sarebbero sempre stati i "padri" del nostro
Novecento, da Croce a Gramsci. La sua formazione era britannica, e divenne quasi
automaticamente anglista alla scuola di Mario Praz, di cui ereditò la cattedra
alla Sapienza di Roma: alle lezioni andava il giovane Roberto Calasso, che
infatti poi pubblicò o ripubblicò gran parte delle sue opere per l´Adelphi,
da Lo stupore infantile alle Uscite dal mondo alla Storia dell´alchimia. Fu per
un breve periodo romanziere di successo, quasi un enfant gâté della Roma anni
`50, dove sposò la poetessa Maria Luisa Spaziani, un attimo prima che nella sua
vita facesse irruzione Cristina Campo; introdusse in Italia la scuola filosofica
di Francoforte; ma la vera vocazione, il cuore del suo lavoro, fu esplorare
religioni e miti (non solo nei libri, anche nella realtà del viaggio di
scoperta). Da studioso anticonformista delle culture tradizionali e naturalmente
da intellettuale scomodo fu però ben presto messo ai margini dal mondo
intellettuale italiano - la cosa non durò in eterno, ma quanto bastava - con l´accusa
di essere un intellettuale di destra. Lui che aveva scritto, con grosso
successo, L´eclissi dell´intellettuale alla fine degli anni 50 (e vinto anche
un premio Strega con un romanzo dal titolo Minuetto all´Inferno) non era per
nulla diventato "reazionario" all´improvviso: aveva semplicemente
preso atto della fine delle stagioni dell´impegno, spiazzando i suoi amici che
in quel momento nell´impegno si tuffavano. Di lì in poi il suo lavoro venne
guardato con diffidenza. Le incursioni nella mistica ebraica o musulmana, l´attenzione
per i maestri del sufismo ma anche per i filosofi zen giapponesi ne fecero un
personaggio sospetto, uno che parlava bene di Tolkien e che non era in sintonia
con nessuno. Troppo aristocratico, troppo ironico. Ennio Flaiano gli dedicò un
epigramma simpatico: "Elemire Zolla / preferisco la folla", lui vide
nel `68 una cospirazione demoniaca e nel `71 pubblicò un libro che fece molto
scandalo, dal titolo Che cos´è la tradizione. Era un´accusa radicale alle
ideologie totalitarie, soprattutto quelle di stampo "progressista", in
cui vedeva una sorta di deriva "satanista" dell´Illuminismo. Zolla
non era affatto un reazionario, semmai un liberale, e soprattutto un uomo mite.
Nel `69 aveva avviato per la Nuova Italia una rivista importante e
"strana", Conoscenza religiosa, destinata a durare fino all`83,
accogliendo saggi di Borges e Quinzio, e naturalmente di Cristina Campo.
Studiava i mistici (importante l´antologia ora ripubblicata da Adelphi sui
Mistici dell'Occidente) ma si teneva lontano dal misticismo. Lui non era un
mistico. Semmai si sentiva un monaco che non aveva mai fatto i tre voti canonici
di povertà, obbedienza, castità. Era uno spirito libero molto critico nei
confronti dell´Occidente ma anche attentissimo al nuovo mondo delle realtà
virtuali. Ha scritto moltissimo (oltre che per Adelphi per Marsilio, Mondadori,
Red, senza contare le meravigliose edizioni di singoli saggi che si faceva
stampare da un grande tipografo come Tallone). Non si è mai lasciato
incasellare. Pochi anni fa, alla mia ennesima domanda sulle sue posizioni
politiche rispose forse per l'ennesima volta che la distinzione tra destra e
sinistra, per quanto lo riguardava, non serviva a molto, "se non alla
contesa politica più bassa". "E´ una deformazione che nasce dal
parlamentarismo francese: il partito dominante denomina destra il male e
sinistra il bene. Poi di volta in volta qualcuno capovolge i termini. Ma non si
possono suddividere gli scrittori tra destra e sinistra".