in quiete
Il Sito di Gianfranco Bertagni

 

"La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano"
(Bayazid al-Bistami)

"Chi non cerca è addormentato, chi cerca è un accattone"
(Yun Men)

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RELIGIO PERENNIS

Frithjof Schuon
 

 

Una delle chiavi per la comprensione della nostra vera natura e del nostro destino ultimo è costituita dal fatto che le cose terrene non sono mai proporzionate alla reale estensione della nostra intelligenza. Questa è fatta per l'Assoluto, o non è; fra le intelligenze di questo mondo, solo lo spirito umano è capace d'oggettività, e questo implica - o prova - che soltanto l'Assoluto permette alla nostra intelligenza di potere completamente ciò che può, e d'essere completamente ciò che è.(1) Se fosse necessario o utile provare l'Assoluto, il carattere oggettivo e transpersonale dell'intelletto umano basterebbe come testimonianza, poiche questo intelletto è la traccia irrecusabile d'una Causa prima puramente spirituale, di una Unità infinitamente centrale ma contenente tutto, di una Essenza ad un tempo immanente e trascendente. È stato detto più di una volta che la Verità totale è scritta, con una scrittura eterna, nella sostanza stessa del nostro spirito. Le diverse Rivelazioni non fanno altro che "cristallizzare" e "attualizzare", a diversi livelli secondo i casi, un nucleo di certezze che non è conservato soltanto nell'Onniscienza divina, ma dorme anche per rifrazione nel nocciolo "naturalmente soprannaturale" sia dell'inviduo che della collettività etnica o storica o della specie umana.

Lo stesso accade per la volontà, che d'altronde non è che un prolungamento, o un complemento, dell'intelligenza; gli obiettivi che più ordinariamente si propone, o che la vita le impone, restano al di qua della sua apertura totale; solo la "dimensione divina" può soddisfare la sete di pienezza del nostro volere o del nostro amore. Ciò che rende la nostra volontà umana, dunque libera, è l'essere proporzionata a Dio; soltanto in Dio è salva da ogni costrizione, dunque da tutto ciò che limita la sua natura.

La funzione essenziale dell'intelligenza umana è il discernimento fra il Reale e l'illusorio o fra il Permanente e l'impermanente; e la funzione essenziale della volontà è l'attaccamento al Permanente o al Reale. Questo discernimento e questo attaccamento sono la quintessenza di ogni spiritualità e portati ai loro livelli più elevati o ridotti alla loro sostanza più pura, costituiscono, in ogni grande patrimonio spirituale dell'umanità, l'universalità soggiacente, o ciò che potremmo chiamare la "religio perennis";(2) e ad essa aderiscono i saggi, pur fondandosi necessariamente su elementi formali di istituzione divina.(3)

Il discernimento metafisico è una "separazione" fra Atmâ e Mâyâ; la concentrazione contemplativa, o la coscienza unitiva, è al contrario una "unione" di e Mâyâ e Atmâ, al discernimento, che separa,(4) si riferisce la "dottrina", alla concentrazione, che unisce, si riferisce il "metodo"; al primo elemento si rapporta la "fede", al secondo l'"amor di Dio".
 

La religio perennis, è fondamentalmente questo, per parafrasare la ben nota sentenza di sant'Ireneo: il Reale è entrato nell'illusorio affinche l'illusorio possa rientrare nel Reale. Soltanto questo mistero - insieme al discernimento metafisico e alla concentrazione contemplativa che ne è il complemento - importa in modo assoluto dal punto di vista della gnosi; per lo gnostico - nel senso etimologico e proprio del termine - non vi è, in ultima analisi, altra "religione". Questa Ibn Arabî ha chiamata la "religione dell'Amore ", mettendo l'accento sull'elemento "realizzazione".

La duplice definizione della religio perennis - discernimento fra il Reale e l'illusorio e concentrazione permanente e unitiva sul Reale - implica inoltre i criteri di ortodossia intrinseca per ogni religione e ogni spiritualità: perché una religione sia ortodossa bisogna infatti che comporti un simbolismo mitologico o dottrinale stabilente la distinzione essenziale in questione, e che offra una via che garantisca tanto la perfetta concentrazione che la sua continuità. Una religione cioè è ortodossa a condizione di offrire, sia una nozione sufficiente, se non sempre esaustiva, dell'Assoluto e del relativo e pertanto dei loro rapporti reciproci, sia un'attività spirituale di natura contemplativa ed efficace quanto ai nostri fini ultimi. Infatti è notorio che le eterodossie tendono sempre ad alterare tanto la nozione del Principio divino quanto il nostro modo di aderirvi; esse offrono sia una contraffazione mondana o profana, "umanistica" se si vuole, della religione, sia una mistica che ha per contenuto il solo ego e le sue illusioni.

Può sembrare sproporzionato trattare in termini semplici e quasi schematici un soggetto così complesso come quello delle prospettive spirituali, ma poiche la natura stessa delle cose ci permette di tener conto di un aspetto di semplicità, non saremmo assolutamente più vicini alla verità seguendo i meandri di una complessità che nel caso presente non s'impone. L'analisi è una funzione dell'intelligenza e la sintesi ne è un'altra; l'associazione di idee che è comunemente fatta fra l'intelligenza e la difficoltà, o fra la facilità e la presunzione, è evidentemente senza rapporto con la vera natura dell'Intelletto. Accade per la visione intellettuale come per la visione ottica; vi sono delle cose che, per conoscerle, vanno viste nei particolari, e delle altre di cui si ha una percezione migliore a una certa distanza perché, sembrando semplici, rivelano molto più chiaramente la loro vera natura. La verità può estendersi e differenziarsi indefinitamente, ma anche concentrarsi in un "punto geometrico", e tutto sta nel cogliere questo punto, qualunque sia il simbolo o il simbolismo che attualizza di fatto l'intellezione.

La verità è una, e sarebbe vano volerla cercare in un solo posto dato, e poiche l'Intelletto contiene nella sua sostanza tutto ciò che è vero, la verità non può non manifestarsi là dove l'Intelletto si dispiega nell'atmosfera di una Rivelazione. Si può rappresentare lo spazio sia con un cerchio che con una croce, una spirale, una stella, un quadrato; e, come è impossibile che vi sia una sola figura atta a indicare la natura dello spazio e dell'estensione, allo stesso modo è impossibile che vi sia una sola dottrina che illustri l'Assoluto e i rapporti fra la contingenza e l'Assoluto. In altri termini: credere che si possa dare una sola dottrina vera, equivale a negare la pluralità delle figure geometriche che misurano virtualmente lo spazio, e anche - per scegliere un esempio completamente diverso - la pluralità delle coscienze individuali e dei punti di vista visivi. In ogni Rivelazione Dio dice "Io" ponendosi estrinsecamente da un punto dl vista diverso da quello delle Rivelazioni precedenti, e da questo deriva l'apparente contraddizione sul piano della cristallizzazione formale.

Alcuni obietteranno forse che le figure geometriche non sono strettamente equivalenti come adeguazioni fra il simbolismo grafico e l'estensione spaziale, e vorranno trarne argomento contro la equivalenza delle prospettive tradizionali, dal momento che abbiamo fatto questo paragone; a ciò risponderemo che le prospettive tradizionali vogliono essere, almeno a priori, delle vie di salvezza o dei mezzi di liberazione piuttosto che delle adeguazioni assolute. Del resto, pur constatando che il cerchio - per non parlare del punto - è una adeguazione più diretta della forma allo spazio, di quanto non lo siano la croce o un'altra figura differenziata, che riflette dunque più perfettamente la natura dcll'estensione, dobbiamo ugualmente tener conto di questo: la croce, il quadrato, la spirale esplicitano una realtà spaziale che il cerchio o il punto esprimono soltanto implicitamente. Le figure differenziate non sono dunque sostituibili, senza di che non esisterebbero, e sono tutt'altra cosa che delle sorte di cerchi imperfetti; la croce è infinitamente più vicina alla perfezione del punto o del cerchio di quanto non lo siano, per esempio, l'ovale o il trapezio. Lo stesso vale per le dottrine tradizionali, per ciò che concerne le loro differenze di forma e i loro valori d'equazione.

Detto questo, torniamo alla nostra religio perennis come discernimento metafisico e concentrazione unitiva, o come discesa del Principio divino, che si fa manifestazione cosmica affinché questa manifestazione ritorni al Principio.

Nel cristianesimo - secondo sant'Ireneo - Dio è "divenuto uomo" affinché l'uomo "diventi Dio"; in termini indù, si dirà: Atmâ è divenuto Mâyâ affinché Mâyâ diventi Atmâ. La concentrazione contemplativa e unitiva, nel cristianesimo, consiste nel dimorare nel Reale manifestato - il "Verbo fatto carne" - affinché questo Reale dimori in noi, che siamo illusori, secondo quanto dichiarò il Cristo in una visione di santa Caterina da Siena: " Io sono colui che è, tu sei colei che non è". L anima dimora nel Reale - nel regno di Dio che è "dentro a noi" - attraverso la preghiera continua del cuore, come insegnano la parabola del giudice iniquo il commento di S. Paolo.

Nell'Islam lo stesso tema fondamentale - perché universale - si cristallizza secondo una prospettiva molto differente. Il discernimento fra il Reale e il non-reale si enuncia attraverso la Testimonianza unitaria (la Shahâdah): la concentrazione correlativa sul Simbolo, o la coscienza permanente del Reale, si effettua attraverso la stessa Testimonianza o attraverso il Nome divino che la sintetizza e che è così la. cristallizzazione quintessenziale della Rivelazione coranica. Questa Testimonianza o questo Nome sono anche la quintessenza della Rivelazione abramitica - attraverso la filiazione ismaeliana - e rimontano alla Rivelazione primordiale del ramo semitico. Il Reale è "disceso" (nazzala, unzila), è entrato nel non-reale o nell'illusorio, nel "caduco" (fânin),(5) divenendo il Qur'ân, o la Shahâdah che lo riassume, o l'Ism (il "Nome") che ne è l'essenza sonora e grafica, o il Dhikr (la "Menzione") che ne è la sintesi operativa, affinché su questa barca divina l'illusorio possa ritornare al Reale, alla " Faccia " (Wajh) del "Signore che dimora solo" (Wayabqa Wajhu Rabbika),(6) qualunque sia la portata metafisica che diamo alle nozioni di " illusione " e di "Realtà". Vi è in questa reciprocità tutto il mistero della "Notte del Destino" (Laylat el-Qadr), che è una "discesa", e della Notte dell'Ascensione" ( Laylat el-Mi'rây) , che è la fase complementare; la realizzazione contemplativa - l'"unificazione" (tawhîd) - deriva da quella ascensione del Profeta attraverso gli stati paradisiaci. "Certo", dice il Corano, "la preghiera impedisce i peccati maggiori (fahshâ) e minori (mun-kar), ma la menzione (dhikr) d'Allâh è più grande".(7)

Più prossima alla prospettiva cristiana sotto un certo rapporto, ma molto più lontana da essa sotto un altro, è la prospettiva buddistica, che da una parte si fonda su di un "Verbo fatto carne", ma dall'altra non ha la nozione antropomorfica di un Dio creatore. Nel buddismo, i due termini dell'alternativa o del discernimento sono il Nirvâna, il Reale, e il Samsâra, l'"illusorio"; la via è in ultima analisi la coscienza permanente nel Nirvâna in quanto Shunya, il "Vuoto", o anche la concentrazione sulla manifestazione salvatrice del Nirvâna, il Budda, che è Shûnyamûrti, Manifestazione del Vuoto. Nel Budda - principalmente, sotto la sua forma Amitâbha - il Nirvâna è divenuto Samsâra, affinché questo diventi Nirvâna; e, se il Nirvâna è il Reale e il Samsâra l'illusione, il Budda sarà il Reale nell'illusorio, e il Bodhisattva l'illusorio nel Reale,(8) ciò che ci riconduce al simbolismo dello Yin-Yang. Questo passaggio dall'illusorio al Reale è descritto dal Prajna-Pâramitâ-Hridava-Sûtra in questi termini: "Partito, partito, - partito per l'altra Sponda, giunto all'altra Sponda - , o Illuminazione, sii benedetta!".

Ogni prospettiva spirituale mette a confronto, per forza di cose, una concezione dell'uomo con una corrispondente concezione di Dio; ne risultano tre idee o tre definizioni concernenti, l'una l'uomo come tale, l'altra Dio come si rivela all'uomo definito in quel modo, e la terza l'uomo come Dio lo determina e lo trasforma in funzione di quella prospettiva.

Dal punto di vista della soggettività umana, l'uomo è il contenente e Dio il contenuto; dal punto di vista divino - se ci si può esprimere così - il rapporto è inverso, tutto essendo contenuto in Dio e nulla potendo contenerlo. Dire che l'uomo è fatto a immagine di Dio, significa nello stesso tempo che Dio assume a posteriori, di fronte all'uomo, qualcosa di questa immagine; Dio è puro spirito e l'uomo è di conseguenza intelligenza o coscienza; inversamente, se definiamo l'uomo come intelligenza, Dio apparirà come "Verità". In altre parole, Dio, volendo affermarsi sotto l'aspetto "Verità" si indirizza all'uomo in quanto dotato di intelligenza, come si indirizza all'uomo in estremo bisogno per affermare la sua misericordia, o all'uomo dotato di libero arbitrio per affermarsi come legge di salvezza.

Le "prove" di Dio e della religione sono nell'uomo stesso. "Conoscendo la sua natura specifica, conosce anche il cielo", dice Mencio in accordo con altre massime analoghe e ben conosciute. Bisogna estrarre dai dati della nostra natura la certezza chiave che apre la via alla certezza del divino e della Rivelazione; chi dice "uomo" dice implicitamente "Dio" ; chi dice "relativo" dice "Assoluto". La natura umana in generale e l'intelligenza umana in particolare non potrebbero comprendersi senza il fenomeno religioso, che le caratterizza nel modo più diretto e più completo. Avendo colto la natura trascendente - non "psicologica" - dell'essere umano, cogliamo quella della rivelazione, della religione, della tradizione; comprendiamo la loro possibilità la loro necessità, la loro verità. E, comprendendo la religione, non solamente sotto una certa forma o secondo una certa lettera, ma anche nella sua essenza informale, comprendiamo ugualmente le religioni, cioè il senso della loro pluralità e diversità: è quello il piano della gnosi, della religio perennis, sul quale le antinomie estrinseche dei dogmi si spiegano e si risolvono.

Sul piano esteriore e quindi contingente, ma che ha la sua importanza nell'ordine umano, la religio perennis si trova in rapporto con la natura vergine e nello stesso tempo con la nudità primordiale, quella della creazione, della nascita, della risurrezione, o quella del gran sacerdote nel Santo dei Santi, dell'eremita nel deserto,(9) del sadhu o sanyâsî indù, del pellerossa in silenziosa preghiera su una montagna.(10) La natura inviolata è ad un tempo un vestigio del paradiso terrestre e una prefigurazione del paradiso celeste; i santuari e i costumi differiscono, ma la natura vergine e il corpo umano restano fedeli all'unità prima. L'arte sacra, che sembra allontanarsi da questa unità, in ultima analisi non fa che restituire ai fenomeni naturali i loro messaggi divini, ai quali gli uomini sono divenuti insensibili; nell'arte la prospettiva d'amore tende verso l'eccesso, la profusione, mentre la prospettiva di gnosi tende verso la natura, la semplicità e il silenzio; è l'opposizione fra la ricchezza gotica e lo spogliamento zen.(11) Ma questo non deve farci perdere di vista che i quadri o modi esteriori sono sempre cosa contingente, e che tutte le combinazioni e tutte le compensazioni sono possibili, tanto che, nella spiritualità, tutte le possibilità possono riflettersi le une nelle altre secondo modalità appropriate.

Una civiltà è integrale e sana nella misura in cui si fonda sulla "religione invisibile" o "soggiacente", la religio perennis; cioè nella misura in cui le sue espressioni o le sue forme lasciano trasparire l'Informale e tendono verso l'Origine, veicolando così il ricordo di un paradiso perduto, ma anche, e a maggior ragione, il presentimento di una Beatitudine intemporale. Infatti l'Origine è ad un tempo in noi e davanti a noi; il tempo non è che un movimento spiroidale attorno a un centro immutabile.



 

(1) "La terra e il cielo non possono contenerMi (Allâh), ma il cuore del credente Mi contiene" (hadîth qudsî). Ugualmente Dante: "Io veggio ben che già mai non si sazia - nostro intelletto, se il Ver non lo illustra - di fuor dal qual nessun vero si spazia" (Paradiso, IV, 124-126).
 

(2) Termine che evoca la philosophia perennis di Steuco Eugubino (secolo XVI) e dei neoscolastici; ma la parola philosophia suggerisce a torto o a ragione una elaborazione mentale piuttosto che la saggezza e non conviene dunque esattamente a ciò, che intendiamo. La religio è ciò che "lega" al Cielo e impegna tutto l'uomo; quanto alla parola traditio, si riferisce a una realta più esteriore, talora frammentaria, e suggerisce del resto una retrospettiva: una religione nascente "lega" al cielo dalla prima rivelazione, ma diventa una "tradizione" - o comporta "delle tradizioni" - solo due o tre generazioni più tardi.
 

(3) Fu così anche nel caso dei saggi arabi preislamici che vivevano spiritualmente dell'eredità di Abramo e di Ismaele.
 

(4) Questo esprime la parola araba furqân, "differenza qualitativa", da faraqa, "separare", "discernere", "biforcare"; si sa che Furqân è uno dei nomi del Corano.
 

(5) La parola fanâ', che si traduce talora con "estinzione" per analogia con il sanscrito nirvâna, ha la stessa radice e significa propriamente "natura caduca".
 

(6) Corano, sura del Misericordioso, 27.
 

(7) Sura del Ragno, 45.
 

(8) Cfr. Le mystère du Bodhisattva, in "Etudes traditionnelles" maggio-giugno, luglio-agosto e settembre-ottobre 1962.
 

(9) Così Maria Egiziaca, nella quale il carattere informale e completamente interiore d'un amore operato da Dio raggiunge le qualità della gnosi, tanto che in questo caso potremmo parlare di "gnosi d'amore" (nel senso di parabhakti).
 

(10) La semplicità della veste e il suo colore, soprattutto bianco, sostituisce talora il simbolismo della nudità nel quadro dell'abbigliamento; su tutti i piani, lo spogliamento ispirato dalla Verità nuda fa da contrappeso al "culturismo" mondano. Sotto altri aspetti, la veste sacra simboleggia la vittoria dello spirito sulla carne, e la sua ricchezza ieratica - che siamo ben lungi dal biasimare - esprime la profusione inesauribile del Mistero e della Gloria.
 

(11) Ma è troppo evidente che l'arte sacra più fastosa e infinitamente più prossima alla gnosi dello "spogliamento" ignorante e affettato degli "spazzini" contemporanei, perchè soltanto la semplicità qualitativa e nobile, e conforme all'essenza delle cose, riflette e trasmette un profumo della saggezza informale.
 

 

Da: http://www.sacrofuoco.it/saggischuon.html

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