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FILOTEA
PRIMA PARTE
Contiene consigli ed
esercizi necessari per condurre l’anima dal primo desiderio della vita devota
fina alla ferma risoluzione di abbracciarla
Capitolo I
DESCRIZIONE DELLA VERA DEVOZIONE Mia cara Filotea, tu
vorresti giungere alla devozione perché sai bene, come cristiana, quanto questa
virtù sia accetta a Dio: ma, siccome i piccoli errori commessi all’inizio di
qualsiasi impresa, ingigantiscono con il tempo e risultano, alla fine,
irreparabili o quasi, è necessario, prima di tutto, che tu sappia che cos’è la
virtù della devozione. Di vera ce n’è una sola, ma di false e vane ce ne sono
tante; e se non sai distinguere la vera, puoi cadere in errore e perdere tempo
correndo dietro a qualche devozione assurda e superstiziosa.
Arelio dava a tutti i
volti che dipingeva le sembianze e l’espressione delle donne che amava; ognuno
si crea la devozione secondo le proprie tendenze e la propria immaginazione. Chi
si consacra al digiuno, penserà di essere devoto perché non mangia, mentre ha il
cuore pieno di rancore; e mentre non se la sente di bagnare la lingua nel vino e
neppure nell’acqua, per amore della sobrietà, non avrà alcuno scrupolo nel
tuffarla nel sangue del prossimo con la maldicenza e la calunnia.
Un altro penserà di essere
devoto perché biascica tutto il giorno una filza interminabile di preghiere; e
non darà peso alle parole cattive, arroganti e ingiuriose che la sua lingua
rifilerà, per il resto della giornata, a domestici e vicini. Qualche altro metterà mano
volentieri al portafoglio per fare l’elemosina ai poveri, ma non riuscirà a
cavare un briciolo di dolcezza dal cuore per perdonare i nemici; ci sarà poi
l’altro che perdonerà i nemici, ma di pagare i debiti non gli passerà neanche
per la testa; ci vorrà il tribunale. Tutta questa brava gente,
dall’opinione comune è considerata devota, ma non lo è per niente. Ricordi l’episodio degli
sgherri di Saul che cercano Davide? Micol li trae in inganno mettendo nel letto
un fantoccio con gli abiti di Davide, e fa loro credere che Davide è ammalato.
Così molti si coprono di alcune azioni esteriori, proprie della santa devozione
e la gente crede che si tratti di persone veramente devote e spirituali; ma se
vai a guardar bene, scopri che sono soltanto fantocci e fantasmi di devozione. La vera e viva devozione,
Filotea, esige l’amore di Dio, anzi non è altro che un vero amore di Dio; non un
amore genericamente inteso. Infatti l’amore di Dio si chiama grazia in quanto
abbellisce l’anima, perché ci rende accetti alla divina Maestà; si chiama
carità, in quanto ci dà la forza di agire bene; quando poi è giunto ad un tale
livello di perfezione, per cui, non soltanto ci dà la forza di agire bene, ma ci
spinge ad operare con cura, spesso e con prontezza, allora si chiama devozione.
Gli struzzi non possono volare, le galline svolazzano di rado, goffamente e
rasoterra; le aquile, le rondini e i colombi volano spesso, con eleganza e in
alto. Similmente i peccatori non
riescono a volare verso Dio, ma si spostano esclusivamente sulla terra e per la
terra; le persone dabbene, che non possiedono ancora la devozione, volano verso
Dio per mezzo delle buone azioni, ma di rado, con lentezza e pesantemente; le
persone devote volano in Dio con frequenza, prontezza e salgono in alto. A dirlo in breve, la
devozione è una sorta di agilità e vivacità spirituale per mezzo della quale la
carità agisce in noi o, se vogliamo, noi agiamo per mezzo suo, con prontezza e
affetto. Ora, com’è compito della carità farci praticare tutti i Comandamenti di
Dio senza eccezioni e nella loro totalità, spetta alla devozione aggiungervi la
prontezza e la diligenza. Ecco perché chi non osserva tutti i Comandamenti di
Dio non può essere giudicato né buono né devoto. Per essere buoni ci vuole la
carità e per essere devoti, oltre alla carità, bisogna avere grande vivacità e
prontezza nel compiere gli atti. Siccome la devozione si
trova in grado di carità eccellente, non soltanto ci rende pronti, attivi e
diligenti nell’osservare tutti i Comandamenti di Dio; ma ci spinge inoltre a
fare con prontezza e affetto tutte le buone opere che ci sono possibili, anche
se non cadono sotto il precetto, ma sono soltanto consigliate o indicate. Come un uomo guarito di
recente da una malattia, cammina quel tanto che gli è necessario, piano piano e
trascinandosi un po’, così il peccatore, guarito dal suo peccato, cammina quel
tanto che Dio gli comanda, trascinandosi adagio adagio fino a che non giunga
alla devozione. Allora, da uomo completamente sano, non soltanto cammina, ma
corre e salta nella via dei Comandamenti di Dio e, inoltre, prende di corsa i
sentieri dei consigli e delle ispirazioni celesti. In conclusione, si può
dire che la carità e la devozione differiscono tra loro come il fuoco dalla
fiamma; la carità è un fuoco spirituale, che quando brucia con una forte fiamma
si chiama devozione: la devozione aggiunge al fuoco della carità solo la fiamma
che rende la carità pronta, attiva e diligente, non soltanto nell’osservanza dei
Comandamenti di Dio, ma anche nell’esercizio dei consigli e delle ispirazioni
del cielo.
Capitolo II
CARATTERISTICHE ED ECCELLENZA DELLA DEVOZIONE Coloro i quali volevano
scoraggiare gli Israeliti dall’entrare nella terra promessa, dicevano che era un
paese che divorava gli abitanti, ossia, che l’aria era talmente pestilenziale
che nessuno vi poteva vivere a lungo; per di più era abitata da mostri che
divoravano gli uomini come locuste: allo stesso modo, mia cara Filotea, la gente
della strada dice tutto il male che può della devozione e dipinge le persone
devote immusonite, tristi e imbronciate, e va blaterando che la devozione rende
malinconici e insopportabili. Ma sull’esempio di Giosuè e di Caleb, che, non
solo sostenevano che la terra promessa era fertile e bella, ma che il suo
possesso sarebbe stato utile e piacevole, lo Spirito Santo, per bocca di tutti i
santi, e Nostro Signore, con la sua Parola, ci danno assicurazione che la vita
devota è dolce, facile e piacevole. La gente vede che i devoti
digiunano, pregano, sopportano le ingiurie, servono gli infermi, assistono i
poveri, fanno veglie, controllano la collera, dominano le passioni, fanno a meno
dei piaceri dei sensi e compiono altre azioni simili a queste, di per sé e per
loro natura aspre e rigorose; ma non sa vedere la devozione interiore e cordiale
che trasforma tutte queste azioni in piacevoli, dolci e facili. Guarda l’ape sul timo: ne
può ricavare soltanto un succo amaro, ma succhiandolo lo trasforma in miele,
perché questa è la sua caratteristica. Mi rivolgo a te, persona
del mondo, e ti dico: le anime devote incontrano molta amarezza nei loro
esercizi di mortificazione , questo è certo, ma praticandoli li trasformano in
dolcezza e soavità. Il fuoco, la fiamma, la
ruota, la spada per i martiri sembravano fiori odorosi, perché erano devoti; e
se la devozione riesce a rendere piacevoli le torture più crudeli e la stessa
morte, cosa non riuscirà a fare per le azioni proprie della virtù? Lo zucchero rende dolci i
frutti un po’ acerbi e toglie il pericolo che facciano male quelli troppo
maturi; la devozione è il vero zucchero spirituale, che toglie l’amarezza alle
mortificazioni e la capacità di nuocere alle consolazioni: toglie la rabbia ai
poveri e la preoccupazione ai ricchi; la desolazione a chi è oppresso e
l’insolenza al favorito dalla sorte; la tristezza a chi è solo e la dissipazione
a chi è in compagnia; ha la funzione di fuoco in inverno e di rugiade in estate,
sa affrontare e soffrire la povertà, trova ugualmente utile l’onore e il
disprezzo, riceve il piacere e il dolore con un cuore quasi sempre uguale, e ci
colma di una meravigliosa soavità. Guarda la scala di
Giacobbe, che è la vera immagine della vita devota: i due montanti, tra i quali
si sale ed ai quali sono fissati gli scalini, rappresentano l’orazione, che
chiede l’amore di Dio e i Sacramenti, che lo conferiscono; gli scalini sono i
diversi livelli della carità, per i quali si sale, di virtù in virtù; o
discendendo in aiuto e sostegno del prossimo, o salendo per la contemplazione
all’unione d’amore con Dio. Ed ora dà uno sguardo a
coloro che si trovano sulla scala: sono uomini con il cuore di Angeli, o Angeli
con il corpo di uomini; non sono giovani, ma lo sembrano, perché sono pieni di
forza e di agilità spirituale; hanno ali per volare e si lanciano in Dio con la
santa orazione; ma hanno anche i piedi per camminare con gli uomini in una santa
e piacevole conversazione; i loro volti sono belli e radiosi, per cui ricevono
tutto con dolcezza e soavità; le gambe, le braccia e la testa sono scoperte,
perché i loro pensieri, i loro affetti e le loro azioni hanno il solo scopo di
piacere a Dio. Il resto del corpo è coperto da una tunica fine e leggera, perché
sono realmente inseriti nel mondo e usano le cose di questo mondo, ma in modo
pulito e limpido, prendendo esclusivamente il necessario: così agiscono le
persone devote. Cara Filotea, devi
credermi: la devozione è la dolcezza delle dolcezze e la regina delle virtù,
perché è la perfezione della carità. Se vogliamo paragonare la carità al latte,
la devozione ne è la crema; se la paragoniamo ad una pianta, la devozione ne è
il fiore; se ad una pietra preziosa, la devozione ne è lo splendore; se ad un
unguento prezioso, né è il profumo soave che dà la forza agli uomini e gioia
agli Angeli.
Capitolo III
LA DEVOZIONE SI ADATTA A TUTTE LE VOCAZIONI E
PROFESSIONI Nella creazione Dio
comandò alle piante di portare frutto, ciascuna secondo il proprio genere: allo
stesso modo, ai Cristiani, piante vive della Chiesa, ordina di portare frutti di
devozione, ciascuno secondo la propria natura e la propria vocazione. La devozione deve essere
vissuta in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal domestico, dal
principe, dalla vedova, dalla nubile, dalla sposa; ma non basta, l’esercizio
della devozione deve essere proporzionato alle forze, alle occupazioni e ai
doveri dei singoli. Ti sembrerebbe cosa fatta
bene che un Vescovo pretendesse di vivere in solitudine come un Certosino? E che
diresti di gente sposata che non volesse mettere da parte qualche soldo più dei
Cappuccini? Din un artigiano che passasse le sue giornate in chiesa come un
Religioso? E di un Religioso sempre alla rincorsa di servizi da rendere al
prossimo, in gara con il Vescovo? Non ti pare che una tal sorta di devozione
sarebbe ridicola, squilibrata e insopportabile? Eppure queste stranezze
capitano spesso, e la gente di mondo, che non distingue, o non vuol distinguere,
tra la devozione e le originalità di chi pretende essere devoto, mormora e
biasima la devozione, che non deve essere confusa con queste stranezze. Se la devozione è
autentica non rovina proprio niente, anzi perfeziona tutto; e quando va contro
la vocazione legittima, senza esitazione, è indubbiamente falsa.
Aristotele dice che l’ape
ricava il miele dai fiori senza danneggiarli, e li lascia intatti e freschi come
li ha trovati. La vera devozione fa ancora meglio, perché non solo non porta
danno alle vocazioni e alle occupazioni, ma al contrario, le arricchisce e le
rende più belle. Qualunque genere di pietra
preziosa, immersa nel miele diventa più splendente, ognuna secondo il proprio
colore; lo stesso avviene per i cristiani: tutti diventano più cordiali e
simpatici nella propria vocazione se le affiancano la devozione: la cura per la
famiglia diventa serena, più sincero l’amore tra marito e moglie, più fedele il
servizio del principe e tutte le occupazioni più dolci e piacevoli. Pretendere di eliminare la
vita devota dalla caserma del soldato, dalla bottega dell’artigiano, dalla corte
del principe, dall’intimità degli sposi è un errore, anzi un’eresia. E’ vero che
la devozione contemplativa, monastica e religiosa non può essere vissuta in
quelle vocazioni; ma è anche vero che, oltre a queste tre devozioni ce ne sono
tante altre, adatte a portare alla perfezione quelli che vivono fuori dai
monasteri. Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Giobbe, Tobia, Sara, Rebecca e
Giuditta ne sono la prova per l’Antico Testamento; nel Nuovo abbiamo S.
Giuseppe, Lidia, S. Crispino che vissero la perfetta devozione nelle loro
botteghe; S. Anna, S. Marta, S. Monica, Aquila, Priscilla, nel matrimonio;
Cornelio, S. Sebastiano, S. Maurizio nella vita militare; Costantino, Elena, S.
Luigi, il Beato Amedeo, S. Edoardo sul trono. E’ capitato anche che molti
abbiano perso la perfezione nella solitudine, per sé molto utile alla vita
perfetta, mentre l’avevano conservata in mezzo alla moltitudine, che sembra
invece, di natura sua, poco adatta a favorire la perfezione. Lot, dice S.
Gregorio, fu casto in città e peccatore nella solitudine. Poco importa dove ci
troviamo: ovunque possiamo e dobbiamo aspirare alla devozione.
Capitolo IV
NECESSITA’ DI UN DIRETTORE SPIRITUALE PER
ENTRARE E PROGREDIRE NELLA DEVOZIONE Quando il giovane Tobia
ricevette l’ordine di recarsi a Rage, rispose: Non conosco la strada. Il padre
gli disse allora: Va tranquillo e cerca qualcuno che ti faccia da guida. Ti dico la stessa cosa,
Filotea. Vuoi metterti in cammino verso la devozione con sicurezza? Trova
qualche uomo capace che ti sia di guida e ti accompagni; è la raccomandazione
delle raccomandazioni. Qualunque cosa tu cerchi, dice il devoto Avila, troverai
con certezza la volontà di Dio soltanto sul cammino di una umile obbedienza,
tanto raccomandata e messa in pratica dai devoti del tempo antico. La Beata Madre Teresa,
vedendo Caterina di Cordova fare grandi penitenze, ebbe un grande desiderio di
imitarla contro il parere del confessore che glielo proibiva e al quale era
tentata di non obbedire, almeno in questo, Dio allora le disse: Figlia mia, tu
stai camminando su una strada buona e sicura. Vedi le sue penitenze? Eppure io
preferisco la tua obbedienza! Teresa concepì tanto amore per questa virtù che,
oltre all’obbedienza dovuta ai Superiori, votò una particolare obbedienza ad un
uomo straordinario, impegnandosi a seguirne la direzione e la guida; ne ebbe
grandi consolazioni. Prima e dopo di lei, è capitata la stessa cosa a molte
anime elette che, per garantirsi una più perfetta sottomissione a Dio, hanno
posto la loro volontà sotto la direzione dei suoi servi; cosa che S. Caterina da
Siena elogia con sante espressioni nei suoi Dialoghi. La devota principessa S.
Elisabetta obbediva, con estrema esattezza, al dotto Maestro Corrado; ecco un
consiglio dato da S. Luigi sul letto di morte a suo figlio: "Confessati spesso,
scegli un confessore adatto, che sia molto prudente e che possa insegnarti con
sicurezza, a fare il tuo dovere". "L’amico fedele, dice la
S. Scrittura, è una forte protezione; chi lo trova, trova un tesoro". L’amico
fedele è un balsamo di vita e d’immortalità; coloro che temono Dio, lo trovano.
Queste parole divine si riferiscono, in primo luogo, come puoi notare,
all’immortalità, per camminare verso la quale è necessario, prima di tutto,
avere un amico fedele che diriga le nostre azioni con le sue esortazioni e i
suoi consigli; ci eviterà così i tranelli e gli inganni del nemico; sarà per noi
un tesoro di sapienza nelle afflizioni, nelle tristezze e nelle cadute; sarà il
balsamo per alleviare e consolare i nostri cuori nelle malattie spirituali; ci
proteggerà dal male e ci renderà stabili nel bene; e se dovesse colpirci qualche
infermità, impedirà che diventi mortale e ci farà guarire. Ma chi può trovare un
amico di tal sorta? Risponde il Saggio: coloro che temono Dio; ossia gli umili,
che desiderano ardentemente avanzare nella vita spirituale. Giacché ti sta tanto a
cuore camminare con una buona guida, in questo santo viaggio della devozione,
cara Filotea, prega Iddio, con grande insistenza, che ne provveda una secondo il
suo cuore; e poi non dubitare: sii certa che, a costo di mandare un Angelo dal
cielo, come fece per il giovane Tobia, ti manderà una guida capace e fedele. Per te deve rimanere
sempre un Angelo: ossia, quando l’avrai trovato, non fermarti a dargli stima
come uomo, e non riporre la fiducia nelle sue capacità umane, ma in Dio
soltanto, che ti incoraggerà e ti parlerà tramite quell’uomo, ponendogli nel
cuore e sulla bocca ciò che sarà utile al tuo bene; tu devi ascoltarlo come un
Angelo venuto dal cielo per condurti là. Parla con lui a cuore aperto, in piena
sincerità e schiettezza; manifestagli con chiarezza il bene e il male senza
infingimenti e dissimulazione: in tal modo il bene sarà apprezzato e reso più
solido e il male corretto e riparato; nelle afflizioni ti sarà di sollievo e di
forza, nelle consolazioni di moderazione e misura. Devi riporre in lui una
fiducia senza limiti, unita a un grande rispetto, ma in modo che il rispetto non
diminuisca la fiducia e la fiducia non tolga il rispetto. Apriti a lui con il
rispetto di una figlia verso il padre e portagli rispetto con la fiducia di un
figlio verso la madre; per dirla in breve: deve essere una amicizia forte e
dolce, santa, sacra, degna di Dio, divina, spirituale. A tal fine, scegline uno
tra mille, dice Avila; io ti dico, uno tra diecimila, perché se ne trovano meno
di quanto si dica capaci di tale compito. Deve essere ricco di carità, di
scienza e di prudenza: se manca una di queste tre qualità, c’è pericolo. Ti
ripeto, chiedilo a Dio e, una volta che l’hai trovato, benedici la sua divina
Maestà, fermati a quello e non cercarne altri; ma avviati, con semplicità,
umiltà e confidenza; il tuo sarà un viaggio felice.
Capitolo V
SI DEVE COMINCIARE DALLA PURIFICAZIONE
DELL’ANIMA "I fiori sono apparsi nei
campi", dice lo Sposo nel Cantico dei Cantici, "è giunto il tempo di potare e
sfrondare". I fiori del nostro cuore, o Filotea, sono i buoni desideri. Ora,
appena compaiono, bisogna mettere mano alla roncola per sfrondare dalla nostra
coscienza tutte le opere morte e inutili. La ragazza straniera, per sposare un
Israelita, doveva togliersi la veste della prigionia, tagliarsi le unghie e
radersi i capelli: similmente l’anima che vuole andare sposa al Figlio di Dio,
deve spogliarsi del vecchio uomo e rivestirsi del nuovo, lasciando il peccato;
poi tagliare e radere tutti gli impedimenti che distolgono dall’amore di Dio. Essersi purificati dalla
malizia del peccato è l’inizio della salvezza. S. Paolo venne purificato
totalmente in un attimo; lo stesso avvenne a Caterina da Genova, S. Maddalena,
S. Pelagia e qualche altro. Ma questa sorta di purificazione è miracolosa ed
eccezionale in grazia, come la resurrezione dei morti lo è in natura: non
possiamo pretenderla. Ordinariamente la
purificazione, come la guarigione, sia del corpo che dello spirito, avviene
adagio adagio, per gradi, un passo dopo l’altro, a fatica e con il tempo. Sulla
scala di Giacobbe gli Angeli hanno le ali, ma non volano, anzi salgono e
scendono ordinatamente, uno scalino dopo l’altro. L’anima che sale dal peccato
alla devozione viene paragonata all’alba, che, quando spunta, non mette
immediatamente in fuga le tenebre, ma gradatamente. Dice il Saggio che la
guarigione la quale avviene senza fretta è sempre la più sicura; le infermità
del cuore, come quelle del corpo, vengono a cavallo o in carrozza, ma se ne
vanno a piedi e al piccolo trotto. Devi essere dunque
coraggiosa e paziente in questa impresa, Filotea. Che pena vedere anime che,
scoprendo di essere afflitte da molte imperfezioni, dopo essersi impegnate per
un po’ nel cammino della devozione, si inquietano, si turbano e si scoraggiano e
rischiano di cedere alla tentazione di lasciare tutto e di tornare indietro.
D’altra parte, uguale pericolo corrono quelle anime che, per la tentazione
contraria, si illudono di essere liberate dalle loro imperfezioni il primo
giorno della purificazione, e si considerano perfette ancor prima di
essere fatte: pretendono di volare senza le ali! Filotea, quelle sono
veramente in grande pericolo di cadere, perché troppo presto hanno voluto
sottrarsi alle mani del medico. Non alzarti prima che ci si veda, dice il
Profeta Davide; e alzati dopo esserti seduto! Egli stesso mette in pratica
quello che dice e, una volta lavato e profumato, chiede di rimettersi all’opera. L’esercizio della
purificazione dell’anima può e deve finire soltanto con la vita: perciò non
agitiamoci per le nostre imperfezioni; quello che si chiede a noi è di
combatterle; se non le vedessimo, non potremmo combatterle e non potremmo
vincerle se non ci imbattessimo in esse. La nostra vittoria non consiste nel non
sentirle, ma nel non acconsentirvi; e non è acconsentire esserne turbati. Anzi,
ogni tanto, ci fa bene una ferita in questa battaglia spirituale, per
fortificare la nostra umiltà; non saremo mai vinti finché non avremo perso la
vita o il coraggio. Le imperfezioni e i
peccati veniali non possono strapparci la vita spirituale, che si perde soltanto
con il peccato mortale; è il coraggio di combattere che non dobbiamo perdere!
Diceva Davide: Liberami, Signore, dalla vigliaccheria e dallo scoraggiamento. In
questa guerra ci troviamo in una condizione di favore, perché, per vincere, ci
basta la volontà di combattere.
Capitolo VI
PRIMA PURIFICAZIONE: DAL PECCATO MORTALE La prima purificazione è
quella dal peccato; il mezzo: il sacramento della penitenza. Cercati il miglior
confessore che puoi; serviti anche di qualche libretto scritto a questo scopo;
leggi con attenzione e nota, punto per punto, dove hai mancato, cominciando da
quando hai avuto l’uso di ragione fino a oggi. Se ti fidi poco della memoria,
metti per iscritto quello che hai trovato. Una volta trovate e messe insieme le
brutture peccaminose della tua coscienza, detestale e respingile con una
contrizione e un dispiacere grande quanto il tuo cuore riesce a concepire,
prendendo in considerazione questi quattro punti: per il peccato tu hai perso la
grazia di Dio, hai perso il diritto al paradiso, hai accettato i tormenti eterni
dell’inferno, hai rinunciato all’eterno amore di Dio. Hai capito, Filotea, che
ti parlo della confessione generale di tutta la vita che, lo so bene anch’io,
fortunatamente, non sempre è necessaria; ma io la considero molto utile in
questo inizio, per cui te la consiglio vivamente. Capita spesso che le
confessioni abituali di coloro che conducono una vita ordinaria di cristiani
comuni, siano piene di difetti: per lo più si prepara poco o per niente, non si
ha la contrizione richiesta, anzi capita addirittura che molte volte ci si vada
a confessare con il segreto proposito di tornare a peccare, visto che non si ha
alcuna intenzione di evitare l’occasione, né di prendere gli opportuni
accorgimenti per correggersi; in tutti questi casi la confessione generale è
necessaria per dare una scossa all’anima. Inoltre la confessione
generale ci porta a conoscere noi stessi, ci provoca a una salutare vergogna del
nostro passato, ci fa ammirare la misericordia di Dio, che ci ha atteso con
tanta pazienza; porta la pace nel cuore, la serenità nello spirito, suscita
buoni propositi, offre l’occasione al nostro padre spirituale di darci consigli
più adatti alla nostra reale situazione e ci apre il cuore alla semplicità
fiduciosa che ci farà essere molto sinceri nelle confessioni che seguiranno. E poiché parliamo di un
rinnovamento generale del cuore e della conversione totale dell’anima a Dio, per
mezzo della vita devota, mi sembra, o Filotea, di avere ragione nel consigliarti
questa confessione generale.
Capitolo VII
SECONDA PURIFICAZIONE: DAGLI AFFETTI AL
PECCATO Tutti gli Israeliti
uscirono materialmente dall’Egitto, ma non tutti ne uscirono con il cuore; ecco
perché, nel deserto, molti di essi rimpiangevano le cipolle e la carne d’Egitto. Allo stesso modo ci sono
dei peccatori che escono materialmente dal peccato, ma non ne abbandonano
l’affetto: ossia, fanno il proposito di non peccare più, ma si privano e si
astengono dai piaceri del peccato con una certa malavoglia e con rimpianto; il
loro cuore rinuncia al peccato e se ne allontana, ma non per questo smette di
volgersi in continuazione da quella parte, come la moglie di Lot verso Sodoma. Si tengono lontani dal
peccato come fanno i malati con i cocomeri quando il medico li ha minacciati di
pericolo di morte se ne dovessero mangiare; ci stanno male a non poterne
mangiare, ne parlano e mercanteggiano la possibilità di superare il divieto,
almeno per assaggiarne, e giudicano fortunati quelli che possono mangiarne. Fanno la stessa cosa quei
penitenti deboli e fiacchi che si astengono un po’ dal peccato, a malincuore;
vorrebbero poter peccare senza andare all’inferno, parlano con rimpianto e
compiacimento del peccato e giudicano fortunati quelli che lo fanno. Un uomo
deciso a vendicarsi, cambierà proposito nella confessione, ma subito dopo lo
travi tra gli amici, felice di poter parlare della sua lite: e dice che, se non
fosse per il timor di Dio, farebbe questo e quest’altro, e aggiunge che, su
questo punto, la legge di Dio, che impone il perdono, è molto dura; volesse Dio
che fosse permesso vendicarsi! Chi non vede che questo
Tizio, anche se legalmente fuori dal peccato, è ancora tutto preso dall’affetto
al peccato e, mentre fisicamente è uscito dall’Egitto, vi abita ancora con il
desiderio, bramandone le carni e le cipolle. Lo stesso si dica di quella donna
che, dopo aver detestato i suoi amori perversi, si compiace di essere civetta e
ricercata. Tale gente è in grande pericolo! Filotea, poiché vuoi dare
inizio alla vita devota, non deve bastarti di abbandonare il peccato, ma devi
sbarazzare il tuo cuore da tutti gli affetti legati al peccato; perché, oltre al
pericolo di ricadere, questi miserabili affetti renderebbero perpetuamente
malato e intorpidito il tuo spirito, a tal punto che non riuscirebbe a compiere
il bene con prontezza, diligenza e di frequente. Mentre proprio in questo
consiste l’essenza della devozione. Le anime uscite dallo
stato di peccato, ma che hanno ancora questi affetti e debolezze, io le
assomiglio alle ragazze che hanno un colore pallido: non sono malate, ma tutto
il loro comportamento è da malati: mangiano senza gusto, dormono senza riposare,
ridono senza gioia, si trascinano invece di camminare; allo stesso modo tali
anime fanno il bene con una tale stanchezza spirituale, che tolgono ogni grazia
ai loro esercizi di pietà, che poi, oltre tutto, sono pochi di numero e poveri
di risultati.
Capitolo VIII
COME FARE LA SECONDA PURIFICAZIONE La prima ragione che deve
spingerci ad operare questa seconda purificazione, è la coscienza viva e nitida
del male enorme che ci causa il peccato; riusciremo, in tal modo, ad entrare in
una contrizione profonda e travolgente: infatti la contrizione, per piccola che
sia, se è sincera, e soprattutto se congiunta alla forza dei Sacramenti, ci
purifica sufficientemente dal peccato; se poi la contrizione è profonda e
travolgente, ci purifica anche da tutti gli affetti che derivano dal peccato. Un odio e un astio debole
e fiacco ci permette di sopportare, anche se di malanimo, colui che odiamo; se
poi ci è possibile, ne stiamo lontani; ma se il nostro odio è mortale e
violento, non solo fuggiamo e troviamo insopportabile colui che odiamo, ma ci
ripugna e non possiamo soffrire nemmeno la compagnia di coloro che la pensano
come lui, dei suoi amici, dei suoi parenti. Non sopportiamo nemmeno la vista del
suo ritratto e delle cose che gli appartengono. Similmente, se il
penitente odia il peccato solo leggermente, benché sinceramente, è vero che fa
il proposito di non peccare più, ma non è come quando lo odia con una
contrizione forte e vigorosa; in tal caso, non solo detesterà il peccato, ma
anche tutti gli affetti, le conseguenze e i sentieri del peccato. E’ per questo, Filotea,
che dobbiamo rendere la nostra contrizione e il pentimento più profondi
possibile, perché tutto ciò che appartiene al peccato sia travolto. Così fece la
Maddalena che, convertendosi, perse talmente il gusto del peccato e dei piaceri
che non ci pensò più; e Davide, che protestava di odiare non soltanto il
peccato, ma anche le sue vie e i suoi sentieri: questo è il ringiovanimento
dell’anima, che lo stesso Profeta paragona a quello dell’aquila che muta le
penne. Ora per giungere a questa
presa di coscienza ed alla contrizione, devi immergerti con cura nelle
meditazioni che qui di seguito ti propongo; se ti ci impegnerai con serietà, con
l’aiuto della grazia di Dio, strapperai dal tuo cuore il peccato e i principali
affetti al peccato; le ho impostate proprio a questo scopo. Le farai una dopo l’altra,
nell’ordine che te le propongo, una al giorno, di mattino, se ti è possibile;
perché è il tempo più adatto alle operazioni dello spirito; e ci rifletterai
sopra per tutta la giornata. Se poi non hai
dimestichezza con le meditazioni, leggi quello che ne dico nella seconda parte
di questo libretto.
Capitolo IX
Prima Meditazione: LA CREAZIONE Preparazione
Considerazioni
Affetti e propositi
Conclusione
Padre nostro, Ave Maria. Uscendo dall’orazione
raccogli un po’ qua e un po’ là e, scegliendo tra le considerazioni fatte,
confeziona un mazzetto di devozione; così, durante tutto l’arco della giornata,
potrai odorarne il profunmo.
Capitolo X
Seconda meditazione: IL FINE PER IL QUALE
SIAMO CREATI Preparazione
Considerazioni
Affetti e propositi
Conclusione
Capitolo XI
Terza Meditazione: I BENEFICI DI DIO Preparazione
Considerazioni
Affetti e propositi
Conclusioni
Capitolo XII
Quarta Meditazione: IL PECCATO Preparazione
Considerazioni
Affetti e propositi
Conclusione
Capitolo XIII
Quinta Meditazione: LA MORTE Preparazione
Considerazioni
Affetti e risoluzioni
Conclusione Ringrazia Dio dei
propositi che ti ha dato la forza di concepire; offrili alla sua Maestà; pregalo
spesso che ti conceda una morte beata per i meriti di quella del Figlio. Chiedi
l’aiuto della Vergine e dei Santi. Pater, Ave Maria. Componi un mazzetto di
mirra.
Capitolo XIV
Sesta Meditazione: IL GIUDIZIO Preparazione
Considerazioni
Affetti e propositi
Conclusione
Capitolo XV
Settima Meditazione: L’INFERNO Preparazione
Considerazioni
Affetti e propositi
Capitolo XVI
Ottava Meditazione: IL PARADISO Considerazioni
Affetti e propositi
Capitolo XVII
Nona Meditazione: ELEZIONE E SCELTA DEL
PARADISO Preparazione
Considerazioni Immagina di essere in
aperta campagna, sola con il tuo Angelo, come il giovane Tobia sulla via di Rage;
immagina che l’Angelo ti inviti alla contemplazione del Paradiso, spalancato in
alto, davanti a te: tu vi scorgi tutte le cose belle sulle quali abbiamo già
meditato. In basso poi, ti fa vedere
la voragine dell’inferno, anch’essa spalancata davanti a te, con tutti i
tormenti che ti ho descritto quando ti ho guidato alla meditazione dell’inferno. Dopo aver immaginato
questa doppia visione, mettiti in ginocchio davanti al tuo Angelo.
Scelta
Capitolo XVIII
Decima Meditazione: L’ELEZIONE E LA SCELTA
DELLA VITA DEVOTA Preparazione
Considerazioni
Scelta
Capitolo XIX
COME FARE LA CONFESSIONE GENERALE Ecco dunque, cara Filotea,
le meditazioni che fanno al caso nostro. Una volta che le hai profondamente
meditate, in ispirito di umiltà, va coraggiosamente a fare la tua confessione
generale. Ti prego di non angosciarti per alcun motivo. Lo scorpione è velenoso
quando ci punge, ma, ridotto in olio, è un efficace rimedio contro le sue
punture; il peccato è riprovevole quando lo commettiamo, ma una volta
trasformato in confessione e penitenza, è pegno di onore e di salvezza. La
contrizione e la confessione sono così belle e così profumate, che cancellano la
bruttezza e distruggono il lezzo del peccato. Simone il lebbroso diceva che
Maddalena era peccatrice, ma Nostro Signore dice di no e parla soltanto del
profumo che spande e del suo grande amore. Se noi siamo molto umili, o Filotea,
il peccato ci darà un grande dispiacere perché offende Dio. Ma l’accusa del
nostro peccato diverrà dolce e piacevole perché onora Dio: quando diciamo al
medico il male che ci tormenta, proviamo già un certo sollievo. Quando sarai
davanti al padre spirituale, immagina di essere sul Calvario, ai piedi di Gesù
Cristo crocifisso, il cui sangue, grondando da tutte le parti, ti lava dalle
iniquità; infatti anche se non si tratta fisicamente del sangue del Salvatore, è
sempre il merito di quel sangue versato che continua a scorrere abbondantemente
sui penitenti che si trovano attorno al confessionale. Apri bene il cuore per
farne uscire i peccati destinati alla confessione; a misura che usciranno,
entrerà il merito prezioso della Passione di Cristo per riempirlo di
benedizioni. Esponi tutto bene, con semplicità e naturalezza; almeno per questa
volta fa contenta la tua coscienza. Dopo ascolta la correzione
e i consigli del servitore di Dio, e dì nel tuo cuore: Parla, Signore, che il
tuo servo ti ascolta. Sì, Filotea, è Dio che tu ascolti, perché ha detto ai suoi
rappresentanti: Chi ascolta voi, ascolta me. Dopo, prendi in mano la
promessa che ho scritto per te e che trovi nel capitolo seguente; serve di
conclusione al tuo atto di contrizione. Prima devi meditarla. Leggila con
attenzione e con tutta la partecipazione che ti sarà possibile.
Capitolo XX
PROMESSA PER IMPRIMERE NELL’ANIMA IL
PROPOSITO DI SERVIRE DIO, A CONCLUSIONE DEGLI ATTI DI PENITENZA Io sottoscritta, prostrata
davanti a Dio e a tutta la Corte celeste, dopo aver considerato l’immensa
misericordia della divina bontà nei confronti di me, indegna e insignificante
creatura, che Egli ha tratto dal nulla, conservata, nutrita e liberata da tanti
pericoli, e colmata di tanti benefici; ma soprattutto dopo aver consideratola
dolcezza, e la clemenza, superiore a quanto si può pensare, in virtù della quale
tanto benignamente mi ha sopportata nelle mie iniquità, ispirandomi molto spesso
con amore e invitandomi a correggermi; considerando che mi ha atteso tanto
pazientemente perché facessi penitenza fino all’età che oggi ho; e questo,
nonostante le mie ingratitudini, le slealtà e le infedeltà con le quali ho
differito la conversione, disprezzando le sue grazie e per di più sfacciatamente
offendendolo; dopo aver preso in considerazione anche il fatto che nel giorno
del Battesimo sono stata consacrata e donata a Dio, per essere sua figlia; e
che, contrariamente alla promessa fatta allora in mio nome, ho molte volte,
agendo da disgraziata e in modo riprovevole, profanato e violato il mio spirito,
usandolo contro la Maestà divina; essendo ritornata finalmente in me stessa,
prostrata con il cuore e con lo spirito davanti al trono della giustizia divina,
riconosco, ammetto e confesso di meritare di essere accusata e convinta del
crimine di lesa Maestà divina, in quanto colpevole della Morte e Passione di
Gesù Cristo, ucciso dai peccati da me commessi; infatti per loro causa è morto
dopo aver sofferto i tormenti della croce; per questo riconosco di essere degna
di venire condannata alla perdizione eterna. Ma oso rivolgermi al trono
dell’infinita misericordia del medesimo Dio. Detesto con tutto il cuore e con
tutte le forze le iniquità della mia vita passata, domando e impetro umilmente
grazia e perdono e per questo ti chiedo una totale assoluzione dei miei crimini,
in forza della Morte e Passione di quel medesimo Signore e Redentore dell’anima
mia; fidando su quella, quale unica speranza per la mia salvezza, ripeto
nuovamente e rinnovo la promessa di fedeltà fatta in mio nome a Dio, in
occasione del battesimo, e rinuncio al demonio, al mondo e alla carne; detesto
le loro malefiche suggestioni, le vanità e i desideri insani, per tutta la vita
che mi resta e per l’eternità. Voglio convertirmi a Dio
buono e pietoso; desidero, propongo, scelgo e decido irrevocabilmente di
servirlo e amarlo adesso e per l’eternità. A tal fine gli affido, gli dedico e
gli consacro il mio spirito con tutte le sue facoltà, la mia anima con tutte le
sue potenze, il mio cuore con tutti i suoi affetti, il mio corpo con tutti i
suoi sensi; protesto di non voler più in alcun modo, abusare di nessuna parte
del mio essere contro la sua divina volontà e la sua Maestà sovrana; a lei mi
sacrifico e mi immolo in ispirito, per essere per sempre nei suoi confronti, una
creatura leale, obbediente e fedele, senza più volermi ricredere o pentire. Ma, se per suggestione del
nemico o qualche umana infermità. Dovesse capitarmi di venir meno in qualche
cosa a questa mia promessa e a questa consacrazione, fin d’ora protesto e mi
propongo, con l’aiuto della grazia dello Spirito Santo, di rialzarmi
immediatamente, appena ne avrò coscienza, di rivolgermi di nuovo alla
misericordia divina senza attendere un solo istante. Questa è la mia volontà,
la mia intenzione e la mia decisione irremovibile, di cui ho piena coscienza e
la confermo senza riserve o eccezioni, davanti a Dio e alla Chiesa trionfante,
alla Chiesa militante mia Madre, che riceve questa mia dichiarazione nella
persona di colui che, come ministro, mi ascolta in questo atto. Ti piaccia, o eterno
Iddio, onnipotente e buono, Padre, Figlio e Spirito Santo, confermare in me
questo proposito e accettare e gradire il dono che ti faccio in questo momento
con tutto il cuore, dal profondo di me stessa. Come mi hai dato ispirazione e
volontà per offrirtelo, dammi anche grazia e forza per non mancare di parola. O
Signore, tu sei il mio Dio, il Dio del mio cuore, il Dio della mia anima, il Dio
del mio Spirito; come tale ti riconosco e ti adoro per tutta l’eternità. Viva
Gesù!
Capitolo XXI
CONCLUSIONE DELLA PRIMA PURIFICAZIONE Fatta la promessa, rimani
molto attenta e apri bene il cuore per ascoltare con tutta l’anima le parole di
assoluzione che il Salvatore della tua anima, assiso sul trono della
misericordia, pronuncerà lassù in Cielo, davanti agli Angeli e ai Santi, nello
stesso istante in cui, in suo nome, il sacerdote ti assolverà quaggiù in terra. La schiera dei Beati
gioisce per la tua felicità e canta il cantico spirituale di una gioia che non
ha confronti; tutti ti accolgono e abbracciano il tuo cuore che ha ritrovato la
grazia e la santità. E’ un ottimo contratto,
Filotea: tu doni ora te stessa alla Maestà di Dio e ottieni in cambio che Egli
si doni a te per l’eternità. Non ti resta più che
prendere la penna e apporre la firma all’atto della tua promessa; dopo di che,
ti recherai all’altare; così anche Dio firmerà e apporrà il suo sigillo a
conferma dell’assoluzione e ti prometterà il paradiso; per mezzo del sacramento
anzi, sarà Lui stesso il sigillo di garanzia sul tuo cuore nuovo. Così la tua
anima sarà libera dal peccato e da tutti gli affetti al peccato. Ma siccome questi affetti
rispuntano facilmente nell’anima, a causa della nostra infermità e della nostra
concupiscenza, che può essere mortificata, ma non eliminata, finché vivremo su
questa terra, io ti darò dei consigli: se li segui ti terrai lontana dal peccato
mortale e dai suoi affetti così mai più il peccato avrà posto nel tuo cuore.
Visto poi che gli stessi consigli sono utili anche per una purificazione più
radicale, prima di darteli, voglio spendere qualche parola per chiarirti che
cosa intendo per purezza totale, che è quella alla quale desidero guidarti.
Capitolo XXII
BISOGNA LIBERARSI DALL’AFFETTO AL PECCATO
VENIALE A misura che il giorno
cresce, scopriamo meglio nello specchio le macchie e le impurità del nostro
volto; così, a misura che la luce interiore dello Spirito Santo illumina le
nostre coscienze, distinguiamo con maggiore chiarezza i peccati, le tendenze e
le imperfezioni che possono impedirci di raggiungere la vera devozione. La
stessa luce che ci fa notare queste tare e questa zavorra, ci anima al desiderio
di mondarcene e di liberarcene. Scoprirai dunque, cara
Filotea, che oltre al peccato mortale e agli affetti al peccato mortale, di cui
ti sei già liberata con gli esercizi sopra indicati, nell’anima tu conservi
ancora molte tendenze e affetti ai peccati veniali. Non dico che scoprirai dei
peccati veniali, ma degli affetti e delle tendenze ad essi; ora, sono due cose
ben diverse: non saremo mai liberi completamente dai peccati veniali, almeno per
un lungo tempo; ma possiamo benissimo non avere affetto ai peccati veniali.
Infatti è ben diverso dire una frottola una volta o due, in allegria, in cosa di
poca importanza, dal trovare gusto a mentire ed essere incalliti in quel genere
di mancanza. Dico che bisogna liberare
la propria anima da tutti gli affetti ai peccati veniali, ossia non bisogna, in
alcun modo, incoraggiare deliberatamente la volontà a rimanere nel peccato
veniale; sarebbe una debolezza troppo grande conservare consapevolmente nella
nostra coscienza un proposito che dispiace a Dio, quale la volontà di voler fare
cosa a Lui non gradita. Il peccato veniale, per
piccolo che sia, dispiace a Dio, anche se non in misura da volere, per questo,
dannarci o perderci. Se il peccato veniale gli dispiace, la volontà e l’affetto
ad esso, sono un chiaro proposito di voler dispiacere alla Maestà divina. E
com’è possibile che un’anima per bene, non soltanto voglia dispiacere a Dio, ma
sia attaccata al desiderio di dispiacergli? Questi affetti, Filotea,
sono direttamente contrari alla devozione, come gli affetti al peccato mortale
lo sono alla carità: indeboliscono le forze dello spirito, impediscono le
consolazioni divine, aprono la porta alle tentazioni; se è vero che non uccidono
l’anima, la rendono però gravemente inferma. Le mosche morenti, dice il
Saggio, rovinano e corrompono il pregio dell’unguento: con ciò vuol dire che le
mosche le quali non si fermano che pochissimo sull’unguento e ne succhiano solo
passando, rovinano solo quello che prendono e lasciano il resto intatto; ma
quando vi cadono dentro morte, gli tolgono il pregio e nessuno più lo vuole. Allo stesso modo, i
peccati veniali, che capitano in un’anima devota senza soffermarsi per molto
tempo, non le recano un danno molto grave; ma se quei peccati rimangono
nell’anima a causa dell’affetto che c’è in noi per essi, questi le fanno perdere
senz’altro il pregio dell’unguento, ossia la santa devozione. I ragni non uccidono le
api, ma ne contaminano e ne corrompono il miele, e le ostacolano con le loro
ragnatele, di modo che le api non possono più lavorare; questo quando tessono
ragnatele per fermarsi. Così, il peccato veniale non uccide l’anima, ma corrompe
la devozione e intralcia talmente le potenze dell’anima con le cattive abitudini
e tendenze, che essa non riesce più ad attuare la prontezza della carità, nella
quale consiste la devozione; questo avviene quando il peccato veniale alberga
nella nostra coscienza per l’affetto che gli portiamo. Dire qualche bugia, è cosa
da nulla; come pure dire qualche parola fuori posto, superare un po’ i giusti
limiti nell’agire, negli sguardi, negli abiti, nelle battute, negli scherzi, nei
balli, purché, appena presa coscienza di questi ragni spirituali, li respingiamo
e li buttiamo fuori, come fanno le api con i ragni veri. Ma se permettiamo loro di
fermarsi nei nostri cuori, e per di più ci affezioniamo a trattenerli e
moltiplicarli, presto troveremo che il nostro miele è andato perduto e l’alveare
della nostra coscienza contaminato e disfatto. Ma, ripeto ancora una volta, che
senso ha che una anima generosa trovi gusto a dispiacere a Dio, si affezioni ad
essergli sgradita e voglia quello che sa bene che Dio non vuole?
Capitolo XXIII
BISOGNA LIBERARSI DALL’AFFETTO ALLE COSE
INUTILI E PERICOLOSE I giochi, i balli, i
banchetti, le feste, gli spettacoli, in sé non sono cose cattive, ma
indifferenti, e possono essere vissute in bene o in male. Sono tuttavia sempre
pericolose e ancor più pericoloso è attaccarsi ad esse. Anche se è permesso
giocare, danzare, agghindarsi, assistere a spettacoli onesti, fare banchetti;
esserci attaccati è contrario alla devozione e può nuocere e costituire
pericolo. Il male non è farli, ma affezionarsi. E’ da insensati seminare
nella terra del nostro cuore affetti così vuoti e insulsi: occupano lo spazio
destinato ai buoni sentimenti, e impediscono che la linfa della nostra anima
nutra buone tendenze. Gli antichi Nazirei non
solo si astenevano dal vino e da tutto ciò che poteva ubriacarli, ma anche
dall’uva, sia matura che acerba, non perché l’uva, magari acerba, ubriachi, ma
perché c’era pericolo che mangiando uva acerba venisse la voglia di mangiarne di
matura, e mangiandone poi di matura nascesse il desiderio di assaggiare il mosto
e bere vino. Non dico che non dobbiamo fare uso di queste cose pericolose, ma
insisto che non dobbiamo impegnarvi l’affetto se non vogliamo rovinare la
devozione. I cervi che hanno messo su
troppo grasso, si ritirano in disparte e si nascondono nei cespugli, sapendo
che, se per caso dovessero essere attaccati, il grasso non permetterebbe loro di
correre agilmente: il cuore dell’uomo, quando si carica di affetti inutili,
superflui o pericolosi, non riesce più a correre con prontezza, agilità e
facilità dietro al suo Dio, che è il centro della devozione. Ai bambini piacciono
farfalle e le inseguono; nessuno trova da ridire perché sono bambini. Ma vedere
uomini maturi attaccarsi a simili cose e correre dietro a tali bagatelle,
sarebbe davvero uno spettacolo non solo ridicolo, ma penoso. Lo stesso si deve
dire di quelle cose che ho detto sopra, perché, non soltanto sono inutili, ma
inseguendole rischiamo di diventare degli originali e dei disordinati.
Ecco perché, cara Filotea,
ti dico che bisogna liberarsi da quegli affetti e ti ripeto che, se anche le
relative azioni non sono sempre contrarie alla devozione, di sicuro gli affetti
a tali azioni le recano sempre danno.
Capitolo XXIV
OCCORRE LIBERARSI DALLE CATTIVE INCLINAZIONI Ci sono poi in noi altre
tendenze naturali le quali, visto che non hanno origine dai nostri peccati
personali, e non sono nemmeno veri e propri peccati, né mortali, né veniali, noi
le chiamiamo imperfezioni, e i loro atti difetti o mancanze.
S. Paola, per esempio,
stando al racconto di S. Girolamo, era fortemente portata alla tristezza e ai
rimpianti, tanto che in occasione della morte dei figli e del marito, corse il
pericolo di morire di dolore: quella era un’imperfezione, non un peccato,
giacché era contro il suo gusto e la sua volontà. Alcuni sono per natura
loro di spirito leggero, altri burberi, altri ancora incapaci di ascoltare;
alcuni sono portati ad indignarsi di tutto, altri a montare in collera, altri ad
innamorarsi; se guardiamo bene troviamo pochissima gente che non abbia qualche
imperfezione. Ora, benché siano spontanee e naturali, si riesce, con cura e
attenzione, a correggerle, o almeno a temperarle, e qualche volta addirittura
anche a correggerle e ad eliminarle totalmente: Filotea, io ti dico allora che
devi farlo! Se si è trovato il modo di
trasformare le mandorle amare in mandorle dolci, semplicemente facendo
un’incisione alla base per farne uscire il succo, perché dovrebbe essere
impossibile far uscire da noi le tendenze perverse per diventare migliori? Non c’è temperamento al
mondo che, per buono che sia, non possa essere reso cattivo dalle cattive
abitudini; al contrario, non esiste temperamento così perverso che, con la
grazia di Dio in primo luogo, e poi con lo sforzo e l’impegno, non possa essere
corretto e migliorato. Per questo ora ti darò dei
consigli e ti proporrò esercizi, attraverso i quali, potrai liberare la tua
anima dagli affetti pericolosi, dalle imperfezioni e da tutti gli affetti ai
peccati veniali; in tal modo renderai sempre più forte la tua coscienza contro
il peccato mortale. Dio faccia la grazia di
praticarli bene!
SECONDA PARTE Contiene diversi
consigli per l’elevazione dell’anima a Dio per mezzo dell’Orazione e dei
Sacramenti.
Capitolo I
NECESSITA’ DELL’ORAZIONE
Capitolo II
BREVE METODO DI MEDITAZIONE e, in primo
luogo, LA PRESENZA DI DIO
PRIMO PUNTO DELLA PREPARAZIONE E’ possibile, Filotea, che
tu non sappia come va condotta l’orazione mentale: ai giorni nostri pochi lo
sanno ed è un male. E’ per questo che brevemente e con semplici parole ti
espongo un metodo, in attesa che tu, leggendo libri sull’argomento e soprattutto
con la pratica, ne raggiunga una conoscenza più profonda e completa.
* * Inizio dalla preparazione
che consta di due momenti: primo, mettersi alla presenza di Dio; secondo,
invocarne l’assistenza. Per metterti alla presenza
di Dio ti propongo quattro vie, che, all’inizio, possono esserti utili.
Capitolo III
SECONDO PUNTO DELLA PREPARAZIONE:
L’INVOCAZIONE Ecco come devi fare
l’invocazione: una volta che la tua anima si sente alla presenza di Dio, deve
umiliarsi in profondo sentimento di rispetto, perché sa di essere indegna di
trovarsi di fronte alla sovrana Maestà di Dio; ma poiché sa anche che è la sua
immensa Bontà che vuole così, gli chiede la grazia di servirlo bene e di
adorarlo nella meditazione che si accinge a compiere. Se ti sembra opportuno,
puoi anche servirti di qualche Parola concisa e piena di ardore come le seguenti
di Davide: Non respingermi dalla tua presenza, o Dio, e non privarmi della
grazia del tuo santo Spirito. Risplenda il tuo volto sulla tua serva. Voglio
ammirare le tue meraviglie. Dammi intelletto e capirò la tua Legge e la
osserverò con tutto il cuore. Sono la tua serva, dammi lo Spirito; e altre
simili. Ti sarà utile aggiungere
l’invocazione all’Angelo custode e a tutti i Santi presenti nel mistero sul
quale vuoi meditare. Per esempio, se mediti su quello della morte del Signore,
potrai invocare la madonna, S. Giovanni, la Maddalena, il buon Ladrone perché ti
facciano partecipe dei sentimenti e dei movimenti interiori ricevuti in quel
mistero. Se mediti sulla tua morte potrai invocare il tuo buon Angelo, che sarà
presente in quel momento, affinché ti ispiri pensieri adatti; e così per gli
altri misteri.
Capitolo IV
TERZO PUNTO DELLA PREPARAZIONE: LA
PRESENTAZIONE DEL MISTERO Dopo i due punti indicati
per iniziare e che sono comuni a tutte le meditazioni, ce n’è un terzo che non è
comune a tutte. C’è chi lo chiama ricostruzione del luogo, chi lezione
interiore. In fin dei conti si tratta
soltanto di presentare alla tua immaginazione su cui vuoi meditare,
ricostruendolo nella sua realtà storica. Per esempio, se vuoi
meditare su Nostro Signore in croce, devi immaginare di trovarti sul monte
Calvario e rivedere tutto ciò che avvenne e si disse nel giorno della Passione;
o se preferisci, ed è la stessa cosa, immaginarti che la crocifissione di Nostro
Signore avvenga proprio nel luogo in cui ti trovi, seguendo il racconto degli
Evangelisti. Puoi procedere allo stesso
modo meditando sulla morte, come ti ho detto nella meditazione sulla stessa;
come pure per quella sull’inferno e simili misteri dove ci troviamo di fronte a
cose sensibili e visibili; per gli altri misteri: sulla grandezza di Dio,
l’eccellenza delle virtù, il fine per il quale siamo stati creati, non possiamo
usare questo procedimento basato sull’immaginazione, perché si tratta di realtà
invisibili. Tuttavia possiamo sempre servirci di qualche similitudine o qualche
paragone per aiutarci nella meditazione; ma non sono cose facili. Voglio
parlartene con molta semplicità perché non vorrei che tu ti sentissi obbligata a
impegnarti in invenzioni che ti farebbero soltanto distrarre. Aiutandoci con
l’immaginazione, chiudiamo il nostro spirito nel mistero che vogliamo meditare,
perché non si metta a correre qua e là. Proprio come si chiude un uccellino in
gabbia o si lega lo sparviero alla catenella perché rimanga sul pugno. Qualcuno
ti dirà che è meglio servirsi semplicemente della riflessione di fede e di una
operazione esclusivamente mentale e spirituale, quando vogliamo rappresentarci
questi misteri, o anche tener presente che tutto avviene all’interno del proprio
spirito; ma sono modi troppo sottili per l’inizio, e fino a che Dio non ti
innalzi un po’, ti consiglio, Filotea, di rimanere nella valle che ti vado
indicando.
Capitolo V
SECONDA PARTE DELLA MEDITAZIONE: LE
CONSIDERAZIONI All’operazione
dell’immaginazione segue quella dell’intelletto, che noi chiamiamo meditazione;
non è altro che una riflessione, o anche più di una, per muovere i nostri
affetti verso Dio e le cose divine: in ciò la meditazione differisce dallo
studio e da altri modi di pensare e di riflettere, che non si prefiggono
l’acquisizione della virtù o dell’amor di Dio, ma qualche altro fine come il
diventare dotti, per poi scriverne o dissertarne. Dopo aver dunque rinchiuso
il tuo spirito, come ho detto, nell’ambito del soggetto su cui vuoi meditare, o
con l’immaginazione, se si tratta di un soggetto sensibile, o per semplice
presentazione, se non è sensibile, ti metterai a riflettere sul medesimo,
seguendo la traccia che ti ho indicato con gli esempi concreti di meditazioni
presentate nella prima parte. Se il tuo spirito ci si
trova a suo agio, si sente illuminato e ricava frutto da una delle riflessioni,
fermati e non andare oltre; proprio come le api che non lasciano il fiore
fintanto che vi trovano miele. Ma se in nessuna delle considerazioni ti trovi a
tuo agio, dopo aver provato e insistito per un po’, passa ad un’altra; tutta
l’operazione deve essere sempre molto semplice e procedere senza fretta.
Capitolo VI
TERZA PARTE DELLA MEDITAZIONE: AFFETTI E
PROPOSITI La meditazione arricchisce
la volontà, che è la parte affettiva della nostra anima, di buoni movimenti,
quali l’amore di Dio e del prossimo, il desiderio del Paradiso e della sua
gloria, lo zelo per la salvezza delle anime, l’imitazione della vita di Nostro
Signore, la pietà per gli altri, l’ammirazione, la gioia, il timore di cadere in
disgrazia di Dio, del suo giudizio, dell’inferno, l’odio per il peccato, la
fiducia nella bontà e nella misericordia di Dio, la vergogna per i disordini
della vita passata: il nostro spirito deve esprimersi ed allargarsi il più
possibile in questi affetti. Tuttavia, cara Filotea,
non soffermarti troppo sugli affetti generali, ma mutali subito in propositi
specifici e dettagliati per correggerti e liberarti dai difetti. Per esempio, la
prima Parola che Nostro Signore disse sulla Croce, farà sorgere senz’altro nella
tua anima un affetto che ti spingerà all’imitazione, ossia il desiderio di
perdonare ed amare i tuoi nemici. Io ti dico che questo è poco se non ci
aggiungi un proposito così formulato: Coraggio, allora, d’ora in poi non mi
offenderò più di certe parole cattive del tal vicino o della tal vicina, del mio
domestico o della mia domestica; e nemmeno di quelle ingiurie sprezzanti che mi
sono stae rivolte da quell’altro. Al contrario farò questa o quella cosa gentile
per conquistarlo, e così per gli altri. In tal modo, Filotea, in
poco tempo correggerai le tue colpe, mentre, poggiando soltanto sugli affetti,
ci metteresti molto di più e con un risultato dubbio.
Capitolo VII
LA CONCLUSIONE E IL MAZZETTO SPIRITUALE La meditazione va conclusa
con tre azioni da compiersi con la massima umiltà.
A tutto ciò aggiungo che è
necessario comporre un mazzetto di devozione; ed eccoti cosa voglio dire: chi
passeggia in un bel giardino non ne esce volentieri senza cogliere qualche fiore
da odorare e conservare: similmente il nostro spirito, dopo che si è immerso in
un mistero con la meditazione, deve scegliere uno o due, o anche tre punti, che
lo hanno colpito favorevolmente, e che sono più adatti al proprio progresso
spirituale, per conservarli per il resto della giornata ed ogni tanto aspirarne
il profumo. Questo si deve operare nel posto nel quale si è meditato, rimanendo
fermi o passeggiando in solitudine per qualche tempo.
Capitolo VIII
CONSIGLI MOLTO UTILI SULLA MEDITAZIONE Uscendo dalla meditazione,
Filotea, devi portare con te soprattutto i propositi e le decisioni prese, per
metterle in pratica immediatamente, nella giornata. E’ questo il frutto
irrinunciabile della meditazione; se manca, non soltanto la meditazione è
inutile, ma spesso anche dannosa perché le virtù meditate, ma non praticate,
gonfiano lo spirito di presunzione e finiamo per credere di essere quello che ci
eravamo proposto di essere: noi potremo diventare come ci siamo proposti di
essere soltanto quando i propositi saranno pieni di vita e solidi; non quando
sono fiacchi e inconsistenti e quindi destinati a non venire attuati. Occorre, con ogni mezzo,
fare sforzi per metterli in atto, approfittando di tutte le occasioni sia
piccole che grandi: per esempio, se ho preso la risoluzione di conquistare con
la dolcezza il cuore di coloro che mi offendono, cercherò, nel corso della
giornata, di incontrarli per salutarli amabilmente; e se non mi sarà dato di
incontrarli, perlomeno parlerò bene di loro e pregherò Dio per loro.
Uscendo dall’orazione che
ha impegnato il cuore, devi fare attenzione a non provocargli scosse;
rischieresti di rovesciare il balsamo raccolto con l’orazione. Intendo dire che,
possibilmente, devi rimanere un po’ in silenzio e riportare per gradi il tuo
cuore dall’orazione agli affari, conservando il più a lungo possibile i
sentimenti e gli affetti fioriti in te. Un uomo che ha ricevuto in un bel vaso
di porcellana un liquore di gran pregio da portare a casa, cammina con
attenzione, senza voltarsi di lato, ma guarda solo davanti a sé, per paura di
inciampare in un sasso o mettere un piede in fallo e tiene contemporaneamente
d’occhio il vaso per non rovesciarlo. Tu devi fare la stessa
cosa uscendo dalla meditazione: non distrarti di colpo, ma guarda soltanto
davanti a te: ossia se devi incontrare qualcuno e prestargli attenzione, fallo
pure, adattati alla necessità; ma senza perdere di vista il tuo cuore, perché il
liquore prezioso dell’orazione si perda il meno possibile. Devi abituarti a passare
dall’orazione a qualsiasi attività e occupazione che comporta la tua
professione, anche quando può sembrare molto distante dagli affetti avuti
nell’orazione. Voglio dire che un avvocato deve saper passare dall’orazione alla
difesa della causa; il commerciante agli affari; la donna sposata ai doveri del
suo matrimonio e della casa, con dolcezza e serenità, senza mettersi in
angustia. Infatti essendo entrambi secondo la volontà di Dio, bisogna passare
dall’una agli altri in umiltà e devozione. Qualche volta ti potrà
capitare di sentirti trascinare dalla commozione immediatamente dopo la
preparazione: in tal caso, Filotea, allenta le briglie e non pretendere di
seguire il metodo che ti ho indicato; è vero che ordinariamente le
considerazioni devono precedere gli affetti e i propositi, ma se lo Spirito
Santo ti concede gli affetti prima delle considerazioni, non devi insistere a
voler correre dietro alle considerazioni, visto che hanno il solo scopo di
muovere gli affetti. In breve; in qualunque momento ti si presentano gli
affetti, devi accoglierli e far loro posto, poco importa se prima o dopo le
considerazioni. Ho messo gli affetti dopo
tutte le considerazioni, soltanto per distinguere i vari momenti dell’orazione;
è la regola generale: ma mai devi comprimere gli affetti. Lasciali sgorgare
appena manifestano la presenza. Questo lo dico per tutti
gli affetti, compreso il ringraziamento, l’offerta e la preghiera, che si
possono fare in ogni momento durante le considerazioni; non bisogna frenarli,
proprio come ti ho detto per gli affetti, anche se dopo, a conclusione della
meditazione, debbono essere ripetuti nuovamente. Quanto invece ai
propositi, devi formarli soltanto alla fine della meditazione, dopo gli affetti,
perché, ricordandoci situazioni familiari e dettagliate, rischierebbero di farci
distrarre se li facessimo insieme agli affetti. Tra gli affetti e i
propositi, è bene far ricorso al colloquio, e parlare un po’ con Nostro Signore,
con gli Angeli e con i personaggi del mistero, con i Santi e con se stessi, con
i peccatori ed anche con le creature insensibili, come fa Davide nei Salmi e gli
altri Santi nel corso delle loro meditazioni e orazioni.
Capitolo IX
LE ARIDITA’ CHE CI AFFLIGGONO NELLE
MEDITAZIONI Se ti capita, o Filotea,
di non provare alcuna attrattiva né alcuna consolazione nella meditazione, ti
prego di non agitarti, ma apri la porta alle preghiere vocali: lamentati di te
stessa con Nostro Signore, confessa la tua indegnità, pregalo di aiutarti, bacia
la sua immagine, rivolgigli le parole di Giacobbe: Io non ti lascio, Signore,
finché tu non mi abbia benedetto; o quelle della Cananea: Sì, Signore, io sono
un cane, ma i cani mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei padroni.
Altre volte prendi un libro e leggilo con attenzione fino a che il tuo spirito
si riprenda pienamente; qualche volta sprona il cuore con atti e movimenti di
devozione esteriore: prostrati per terra, metti le mani in croce sul petto,
abbraccia il Crocifisso; questo, si capisce, se ti trovi in luogo appartato. E se, dopo tutto ciò, sei
come prima, per quanto grande sia la tua aridità, non avvilirti, ma rimani con
devoto contegno davanti a Dio. Quanti cortigiani, nel corso dell’anno, fanno
cento volte l’anticamera del principe senza speranza di potergli parlare, ma
soltanto per essere visti da lui e compiere il loro dovere. Così, mia cara
Filotea, noi dobbiamo recarci all’orazione semplicemente per compiere il nostro
dovere e dimostrare la nostra fedeltà. Che se poi piace alla divina Maestà di
rivolgerci la parola e fermarsi con noi con le sue sante ispirazioni e
consolazioni interiori, questo sarà per noi un grande onore e motivo di un
piacere delizioso; ma se non ci fa questa grazia, non rivolgendoci la parola,
come se non ci vedesse e come se non fossimo alla sua presenza, non per questo
dobbiamo andarcene, anzi, al contrario, dobbiamo rimanere lì, davanti alla somma
Bontà, con un contegno devoto e sereno; gradirà molto la nostra pazienza e
noterà la nostra fedeltà e la nostra perseveranza; e quando ritorneremo davanti
a Lui, ci favorirà e si fermerà con noi con le sue consolazioni, facendoci
assaporare tutto il fascino dell’orazione. Ma anche se non dovesse
farlo, accontentiamoci, Filotea; è già un grandissimo onore trovarci presso di
Lui, al suo cospetto.
Capitolo X
ESERCIZIO DEL MATTINO Oltre a questa orazione
mentale strutturata e completa, e altre preghiere vocali da dire durante il
giorno, ci sono altre cinque forme di preghiere brevi e che sono come
prolungamenti e fioriture della grande orazione. La prima è quella del mattino,
che è una preparazione generale alla giornata. Ecco come devi farla:
Ti prego, Filotea, non
trascurarlo mai!
Capitolo XI
L’ESERCIZIO DELLA SERA E L’ESAME DI COSCIENZA Prima del pranzo materiale
hai fatto la meditazione, che è come un pranzo spirituale; allo stesso modo,
prima di cena devi fare una piccola cena devota e spirituale, o almeno uno
spuntino. Trova un po’ di tempo prima di cena, inginocchiati davanti a Dio,
raccogli il tuo spirito vicino a Gesù Cristo crocifisso (che ti rappresenterai
per mezzo di una riflessione semplice, come un’occhiata interiore), ravviva nel
tuo cuore l’ardore della meditazione del mattino, per mezzo di una dozzina di
vivaci aspirazioni, di atti di umiltà, e di slanci pieni d’amore verso il divin
Salvatore della tua anima; se lo preferisci, potrai anche riprendere i punti più
salienti della meditazione del mattino o scuoterti con qualche altro pensiero, a
tuo piacere. Quanto all’esame di
coscienza, che ognuno deve fare prima di coricarsi, tutti sanno come deve essere
fatto.
Questo esercizio non deve
mai essere tralasciato, come del resto quello del mattino; con quello del
mattino spalanchi la tua finestra al sole di giustizia, con quello della sera,
la sbarri alle tenebre dell’inferno.
Capitolo XII
IL RACCOGLIMENTO SPIRITUALE Ora, cara Filotea, ti
auguro tanta buona volontà per seguire di cuore il mio consiglio: in questo
capitolo ti porto a conoscenza di uno dei modi più sicuri per progredire
spiritualmente. Durante il giorno
mantieniti alla presenza di Dio con uno dei quattro mezzi che ti ho indicato
(vedi cap. II); dà uno sguardo all’azione di Dio e alla tua. Scoprirai che Dio
ha sempre gli occhi rivolti verso di te e ti guarda con infinito amore. Tu dirai
allora: O Dio, perché anch’io non ti guardo senza stancarmi, come tu guardi me?
Perché tu pensi tanto a me e io così poco a Te? Dove ci troviamo, anima mia? Il
nostro posto è in Dio; ma dove ci troviamo? Allo stesso modo che gli uccelli
hanno i nidi sugli alberi per potercisi rifugiare quando ne sentono il bisogno,
e i cervi hanno i loro cespugli e i loro rifugi, dove si raccolgono e si mettono
al riparo, godendosi il fresco e l’ombra in estate, così, o Filotea, il nostro
cuore, ogni giorno, deve cercare e trovare un posto per potersi, all’occorrenza,
raccogliere: o sul Calvario, o nelle piaghe di Nostro Signore, o in qualche
luogo vicino. Potrà quivi sostare e ritemprarsi, pur tra le occupazioni
esteriori, e difendersi, se necessario, come in una fortezza, dalle tentazioni. Beata l’anima che in tutta
sincerità potrà dire al Signore: Tu sei il mio rifugio, il mio bastone di
sicurezza, il tetto contro la pioggia, l’ombra che mi difende dal caldo. Ricordati sempre, Filotea,
di raccoglierti spesso nella solitudine del tuo cure, mentre materialmente ti
trovi coinvolta nelle conversazioni e negli affari; quella solitudine mentale
non deve in alcun modo essere impedita da quelli che ti stanno intorno; infatti
non si trovano intorno al tuo cuore, ma al tuo corpo; il tuo cuore può rimanere
in solitudine in compagnia di Dio. Questo esercizio lo faceva
anche Davide in mezzo a tutte le occupazioni, come ci risulta da un’infinità di
passi dei Salmi, come, quando dice: Signore, io sono sempre con Te. Vedo il mio
Dio costantemente davanti a me. Ho alzato gli occhi verso di te, mio Dio, che
abito in Cielo. I miei occhi sono sempre in Dio. Abitualmente le
conversazioni non sono così impegnative che non si possa, ogni tanto, sottrarre
il cuore per condurlo in quella solitudine divina. I genitori di Santa
Caterina da Siena le avevano tolto ogni comodità di luogo e di tempo per pregare
e meditare; Nostro Signore le ispirò di farsi un piccolo oratorio spirituale
nella propria anima, nel quale si raccoglieva mentalmente e così, pur in mezzo a
tutte le occupazioni esteriori, poteva consacrarsi a quella santa solitudine di
cuore. In seguito, quando il mondo l’assillava, non ne soffriva alcun danno,
perché, come essa diceva, si chiudeva nella sua cameretta interiore, nella quale
restava in dolce compagnia con il suo celeste sposo. Per questo consigliava ai
suoi figli spirituali di procurarsi una camera nel proprio cuore per potervi
sostare. Raccogli dunque qualche
volta il tuo spirito nel tuo cure e lì, isolata dagli altri, potrai parlare con
Dio, cuore a cuore, della tua anima e dirai con Davide: Ho vegliato e sono stato
simile al pellicano nella solitudine; come un uccello notturno o un gufo tra le
macerie, o come il passero solitario sul tetto. Queste parole, oltre al
senso letterale (provano che quel grande Re prendeva qualche ora di solitudine
per contemplare le cose spirituali), prese nel senso mistico, ci indicano tre
luoghi di ritiro, come tre eremi, nei quali possiamo trovare la solitudine,
seguendo l’esempio del Salvatore che sul Monte Calvario è come il pellicano del
deserto, che, con il proprio sangue, ridà la vita ai piccoli morti; nella
nascita in una stalla abbandonata, assomiglia al gufo tra le rovine che si
lamenta e piange le nostre mancanze e i nostri peccati; nel giorno
dell’ascensione è come il passero che si isola e sale al Cielo che è il tetto
del mondo. In questi tre luoghi anche noi possiamo raccoglierci pur essendo
circondati dal frastuono delle nostre occupazioni. Al Beato Eleazaro, conte
di Arian in Provenza, che si trovava lontano da casa da molto tempo, la sua
devota e casta Delfina mandò un messo per chiedere notizie della salute.
Eleazaro rispose: "Sto bene, mia cara; se vuoi vedermi, cercami nella piaga del
costato del dolce Gesù, perché è là che abito e là mi potrai trovare. Invano mi
cercheresti altrove". Quello sì che era un cavaliere cristiano!
Capitolo XIII
LE ASPIRAZIONI, LE GIAGULATORIE E I BUONI
PENSIERI Ci raccogliamo in Dio
perché aspiriamo a Lui e aspiriamo a Lui per poterci in Lui raccogliere, di modo
che l’aspirazione a Dio e il raccoglimento spirituale si sostengono a vicenda,
ed entrambi hanno origine e nascono dai buoni pensieri. Aspira dunque spesso a
Dio, Filotea, con slanci del cuore brevi ma ardenti: canta la sua bellezza,
invoca il suo aiuto, gettati in ispirito ai piedi della croce, adora la sua
bontà, interrogalo spesso sulla tua salvezza, donagli mille volte al giorno la
tua anima, fissa i tuoi occhi interiori sulla sua dolcezza, tendigli la mano
come fa un bambino con il papà, perché ti guidi; mettilo sul petto come un
profumato mazzolino di fiori, innalzalo nella tua anima come uno stendardo e
conduci il tuo cuore in mille modi alla ricerca dell’amore di Dio, e scuotilo
perché giunga ad un appassionato e tenero amore per questo Sposo divino.
Questo è il modo di
innalzare le orazioni giaculatorie, che il grande S. Agostino consigliava con
tanto zelo alla devota Proba. Se il nostro spirito si mette a frequentare con
intimità e familiarità il suo Dio, o Filotea, rimarrà profumato delle sue
perfezioni; questo esercizio non disturba l’andamento della giornata perché può
trovare posto tra gli affari e le occupazioni, senza recar loro alcun
pregiudizio, poiché, nel raccoglimento spirituale, come in questi slanci
interiori, si operano soltanto piccole e brevi interruzioni che non nuocciono a
quello che stiamo facendo, ma anzi sono di giovamento. Il pellegrino che prende
un sorso di vino per sollevare il cuore e rinfrescare la bocca, benché per fare
questo sosti un po’, non si può dire che interrompa il viaggio, anzi recupera le
forze per poi portarlo a termine con più celerità e maggior facilità; si ferma
per poter proseguire più speditamente. Esistono molte raccolte di
aspirazioni vocali, che sono veramente utili; ma, se tu mi ascolti, non devi
legarti a nessuna formula, ma dire dentro di te o a voce, quelle che ti
suggerirà il cuore sul momento; te ne suggerirà a volontà! E’ vero che ci sono certe
massime che possiedono una forza particolare per dare soddisfazione al cuore in
questo campo, come gli slanci profusi così abbondantemente nei Salmi di Davide,
le varie invocazioni del nome di Gesù, e le espressione d’amore che si trovano
nel Cantico dei Cantici. Anche i Canti spirituali possono servire allo scopo,
purché siano cantati con attenzione. Voglio farti un paragone:
coloro che si amano di un amore umano e naturale, hanno quasi costantemente il
pensiero rivolto alla persona amata, il cuore trabocca di amore per lei, la
bocca non fa che tesserne le lodi, e quando l’amata è assente manifestano la
loro passione con lettere e non c’è albero su cui non lascino inciso il loro
amore; allo stesso modo coloro che amano Dio non possono passare un momento
senza pensare a Lui, respirare per Lui, tendere a Lui, parlare di Lui, e
vorrebbero, se fosse possibile, incidere sul petto di tutti gli uomini il santo
nome di Gesù. Tutte le creature ti
invitano a questo. Non c’è creatura che non proclami la lode dell’Amato; dice S.
Agostino, seguendo S. Antonio, che tutto ciò che esiste al mondo parla, magari
con un linguaggio muto, del proprio amore; tutte le cose ti incitano a buoni
pensieri, da cui vengono, per forza, slanci e aspirazioni a Dio. Eccone qualche
esempio: S. Gregorio, Vescovo di
Nazianzo, raccontava al popolo che, mentre un giorno passeggiava lungo la riva
del mare, guardava le onde che, giungendo sulla spiaggia, lasciavano conchiglie
e chiocciolette, ciuffi d’erba, ostriche e altri rifiuti che il mare rigettava,
si potrebbe quasi dire, sputava sulla spiaggia; poi, ritornava con altre onde,
riprendeva e inghiottiva di nuovo una parte del tutto. Gli scogli invece
rimanevano ben saldi, nonostante che le onde li investissero con violenza. E
fece questa riflessione: i deboli, come conchiglie, chiocciole e ciuffi d’erba
si lasciano trascinare un momento nell’afflizione, un altro nella gioia, in
balia delle onde della sorte; ma la gente che ha coraggio, rimane salda e
immobile in mezzo a qualsiasi bufera. Da questo pensiero passava allo slancio di
Davide: Signore, salvami, perché le acque sono penetrate fino in fondo
all’anima; Signore, salvami dalle acque profonde; sono trascinato in fondo al
mare, la tempesta mi fa affondare. Era un momento in cui era nella sofferenza,
perché massimo aveva iniziato i suoi maneggi per usurpargli la Diocesi. S. Fulgenzio, Vescovo di
Ruspe, trovandosi in una assemblea di nobili romani che veniva arringata da
Teodorico re dei Goti, guardando tutta quella gente elegante, ognuno al proprio
posto secondo il grado e il censo, disse: O Dio, quanto deve essere bella la
Gerusalemme celeste se è tanto solenne la Roma terrestre! Se a coloro che amano
la vanità in questo mondo è concesso tanto splendore, quale deve essere
nell’altro mondo la gloria riservata agli amanti della verità! Si dice che S, Anselmo,
Arcivescovo di Canterbury, per nascita onore delle nostre montagne, era
eccezionale nel saper ricavare buoni pensieri: un leprotto, inseguito dai cani,
si rifugiò sotto il cavallo del santo Vescovo, che, per caso, passava da quelle
parti, per cercare protezione contro la morte che lo minacciava. I cani tutt’intorno
abbaiavano, ma non avevano il coraggio di violare l’immunità cui la loro preda
si era affidata; tutto il seguito scoppiò a ridere a quella scena. Ma non il
grande Anselmo che, sospirando e con le lacrime agli occhi disse: Voi ridete, ma
non ride la povera bestiola; i nemici dell’anima, perduta nel labirinto di molti
peccati, l’aspettano al passaggio della morte per rapirla e sbranarla, ed essa,
spaventata, cerca ovunque rifugio e protezione; se non ne trova ai suoi nemici
non importa proprio nulla e se la ridono. E se ne andò pensieroso. Costantino il Grande aveva
scritto una lettera a S. Antonio; ciò meravigliò molto i religiosi che gli
stavano intorno. Antonio disse: Perché vi meravigliate che un Re scriva ad un
uomo? Ammirate piuttosto che Dio eterno abbia scritto la sua legge ai mortali,
anzi, abbia loro parlato direttamente per mezzo del Figlio! S. Francesco, vedendo una
pecora, tutta sola in mezzo ad un gregge di capre, disse al suo compagno: Guarda
com’è dolce quella pecora in mezzo a quelle capre; così era Nostro Signore,
dolce e umile in mezzo ai Farisei! Un’altra volta, vedendo un
agnello sbranato da un maiale piangendo esclamò: Piccolo agnellino, quanto mi
ricordi la morte del mio Salvatore. Un grande personaggio e
anche grande santo del nostro tempo, Francesco Borgia, quand’era ancora Duca di
Candia, mentre andava a caccia si immergeva in molti pensieri spirituali come
questo: Ammira come il falco ritorni sul pugno, si lasci bendare gli occhi e
legare alla pertica, mentre gli uomini sono così ribelli alla voce di Dio! Il grande S. Basilio
diceva che la rosa tra le spine è un insegnamento per gli uomini: Le cose più
gradevoli di questo mondo, o mortali, sono frammiste a sofferenza. Niente è
schietto: il rimpianto è sempre unito alla gioia, la vedovanza al matrimonio, la
premura al risultato, l’umiliazione alla gloria, il prezzo agli onori, la
ripugnanza alle delizie, la malattia alla buona salute. La rosa, dice il nostro
Santo, è un bel fiore, ma mi dà una grande tristezza, perché mi ricorda il mio
peccato, a causa del quale la terra è stata condannata a produrre spine. Un’anima devota, vedendo
il cielo stellato, che si specchia nell’acqua limpida di un ruscello dirà: Mio
Dio, queste stelle le avrò sotto i piedi quando mi avrai accolto nelle tue
tende. E come le stelle del cielo le vedi specchiate sulla terra, allo stesso
modo gli uomini della terra li vedi riflessi nel cielo della sorgente purissima
della carità divina. Ci sarà anche chi, vedendo
scorrere un fiume dirà: La mia anima non avrà riposo finché non si immerga nel
mare profondo di Dio che è la sua origine. S. Francesca Romana, un
giorno, mentre contemplava un ruscello, sulla cui sponda si era fermata a
pregare, fu rapita in estasi e, senza sosta, ripeteva queste belle parole: La
grazia del mio Dio scende con la dolcezza e la soavità di questo ruscello. Un altro, vedendo gli
alberi in fiore, esclamerà: Perché solo io sono senza fiori nel giardino della
Chiesa? Un altro, osservando dei
pulcini raccolti sotto la chioccia, dirà: Signore, conservaci sotto la
protezione delle tua ali. Un altro ancora, alla
vista del girasole, penserà: Quando avverrà, Dio mio, che la mia anima segua le
attrattive della tua bontà? Vedendo poi delle viole
del pensiero coltivate, belle a vedersi, ma senza profumo, dirà: Ecco come sono
i miei pensieri, belli a chiacchiere, ma poi non sanno di niente! Ecco, Filotea, come si
possono ricavare buoni pensieri e sante ispirazioni dalle situazioni di questa
vita mortale. Infelici sono coloro che distolgono le creature dal loro Creatore
per ricondurle al peccato; beati invece quelli che indirizzano le creature alla
gloria del loro Creatore e si servono del poco che sono per fare onore alla
verità. S. Gregorio di Nazianzo dice di avere l’abitudine di indirizzare tutte
le cose al profitto spirituale. Leggi il devoto epitaffio che S. Girolamo ha
composto per S. Paola: è bello constatare come sia ricco delle ispirazioni e dei
santi pensieri che la Santa sapeva ricavare da qualsiasi incontro. Nell’esercizio del
raccoglimento spirituale e delle preghiere giaculatorie si trova la profonda
radice della devozione: può supplire alla mancanza di tutte le altre forme di
orazione. Ma se manca questo non c’è modo di rimediare. Senza questo esercizio non
è possibile la vita contemplativa, anzi sarà mal condotta anche quella attiva;
senza questo il riposo è ozio, il lavoro preoccupazione; perciò ti supplico di
abbracciarlo con tutto il cuore, senza staccartene mai!
Capitolo XIV
COME ASCOLTARE LA SANTA MESSA
Ma se durante la Messa
vuoi fare la tua meditazione sui misteri che stai seguendo giorno per giorno,
non è necessario che tu segua queste indicazioni; sarà sufficiente che
all’inizio manifesti la tua intenzione di voler adorare e offrire questo santo
Sacrificio per mezzo della meditazione e dell’orazione, poiché in tutte le
meditazioni ci sono, o esplicitamente o implicitamente, le operazioni sopra
indicate.
Capitolo XV
GLI ALTRI ESERCIZI PUBBLICI E COMUNI Oltre a ciò, Filotea, le
Domeniche e le Feste devi assistere, per quello che potrai, al canto delle Ore e
dei Vespri; quelli sono giorni consacrati a Dio e bisogna fare qualcosa di più
in suo onore e gloria. Proverai una infinita
dolcezza spirituale, secondo quanto afferma S. Agostino nelle Confessioni:
all’inizio della conversione, assistere agli Uffici divini, lo commuoveva fino
alle lacrime. E poi (e voglio dirlo una
volta per tutte), si ricava sempre maggior frutto e più consolazione dalle
celebrazioni pubbliche della Chiesa, che non dalle devozioni personali; perché
Dio ha così voluto dando la preferenza assoluta agli atti di comunità su quelli
privati. Entra volentieri nelle
Confraternite che trovi sul posto, soprattutto in quelle le cui pratiche offrono
un frutto maggiore e più edificazione. Facendo così ti renderai molto gradita a
Dio. E’ vero che Dio non ti fa obbligo di far parte delle Confraternite, ma te
lo raccomanda la Chiesa che, a significare questo suo desiderio, le arricchisce
di indulgenze e di altri privilegi. E poi, è sempre una cosa
molto ben fatta unirsi ad altri e cooperare con essi per la riuscita di buoni
progetti. Benché possa capitare di fare anche in privato pratiche di pietà
altrettanto buone come quelle che si fanno in comune nell’ambito della
Confraternita, e addirittura di trovare più trasporto in quelle private,
ciononostante Dio è glorificato maggiormente dall’unione agli altri e dal
contributo che noi diamo ai fratelli e al prossimo in un atto comune. Questo vale per tutte le
preghiere e le devozioni pubbliche, alle quali, nella misura del possibile,
dobbiamo dare il contributo del nostro buon esempio per l’edificazione del
prossimo e il nostro affetto per la gloria di Dio e l’unione dei cuori in azioni
comuni.
Capitolo XVI
BISOGNA ONORARE E INVOCARE I SANTI Spesso Dio ci fa giungere
le sue ispirazioni per mezzo degli Angeli; perciò anche noi dobbiamo fare la
stessa cosa indirizzando a Lui le nostre aspirazioni con lo stesso mezzo. Le anime sante dei defunti
che ora si trovano in Paradiso, in compagnia degli Angeli, uguali ad essi, come
dice Nostro Signore, hanno lo stesso ufficio: ispirarci con le loro preghiere e
portare a Dio le nostre aspirazioni. Uniamo, Filotea, i nostri cuori a questi
spiriti celesti e a queste anime beate: come il piccolo usignolo impara a
cantare stando con i grandi, così, con questo scambio con i Santi, noi
riusciremo a pregare e a cantare le lodi di Dio: Canterò i Salmi, dice Davide,
davanti agli Angeli. Onora, riverisci e
rispetta con amore speciale la santa e gloriosa Vergine Maria: ella è Madre del
nostro Padre sovrano e perciò anche nostra cara nonna. Ricorriamo aLei quali
nipotini, gettiamoci sulle sue ginocchia con assoluta fiducia; in ogni momento,
in ogni circostanza, facciamo appello a questa dolce Madre, invochiamo il suo
amore materno e, facendo ogni sforzo per imitare le sue virtù, abbiamo per Lei
un sincero cuore di figli. Renditi molto amico degli
Angeli; impara a vederli sempre presenti, anche se invisibili, nella tua vita;
soprattutto ama e rispetta quello della Diocesi in cui ti trovi, quelli delle
persone con le quali vivi, e in modo particolare il tuo; pregali spesso, prendi
l’abitudine di lodarli, confida nel loro aiuto e nella loro assistenza per tutte
le circostanze tanto spirituali che materiali, perché si prendano a cuore i tuoi
progetti. Il grande Pietro Favre,
primo sacerdote, primo predicatore, primo lettore di Teologia della santa
Compagnia di Gesù, e primo compagno del Beato Ignazio, fondatore della stessa,
tornando un giorno dalla Germania, dove aveva reso grandi servizi in onore di
Nostro Signore, sostando nella nostra Diocesi, sua patria d’origine, raccontava
che attraversando molti paesi eretici, aveva ricevuto infinite consolazioni nel
salutare gli Angeli protettori delle parrocchie e diceva di averne sperimentato
sensibilmente l’assistenza: lo avevano protetto dalle imboscate degli eretici,
avevano reso molte anime aperte e docili nel ricevere la dottrina della
salvezza. Lo esponeva con tanto calore che una donna, allora giovane, avendolo
udito direttamente dalla sua bocca, lo ripeteva agli uditori ancora con profonda
commozione, quattro anni fa, ossia sessanta anni dopo! L’anno scorso ho avuto la
consolazione di consacrare un altare nel luogo dove nacque quel santo prete, nel
villaggio di Villaret, tra le nostre più aspre montagne. Scegliti qualche santo
particolare la cui vita e i cui esempi maggiormente ti invitano all’imitazione e
nella cui intercessione ti trovi ad avere maggior fiducia: come quello del nome
che porti e che ti è stato assegnato nel Battesimo.
Capitolo XVII
COME VA ASCOLTATA LA PAROLA DI DIO Devi essere devota alla
Parola di Dio: sia che tu l’oda in conversazioni familiari assieme ai tuoi amici
spirituali, sia nella solennità di un sermone, devi ascoltarla sempre con
attenzione e rispetto. Ricavane profitto: non lasciarla cadere a terra, ma
accoglila nel tuo cuore come un unguento prezioso, seguendo l’esempio della
Santissima Vergine, che conservava con cura nel proprio, tutte le lodi dette in
onore del Figlio. Ricordati che Nostro
Signore accoglie le parole che gli rivolgiamo nelle preghiere, nella misura
nella quale accogliamo quelle che Egli ci rivolge con la predicazione. Conserva
presso di te sempre qualche buon libro di devozione, come quello di S.
Bonaventura, il Combattimento Spirituale di Scupoli, le Confessioni
di S. Agostino, le Lettere di S. Girolamo e simili. Tutti i giorni
leggine un brano con grande devozione, come leggeresti lettere inviate
personalmente a te dai Santi del Cielo, per indicarti il cammino e darti
coraggio di avviarti in esso. Leggi anche le Storie e le
vite dei santi, nelle quali puoi vedere la vita cristiana, come in uno specchio;
adatta le loro azioni ai casi della tua vita secondo il tuo stato. Benché molte
azioni dei Santi non siano imitabili in senso letterale, da gente che vive nel
mondo, hanno senz’altro qualche cosa da insegnarci o da vicino o da lontano; per
esempio, puoi imitare la solitudine di Paolo, primo eremita, con il tuo
raccoglimento spirituale e con quello reale, cose di cui in parte abbiamo
parlato (cap.XII) e in parte parleremo (Parte V). Puoi imitare l’estrema povertà
di S. Francesco con gli esercizi di povertà che ti proporremo (parte III), e
così per il resto. Ti accorgerai che ci sono
episodi più illuminanti di altri per la nostra vita, come la vita della Beata
Madre Teresa, che è notevole per questo; la vita dei primi Gesuiti, quella di S.
Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, di S. Luigi di Francia, di S. Bernardo, i
fioretti di S. Francesco e altre. Ce ne sono anche di quelle
che sono più adatte per essere ammirate che imitate, come quella di S. Maria
Egiziaca, S. Simeone stilita, le due Caterine, da Siena e da Genova, di S.
Angela e altre simili, che non per questo non sono una prova piacevole del
grande amore di Dio.
Capitolo XVIII
COME VANNO ACCOLTE LE ISPIRAZIONI Chiamiamo ispirazioni gli
inviti, i movimenti, i rimproveri, i rimorsi interiori, i lumi e le cognizioni
che Dio genera in noi prevenendo il nostro cuore con le sue benedizioni, con
attenzione e affetto di Padre per svegliarci, scuoterci, spingerci, attirarci
verso la virtù, l’amore celeste, i buoni propositi: in breve, verso tutto ciò
che ci mette in cammino per il nostro bene eterno. Lo Sposo lo chiama bussare
alla porta e bussare al cuore della Sposa, svegliarla se dorme, invocarla e
chiamarla quand’è assente, invitarla a gustare il miele e a cogliere i frutti e
i fiori nel suo giardino, a cantare e a fare udire la voce alle sue orecchie. Tre sono i movimenti che
si susseguono nella promessa sposa prima di giungere al matrimonio: in primo
luogo le viene proposto il matrimonio, poi ella lo trova di suo gradimento,
infine dà il suo consenso. Allo stesso modo, quando
Dio vuole compiere in noi, per mezzo di noi e con noi un’opera di rilievo, in
primo luogo ce la propone ispirandocela; poi tocca a noi esprimerci dicendo se
ci piace; in terzo luogo aderiamo con il sì. Lo stesso processo lo
seguiamo per cadere nel peccato: anche il tal caso i movimenti sono tre: la
tentazione, il compiacimento, il consenso. Per conquistare le virtù i
gradini sono sempre tre: l’ispirazione, che è il contrario della tentazione; il
compiacimento nell’ispirazione che è il contrario del compiacimento nella
tentazione; il consenso all’ispirazione, che è il contrario del consenso alla
tentazione. Anche se l’ispirazione
dovesse insistere per tutto l’arco della nostra vita, se non la trovassimo bella
e piacevole, non saremmo in alcun modo accetti a Dio; anzi la sua divina Maestà
ne sarebbe offesa, come lo fu nei confronti degli Israeliti, che aveva inseguito
inutilmente per quarant’anni chiamandoli alla conversione senza trovare in essi
risposta. Giurò che mai più li avrebbe fatti entrare nella sua pace. Così un signore che abbia
per molto tempo corteggiato una giovane donna, sarebbe molto contrariato, se,
dopo tutto, lei non volesse saperne di matrimonio. Il piacere che si prova
nelle ispirazioni è un avvio determinante alla gloria di Dio e in tal modo si
comincia ad essere graditi alla divina Maestà; benché questo compiacimento non
sia ancora un consenso pieno, perlomeno è una disposizione favorevole. Se è vero che è un buon
segno e cosa molto utile compiacersi nell’ascolto della Parola di Dio, tanto che
possiamo considerarlo un’ispirazione esteriore, è cosa altrettanto buona e
gradita a Dio compiacersi nell’ispirazione interiore: è quel piacere di cui
parla la Sposa quando dice: la mia anima si è sciolta di piacere, quand’ho udito
la voce dell’amato. Il gentiluomo è
soddisfatto quando vede che la dama che egli serve è contenta del suo servizio. In conclusione è il
consenso che completa l’atto virtuoso: perché anche se ispirati e contenti
dell’ispirazione, neghiamo poi il consenso a Dio, siamo degli ingrati e
offendiamo gravemente la Maestà divina, perché il disprezzo sembra ancora
maggiore. E’ quanto capitò alla Sposa, perché, pur avendole il canto del suo
Amato toccato il cuore di piacere, ella non gli aprì la porta e si scusò con una
ragione sciocca. Lo Sposo si indignò, passò oltre e se ne andò. Così un gentiluomo che
dopo aver corteggiato lungamente una donna e averle reso gentilmente servizio,
si vede alla fine respinto e disprezzato, avrà senz’altro più motivo di
risentimento di quanto ne avrebbe avuto se fosse stato subito accolto male e
trattato peggio. Risolviti, Filotea, ad
accettare di buon cuore tutte le ispirazioni che Dio vorrà mandarti. Quando ti
giungeranno accoglile come ambasciatrici del Re del Cielo, che vuole unirsi in
matrimonio con te. Ascolta con cuore sereno quello che ti propongono; considera
l’amore che te le ha fatte mandare e trattale bene. Acconsenti con un’adesione
piena d’amore e fedele all’ispirazione; in modo che Dio, che non sei in grado di
costringere, si sentirà fortemente obbligato dal tuo affetto. Ma prima di dare
il consenso alle ispirazioni per cose importanti e straordinarie, per non
rischiare di cadere in inganno, consigliati sempre con la tua guida, perché
esamini se l’ispirazione è vera o falsa. Se il nemico vede un’anima pronta a
consentire alle ispirazioni, gliene propone subito di false per trarla in
inganno; cosa che gli sarà impossibile se ella, con umiltà, ubbidirà a chi la
conduce. Una volta dato il
consenso, bisogna far sì che abbia seguito e l’ispirazione si attui: questo è il
culmine della virtù autentica. Consentire nel cuore senza passare ai fatti, è
come piantare una vigna senza volerne frutto. A questo scopo è molto utile
praticare l’esercizio del mattino e il raccoglimento spirituale, indicati sopra.
Il tal modo non solo ci prepariamo a fare in modo generico il bene, ma
concretamente lo realizziamo.
Capitolo XIX
LA SANTA CONFESSIONE Il nostro Salvatore ha
lasciato alla sua Chiesa il sacramento della Penitenza o Confessione perché
potessimo purificarci dalle nostre iniquità, per numerose che siano, tutte le
volte che ci infanghiamo.
Perciò, Filotea, non
tollerare mai per lungo tempo che il tuo cure rimanga contagiato dal peccato,
disponendo tu di un rimedio sempre pronto e facile da applicare. La leonessa che
si è unita ad un leopardo corre immediatamente a lavarsi per togliere da sé il
lezzo, perché il leone, avvertendolo, non si adombri e si irriti. L’anima che ha
acconsentito al peccato deve avere orrore di se stessa e ripulirsi
immediatamente, per rispetto alla Maestà divina che sempre la segue. Perché
vogliamo lasciarci morire spiritualmente quando abbiamo a disposizione un
rimedio così sicuro? Confessati devotamente e
umilmente ogni otto giorni, e, se puoi, ogni volta fai la comunione, anche se
non avverti nella coscienza il rimorso di alcun peccato mortale. In tal caso,
con la confessione, non soltanto riceverai l’assoluzione dei peccati veniali
confessati, ma anche una grande forza per evitarli in avvenire, una grande
chiarezza per distinguerli e una efficace grazia per rimediare a tutto il danno
che ti hanno causato. Praticherai la virtù dell’umiltà, dell’obbedienza, della
semplicità e della carità; con il solo atto della Confessione praticherai più
virtù che con qualsiasi altro. Abbi sempre un sincero
dispiacere dei peccati che confessi, per piccoli che siano, e prendi una ferma
decisione di correggerti. Molti si confessano dei peccati veniali per abitudine,
quasi meccanicamente, senza pensare minimamente ad eliminarli; e così per tutta
la vita ne saranno dominati e perderanno molti beni e frutti spirituali. Se, per esempio, ti
confessi di aver mentito senza recar danno, o di aver detto qualche parola
grossolana, o di aver giocato troppo, pentiti e fa proposito di correggerti; è
un abuso confessare un peccato, sia mortale che veniale, senza aver intenzione
di emendarsene, perché la Confessione è stata istituita proprio per quello
scopo. Non fare accuse generiche,
come fanno molti, in modo macchinale, tipo queste: Non ho amato Dio come era mio
dovere; Non ho ricevuto i Sacramenti con il rispetto dovuto, e simili. Ti
chiarisco il motivo: Ciò dicendo tu non offri alcuna indicazione particolare che
possa dare al confessore un’idea dello stato della tua coscienza; tutti i Santi
del Paradiso e tutti gli uomini della terra potrebbero dire tranquillamente la
stessa cosa. Cerca qual è la ragione specifica dell’accusa, una volta trovata,
accusati della mancanza commessa con semplicità e naturalezza. Se, per esempio, ti accusi
di non avere amato il prossimo come avresti dovuto, può darsi che si sia
trattato di un povero veramente bisognoso che tu non hai aiutato come avresti
potuto o per negligenza, o per durezza di cuore, o per disprezzo; vedi un po’ tu
il motivo! Similmente non accusarti
di non aver pregato Dio con la dovuta devozione; ma specifica se hai avuto delle
distrazioni volontarie perché non hai avuto cura di scegliere il luogo, il tempo
e il contegno atti a favorire l’attenzione nella preghiera; accusati con
semplicità di quello in cui trovi di aver mancato, senza ricorrere a quelle
espressioni generiche che, nella confessione, non fanno né caldo né freddo. Non accontentarti di
raccontare i tuoi peccati veniali solo come fatto; accusati anche del motivo che
ti ci ha portato. Non dimenticarti, per
esempio, di dire che hai mentito senza coinvolgere nessuno; ma chiarisci, se è
stato per vanità, se era per vantarti o scusarti, o per gioco, o per
cocciutaggine. Se hai peccato nel gioco, specifica se è stato per soldi, o per
il piacere della conversazione, e così via. Dì anche se sei rimasto
per lungo tempo nel tuo male, perché, in genere, il tempo aggrava il peccato.
C’è molta differenza tra la vanità di un momento, che ha occupato il nostro
spirito sì e no per un quarto d’ora, e quella nella quale il nostro cuore è
rimasto immerso per uno, due o tre giorni! In conclusione, bisogna
esporre il fatto, il motivo e la durata dei nostri peccati; perché, anche se
comunemente non siamo obbligati ad essere così esatti nel dichiarare i nostri
peccati veniali, anzi non siamo nemmeno obbligati a confessarli, è pur sempre
vero che coloro che vogliono pulire per bene l’anima per raggiungere più
speditamente la santa devozione, devono avere molta cura di descrivere al medico
spirituale il male, per piccolo che sia, se vogliono guarire. Non trascurare di
aggiungere quanto serve per far capire il tipo dell’offesa, come il motivo che
ti ha fatto montare in collera, o ti ha fatto accettare il vizio di qualcuno.
Per esempio, se un uomo che non mi va a genio, mi provoca con qualche leggera
parola per ischerzo, io la prendo a male e monto in collera: cosa che se
l’avesse fatta un altro che mi è simpatico, l’avrei accettata, anche se avesse
caricato la dose. Preciserò dunque con
chiarezza: Mi sono lasciato trasportare a parole di collera contro una persona,
perché ho preso a male ciò che mi aveva detto, non per le parole in se stesse,
ma perché mi è antipatico colui che le ha dette. E se fosse necessario
precisare le parole per farti capire meglio, penso che faresti bene a dirle.
Accusandoci in questo modo, con naturalezza, non solo mettiamo fuori i peccati
fatti, ma anche le cattive inclinazioni, le usanze, le abitudini e le altre
radici del peccato, in modo che il padre spirituale abbia una chiara conoscenza
del cuore che gli è affidato e quindi predisponga i rimedi più opportuni.
Tuttavia non fare il nome di chi ha eventualmente cooperato al tuo peccato,
almeno finché ti sarà possibile. Fa attenzione a numerosi
peccati che vivono e spadroneggiano, spesso senza essere avvertiti, nella
coscienza e accusali per potertene liberare; a questo fine leggi attentamente i
Capitoli VI, XXVII, XXVIII, XXIX, XXXV e XXXVI della III parte e il Capitolo
VIII della IV parte. Non cambiare facilmente di
confessore, ma scegline uno e rendigli conto della tua coscienza nei giorni che
avrai stabilito; e digli con naturalezza e franchezza i peccati commessi; di
tanto in tanto, ogni mese o ogni due mesi, digli anche a che punto sei con le
inclinazioni, benché in quelle non ci sia peccato; digli se sei afflitta dalla
tristezza, dal rimpianto, se sei invece portata alla gioia, al desiderio di
acquisire ricchezze, e simili inclinazioni.
Capitolo XX
LA COMUNIONE FREQUENTE Si dice che Mitridate, re
del Ponto, avesse inventato un veleno con il quale aveva talmente rinvigorito il
proprio organismo, che, quando volle avvelenarsi per sfuggire alla schiavitù dei
Romani, non riuscì a portare a compimento il proposito. Il Salvatore ha istituito
l’augusto sacramento dell’Eucarestia, che contiene realmente la sua carne e il
suo sangue, affinché chi ne mangia viva eternamente. Ecco perché, chiunque vi
ricorre spesso con devozione, rinforza talmente la salute e la vitalità
dell’anima, che è quasi impossibile che rimanga avvelenata dai cattivi affetti
di qualunque sorta siano. Non è possibile nutrirsi
di questo cibo di vita e continuare a vivere gli affetti di morte; allo stesso
modo che gli uomini nel paradiso terrestre non avrebbero potuto morire quanto al
corpo in virtù del frutto della vita del Signore vi aveva collocato, così essi
non possono morire spiritualmente in virtù di questo sacramento di vita. Se è vero che i frutti più
teneri, soggetti a corrompersi, come le ciliegie, le albicocche e le fragole, si
conservano facilmente tutto l’anno una volta canditi nello zucchero e nel miele,
nessuna meraviglia che i nostri cuori, benché fragili e deboli, siano resi
immuni dalla corruzione del peccato quando sono trattati con quello zucchero e
quel miele che sono la carne e il sangue incorruttibili del Figlio di Dio. O
Filotea, i cristiani che saranno condannati, resteranno senza parola allorché il
Giudice giusto rinfaccerà loro il torto che hanno avuto di lasciarsi morire
spiritualmente, quando era loro così facile mantenersi in vita e buona salute
nutrendosi del suo Corpo offerto a tal fine. Miserabili, dirà loro. Come avete
potuto lasciarvi morire, quando avevate l’ordine di nutrirvi del cibo di vita? "Io non lodo e non biasimo
il fatto di ricevere la comunione eucaristica tutti i giorni; ma consiglio ed
esorto ciascuno a fare la comunione tutte le Domeniche, purché lo spirito non
abbia affetti al peccato". Sono parole testuali di S.
Agostino, al quale mi associo non biasimando e non lodando chi fa la comunione
tutti i giorni; lascio la decisione su questo punto alla discrezione del Padre
spirituale di chi vorrà prendere decisioni a questo proposito; infatti le
disposizioni per accostarsi così di frequente alla santa comunione devono essere
di un livello di perfezione, che non è opportuno dare in materia un parere
generico. D’altra parte, siccome tali disposizioni, benché richiedono un livello
di perfezione alto, possono trovarsi in molte anime buone, non è nemmeno bene
distogliere e dissuadere tutti. Va deciso dopo aver preso in esame lo stato
interiore di ciascuno in particolare. Sarebbe imprudente
consigliare a tutti indiscriminatamente la comunione frequente; ma sarebbe
ugualmente imprudente biasimare chi la facesse, soprattutto quando c’è di mezzo
il parere di un prudente direttore di spirito. Bella la risposta di S, Caterina
da Siena, quando, a proposito della sua comunione quotidiana, le fu citato S.
Agostino che non loda e non biasima chi si comunica tutti i giorni: Ebbene,
disse, poiché S. Agostino non lo biasima, prego anche voi di fare altrettanto, e
mi basta. Ma vedi bene, Filotea, che
S. Agostino esorta e consiglia con forza di fare la comunione tutte le
domeniche; falla anche tu più spesso che puoi. Giacché, io lo credo, tu non hai
alcun affetto al peccato mortale, e nemmeno al peccato veniale, sei nella
disposizione richiesta da S. Agostino, e anche qualcosa di più; perché non solo
non hai l’affetto a peccare, ma non hai nemmeno l’affetto al peccato. Sicché se
il tuo padre spirituale lo trova bene, puoi fare la comunione anche più spesso
di ogni domenica. Possono tuttavia sorgere
molte difficoltà, non da parte tua, ma da parte di coloro che vivono con te, che
potrebbero consigliare al tuo saggio direttore di non farti comunicare così
spesso. Se, per esempio, tu sei sottomessa a qualcuno, e coloro cui devi
obbedienza e rispetto siano così mal istruiti e così strani da sentirsi inquieti
e turbati nel vederti fare la comunione così spesso, nel caso, tutto
considerato, sarà bene andare incontro alla loro malattia e fare la comunione
soltanto ogni quindici giorni; ciò solo nel caso che la difficoltà non possa
esse superata in altro modo. In questo campo non bisogna dare direttive
generali, occorre stare a quanto dice il padre spirituale; tuttavia mi sento in
obbligo di affermare con certezza che la massima distanza tra una comunione e
l’altra non deve superare il mese, almeno in quelli che intendono servire Dio
devotamente. Se sai essere molto
prudente, non c’è né madre, né moglie, né marito, né padre che ti impedisca di
comunicare spesso: e sai perché. Perché il giorno in cui avrai fatto la
comunione, non diminuirai la cura per quello che fa parte dei doveri del tuo
stato, anzi sarai più dolce e gentile e non rifiuterai l’adempimento di nessun
dovere; la conseguenza sarà che gli altri non avranno alcun interesse a
distoglierti da questo esercizio che non causa loro alcun pregiudizio; a meno
che non siano gretti e incapaci di ragionare; in tal caso, come già detto, usa
condiscendenza, secondo il consiglio del tuo direttore. Devo aggiungere una parola
per la gente sposata: Dio, nell’antica Legge, trovava cosa fatta male che i
creditori esigessero il loro debito nei giorni di festa; ma non se l’aveva a
male se il debitore pagava e rendeva il debito a chi lo esigeva. E’ cosa poco
conveniente, benché non sia un grande peccato, chiedere la soddisfazione del
debito coniugale nel giorno in cui si è fatta la comunione; ma non è
sconveniente, anzi direi che è meritorio, renderlo. Ecco perché a causa di tali
doveri, nessuno deve essere privato della Comunione, quando la sua devozione lo
spinge a chiederla. Nella Chiesa primitiva i cristiani comunicavano tutti i
giorni, pur essendo sposati e benedetti da tanti figli; ecco perché ho detto che
la comunione frequente non deve generare alcuna sorta di problemi né ai papà, né
alle mamme, né ai mariti, né alle mogli purché l’anima che si accosta alla
comunione sia prudente e discreta. Quanto alle malattie
corporali non ce n’è alcuna che impedisca questa santa partecipazione, eccetto
quelle che causano vomito molto frequente. Per fare la comunione ogni
otto giorni occorre non avere peccati mortali e non avere affetto al peccato
veniale, e avere un grande desiderio di fare la comunione; ma per fare la
comunione tutti i giorni, oltre a ciò, bisogna aver superato la maggior parte
delle cattive inclinazioni ed avere il parere favorevole del padre spirituale.
Capitolo XXI
COME BISOGNA FARE LA COMUNIONE La preparazione alla santa
Comunione comincia la sera precedente, con molte aspirazioni e slanci d’amore.
Ritirati per tempo in camera tua, prima del solito; così il mattino seguente
sarai pronta per alzarti più presto. Se durante la notte dovessi svegliarti,
metti subito nel cuore e sulla bocca qualche pensiero odoroso, per profumare la
tua anima e prepararla a ricevere lo sposo che veglia mentre dormi e si prepara
ad arricchirti di infinite grazie e favori se sei pronta a riceverli. Al mattino alzati con
grande gioia per la felicità che speri e, dopo esserti confessata, va, con
grande fiducia, ma anche con grande umiltà, a ricevere quel cibo celeste che ti
nutre per l’immortalità. Dopo aver pronunciato le sante parole: Signore, non
sono degna, non muovere più né la testa né le labbra, non per pregare e ancor
meno per sospirare, ma apri dolcemente e mediamente la bocca e, alzando la testa
quel tanto che basta perché il sacerdote veda quello che fa, ricevi piena di
fede, di speranza e di carità Colui al quale, il quale, per il quale e nel quale
tu credi, speri, bruci d’amore. Filotea, immaginati che,
simile all’ape che dopo aver raccolto sui fiori la rugiada del cielo, e il succo
più squisito della terra lo trasforma in miele e lo trasporta nella sua arnia;
il sacerdote sull’altare prende tra le mani il Salvatore del mondo, vero Figlio
di Dio, simile a rugiada discesa dal cielo e vero Figlio della Vergine, simile a
fiore sbocciato dalla terra della nostra umanità, e lo offre in cibo di soavità
alla tua bocca e al tuo corpo. Appena Gesù è in te scuoti
il cuore perché venga a rendere omaggio al re della salvezza; esamina con lui la
tua situazione interiore, pensa che hai in te e che c’è venuto per la tua
felicità; accoglilo meglio che puoi e comportati in modo tale che si veda, da
tutte le tue azioni, che Dio è con te. Ma se non avessi la grazia
di comunicare realmente nella santa Messa, comunicati almeno con il cuore e lo
spirito, unendoti con un ardente desiderio alla carne del Salvatore. La tua prima intenzione
nella comunione deve essere di progredire, fortificarti e stabilizzarti
nell’amore di Dio; perché quello che ti è dato soltanto per amore, tu lo devi
ricevere con amore. Non è possibile immaginare il Salvatore impegnato in
un’azione più piena di amore e più tenera di questa, nella quale, si può dire
che distrugga se stesso riducendosi in cibo per entrare nelle nostre anime e
unirsi intimamente al cuore e al corpo dei fedeli. Se ti domandano perché tu
fai la comunione così spesso, rispondi che è per imparare ad amare Dio, per
purificarti dalle imperfezioni, per liberarti dalle miserie, per consolarti
nelle afflizioni, per trovare sostegno nelle debolezze. Rispondi che sono due le
categorie di persone che devono fare spesso la comunione: i perfetti, perché,
essendo ben disposti, farebbero molto male a non accostarsi alla sorgente della
perfezione; e gli imperfetti, per poter camminare verso la perfezione; i forti
per non rischiare di scoprirsi deboli, e i deboli per diventare forti; i malati
per guarire e i sani per non ammalarsi; tu poi, creatura imperfetta, debole e
ammalata, hai bisogno di comunicare spesso con la perfezione, la forza e il
medico. Rispondi che coloro i
quali non hanno molte occupazioni, devono fare la comunione perché ne hanno il
tempo; quelli invece che sono molto occupati, la devono fare perché ne hanno
bisogno, perché chi lavora molto ed è carico di preoccupazioni deve nutrirsi di
cibi sostanziosi e mangiare spesso. Comunicati spesso,
Filotea, più spesso che puoi, secondo il parere del tuo padre spirituale; e
credimi, le lepri, qui da noi, sulle nostre montagne, in inverno diventano
bianche perché non vedono e non mangiano che neve; anche tu, a forza di adorare
e di nutrirti di bellezza, di bontà e della stessa purezza di questo Divin
Sacramento, diventerai bella, santa e pura.
TERZA PARTE
Contiene molti consigli per l’esercizio delle
virtù
Capitolo I
LA SCELTA NECESSARIA NELL’ESERCIZIO DELLE
VIRTU’ Come la regina delle api
non esce mai senza essere circondata da tutto il suo piccolo popolo, così la
carità non entra mai in un cuore senza condurre al suo seguito tutte le altre
virtù. Come un buon capitano le mantiene tutte in esercizio e le impiega in vari
compiti, come soldati: chi per un servizio, chi per un altro; chi in un modo,
chi in un altro; chi prima e chi dopo; chi in questo luogo chi in quell’altro. Il giusto è come un albero
piantato lungo un corso d’acqua che porta i frutti nella sua stagione. Quando la
carità entra in un’anima, produce in essa frutti di virtù, ciascuno a suo tempo. La musica briosa, tanto
gradevole in sé, può essere fuori luogo in un lutto. Sono molti ad avere il
difetto che ora ti dico: siccome si sono impegnati in una determinata virtù, si
intestardiscono a volerla praticare in tutte le circostanze, e vogliono o
piangere senza interruzione o ridere senza fine; proprio come certi antichi
filosofi. Anzi, fanno di peggio: trovano da ridire e coprono di biasimo quelli
che non li seguono nell’esercizio delle "loro" virtù. L’Apostolo dice che
bisogna rallegrarsi con quelli che sono contenti e piangere con quelli che sono
afflitti; dice anche che la carità è paziente e benevola, aperta e prudente,
accondiscendente. Ci sono, a dire il vero,
delle virtù che hanno un impiego quasi universale, per cui, non soltanto non
devono essere praticate separatamente, ma anzi devono arricchire delle loro
qualità gli atti di tutte le altre virtù. Per esempio, le occasioni di praticare
la forza, la magnanimità, la munificenza, non sono molto frequenti; altre virtù
invece, come la dolcezza, la temperanza, l’onestà e l’umiltà devono dare colore
e splendore agli atti di tutte le altre virtù. Non è che non ci siano virtù
superiori in eccellenza; ma il fatto è che queste sono richieste con maggior
frequenza. Lo zucchero è più buono del sale, ma il sale ha un impiego più
frequente e più generale. Questa è la ragione per la quale occorre avere sempre
pronta una buona provvista di queste virtù generali. Si può dire che il loro
impiego sia necessario quasi ininterrottamente. Nell’esercizio delle virtù
dobbiamo dare la precedenza a quelle più utili al compimento del nostro dovere,
non a quelle che ci piacciono di più. A Santa Paola piacevano le asprezze delle
mortificazioni corporali per godere più facilmente delle dolcezze dello spirito,
ma il suo primo dovere era l’obbedienza ai superiori; questa è la ragione per la
quale S. Girolamo dice che era da riprendere perché si dava a digiuni
incontrollati contro il parere del suo Vescovo. Gli Apostoli, per contro,
istituiti per predicare il Vangelo e distribuire il pane celeste alle anime,
giudicarono cosa molto ben fatta, per poter esercitare tale mansione senza
distrazioni, tralasciare la pratica della virtù della cura dei poveri, che pure,
in sé, è ottima.
Ogni vocazione ha le sue
virtù particolari: le virtù proprie di un Vescovo non sono quelle di un
principe; le virtù adatte ad un soldato non sono quelle di una donna sposata;
quelle di una vedova, sono altre ancora. E’ vero che tutti devono possedere
tutte le virtù, ma questo non vuol dire che debbano praticarle allo stesso modo;
ognuno deve impegnarsi in modo tutto speciale in quello proprie dello stato cui
è stato chiamato. Tra le virtù che non
riguardano in modo specifico il nostro stato, dobbiamo dare la preferenza alle
migliori e non alle più appariscenti. Alla vista le comete sembrano più grandi
delle stelle e ai nostri occhi hanno una dimensione maggiore; e invece non sono
nemmeno paragonabili alle stelle, né per grandezza, né per luminosità; ci
sembrano più grandi solo perché sono più vicine a noi e composte di materiale
più grossolano di quello delle stelle. Lo stesso avviene per
certe virtù che, per il fatto che sono più vicine a noi, sono sensibili e direi
quasi palpabili, il popolino le stima molto e le preferisce. Per questo rimane più
colpito dall’elemosina materiale che da quella spirituale; antepone il cilicio,
il digiuno, la nudità, la disciplina e le mortificazioni del corpo alla
dolcezza, alla bontà, alla modestia e altre mortificazioni del cuore: se
vogliamo essere onesti, queste ultime sono di molto migliori. Tu, Filotea, devi
scegliere le virtù più consistenti, non quelle che godono di maggior stima; le
più efficaci, non le più appariscenti; le migliori, non le più onorate. E’ bene che ognuno scelga
l’esercizio particolarmente intenso di qualche virtù, non per questo
abbandonando le altre , ma per tenere sempre abitualmente il proprio spirito
ordinato e occupato. Una giovane donna,
bellissima, splendida più del sole, vestita come una regina, cinta di una corona
di olivo, apparve a S. Giovanni, Vescovo di Alessandria e gli disse: Sono la
figlia primogenita del Re, se mi accetti come amica ti condurrò alla sua
presenza. La riconobbe, era la Misericordia verso i poveri che Dio voleva da
lui. Vi si consacrò con tanta assiduità che fu chiamato S. Giovanni
Elemosiniere. Eulogio di Alessandria
desiderava compiere qualche cosa di speciale per il Signore: siccome non aveva
abbastanza salute per abbracciare la vita dell’eremita o per porsi sotto
l’obbedienza di un altro, accolse presso di sé un emarginato dalla società,
campione di ogni vizio e ladroneria, per esercitare nei suoi confronti la carità
e la mortificazione; per farlo ancora meglio fece voto di onorarlo, trattarlo e
servirlo come un domestico nei confronti del suo padrone e signore. Ad un certo
momento, sia l’uno che l’altro, ebbero la tentazione di separarsi; chiesero
consiglio al grande S. Antonio che disse: Figli miei, guardatevi bene dal
separarvi uno dall’altro; siete oramai prossimi alla vostra fine, e se l’Angelo
non vi trova insieme, correte grande pericolo di perdere le vostre corone. Il Re S. Luigi considerava
un premio visitare gli ospedali e serviva gli ammalati di persona. S.Francesco amava tanto la
povertà, che la chiamava la sua signora; S. Domenico invece, amava tanto la
predicazione, che ne ha dato il nome ai suoi Frati. S. Gregorio il Grande,
sull’esempio di Abramo, trattava i pellegrini con affetto, e il Re della gloria
gli fece lo stesso onore che aveva fatto al Patriarca Abramo presentandosi a lui
in veste di pellegrino. Tobia esercitava la virtù
della sepoltura dei morti. S. Elisabetta, che pure era una grande principessa,
amava l’abiezione di se stessa. S. Caterina da Genova, rimasta vedova, si
consacrò al servizio degli ospedali. Cassiano racconta che una ragazza devota,
volendo esercitare la virtù della pazienza, ricorse a S. Atanasio, che le pose a
fianco una vedova triste, collerica, dispettosa, insofferente che, aggredendola
senza interruzione, le diede modo di praticare alla perfezione la dolcezza e la
condiscendenza. Tra i Servitori di Dio c’è
chi si impegna nel servizio dei malati, chi ad aiutare i poveri, chi a
promuovere la conoscenza della dottrina cristiana tra i piccoli, chi a radunare
le anime perdute o smarrite, chi a preparare le chiese e ad ornare gli altari,
chi a procurare la pace e la concordia tra gli uomini. In ciò imitano i
ricamatori, i quali, su fondi diversi, dispongono in studiata varietà le sete,
l’oro, l’argento, per formare fiori di ogni specie; la stessa cosa fanno quelle
anime pie che iniziano uno speciale esercizio di devozione. Tale devozione serve
loro da fondo per il ricamo spirituale, sul quale poi impostano le variazioni di
tutte le altre virtù; in tal modo mantengono i loro atti e i loro affetti uniti
e ordinati proprio in forza del rapporto in cui mantengono le singole virtù con
la principale. Per tale motivo il loro spirito appare nel suo bel vestito di
broccato d’oro ricamato e trapunto di vari motivo all’ago. Quando siamo combattuti da
qualche vizio, abbracciamo la virtù contraria, sempre che siamo in condizione di
farlo, riconducendo le altre a quella. In tal modo sconfiggeremo il nemico e
continueremo a progredire in tutte le virtù. Se sono combattuto
dall’orgoglio e dalla collera, devo assolutamente chinarmi e piegarmi all’umiltà
e alla dolcezza; per riuscirvi, ricorrerò all’orazione, ai Sacramenti, alla
prudenza, alla costanza, alla sobrietà. Prendo il paragone del
cinghiale, il quale, per rendere aguzze le zanne di difesa le sfrega e le
appuntisce con l’aiuto degli altri denti, il che fa sì che tutti ne risultino
affilati e taglienti; allo stesso modo, l’uomo virtuoso, che ha iniziato l’opera
della perfezione, deve limare e affilare quella virtù della quale sente
maggiormente il bisogno per la propria difesa; e questo per mezzo dell’esercizio
delle altre virtù, che, a loro volta, mentre affilano quella, ne traggono
vantaggio, migliorano e risultano meno ruvide. Così capitò a Giobbe, che
esercitando in modo particolare la virtù della pazienza, a causa di tante
tentazioni cui era sottoposto, finì col diventare perfettamente santo e virtuoso
in tutte le virtù e sotto ogni aspetto. Secondo quanto dice S.
Gregorio di Nazianzo, può capitare che, per un solo atto perfetto di una virtù,
qualcuno raggiunga l’apice di tutte le virtù. Come esempio porta Raab che, per
aver praticato in modo perfetto l’ospitalità, giunse a somma gloria; ciò si deve
intendere solo per i casi in cui l’atto è stato veramente perfetto, e animato da
un grande fervore di carità.
Capitolo II
CONTINUAZIONE DEL MEDESIMO DISCORSO SULLA
SCELTA DELLA VIRTU’ Molto bene dice S.
Agostino quando afferma che coloro i quali iniziano il cammino della devozione
commettono certi errori che, stando al rigore dei canoni sulla perfezione, sono
biasimevoli; ma per un altro verso sono lodevoli perché sono segno della grande
pietà che seguirà; ne sono in certo modo l’avvio. Il timore servile, frutto
d’ignoranza, che genera scrupoli eccessivi nelle anime di coloro che escono
dall’abitudine al peccato, all’inizio può essere una virtù raccomandabile; fa
prevedere con sicurezza una retta coscienza in futuro. Se lo stesso timore
dovesse persistere in coloro che hanno già fatto un certo progresso, sarebbe un
segno negativo; perché nel cuore di costoro deve dominare l’amore che, per
gradi, elimina il timore servile. Agli inizi, S. Bernardo
era rigido e rude con coloro che si ponevano sotto la sua direzione: diceva
loro, per prima cosa, che era necessario abbandonare il corpo per continuare
verso di Lui solo con lo spirito. Quando ascoltava le loro confessioni,
aggrediva con tale severità ogni loro difetto, per piccolo che fosse, e faceva
pressioni con tanta forza su quei poveri principianti, che volendo spingerli con
troppa forza verso la perfezione, finiva per farli rinunciare e tornare
indietro. Sotto quelle pressioni ininterrotte si scoraggiavano e si sentivano
incapaci di affrontare una salita così ripida e così lunga. Se rifletti un po’,
Filotea, giungi alla conclusione che si trattava di uno zelo molto bruciante di
un’anima perfetta che consigliava a quel grande santo quel tipo di metodo.
Quello zelo era senz’altro una grande virtù in sé, ma una virtù che pur essendo
tale, nel caso specifico era da riprovare. Dio stesso gli apparve e lo corresse
e colmò la sua anima di uno spirito dolce, soave, amabile e tenero, che lo
resero totalmente un altro. Si accusò di essere troppo rigido e severo e si
trasformò in un uomo tanto cordiale e arrendevole con tutti, da potergli
applicare il detto: Tutto a tutti, per conquistare tutti. S.Girolamo racconta che la
sua cara figlia spirituale S. Paola, non solo era portata all’esagerazione, ma
era testarda nella pratica delle mortificazioni corporali, fino a non volersi
arrendere al parere contrario che il suo Vescovo, S. Epifanio, le aveva espresso
al riguardo. Oltre a ciò, si era lasciata andare talmente al pianto per la morte
dei suoi, che aveva rischiato di morire. S. Girolamo conclude: Mi direte che
anziché tessere le lodi di questa santa, sto scrivendone critiche e rimproveri.
Ma, davanti a Gesù, che ella ha servito e che io voglio servire, affermo che non
mento né pro né contro, come cristiano di una cristiana; voglio dire che io ne
sto scrivendo la storia e non un panegirico; i suoi vizi sono virtù per gli
altri. Intende dire cjìhe gli scarti e i difetti di S. Paola sarebbero state
virtù in un’anima meno perfetta; se consideriamo seriamente le cose troveremo
degli atti che vengono considerati difetti in coloro che sono perfetti, che
potrebbero essere considerate grandi perfezioni in coloro che sono imperfetti.
In uno che esce dalla malattia è buon segno avere le gambe gonfie, perché
dimostra che la natura ha già ripreso vigore e si sbarazza degli umori
superflui; ma lo stesso sintomo sarebbe cattivo indizio in una persona non
malata, perché starebbe ad indicare che la natura non ha sufficiente vigore per
eliminare e assorbire gli umori. Filotea, bisogna avere una
buona opinione di quelli che vediamo impegnati nella pratica delle virtù, anche
se frammiste a imperfezioni; anche i Santi le hanno praticate in tal modo. Per quello che ci riguarda
personalmente, dobbiamo impegnarci ad esercitarle molto seriamente, non soltanto
con fedeltà, ma anche con prudenza. A tal fine facciamo nostro il consiglio del
Saggio: Non fare affidamento sulla tua prudenza, ma su quella di coloro che Dio
ti ha dato per guidarti. Ci sono alcune cose che
molti considerano virtù, e invece non lo sono affatto! Bisogna che te ne parli
in po’. Sono le estasi, i rapimenti, l’insensibilità, l’impassibilità, l’unione
deificante, le elevazioni, le trasformazioni e simili perfezioni su cui si
dilungano alcuni libri, che promettono l’elevazione dell’anima fino alla
contemplazione puramente intellettuale, all’adesione essenziale dello spirito e
alla vita superiore. Vedi, Filotea, queste
perfezioni non sono virtù; sono piuttosto ricompense che Dio concede come premio
alle virtù o, meglio ancora, saggi della felicità della vita futura, che,
qualche volta, il Signore fa intravedere agli uomini per far loro desiderare il
tutto lassù in paradiso. Questa non è una ragione
per esigere tali grazie, anche perché non sono in nessun modo necessarie per
servire e amare Dio, che deve essere la nostra unica aspirazione. Non sono
grazie che possono essere conquistate con lavoro e impegno perché, più che di
azioni si tratta di passioni, che siamo in grado di ricevere, ma non di
procurare. Aggiungo che noi abbiamo
iniziato un cammino per diventare persone oneste, gente devota, uomini pii,
donne pie; ecco perché dobbiamo impegnarci seriamente. Se poi Dio ha deciso di
innalzarci fino a quelle perfezioni angeliche, sapremo essere anche dei buoni
angeli; in attesa, con molta semplicità, umiltà e devozione, esercitiamoci alle
piccole virtù, messe da Nostro Signore alla portata del nostro impegno e del
nostro lavoro: e sono, ad esempio, la pazienza, la bontà, la mortificazione del
cuore, l’umiltà, l’obbedienza, la povertà, la castità, la dolcezza nei confronti
del prossimo, la sopportazione delle sue imperfezioni, la diligenza e il fervore
delle cose sante. Lasciamo volentieri le
altezze alle anime grandi: non siamo capaci di un ruolo così elevato nel
servizio di Dio. Saremo già contenti di poterlo servire in cucina o come fornai,
di essere suoi servi, suoi facchini, magari suoi camerieri; è Lui soltanto che
può decidere di chiamarci a far parte degli intimi e del consiglio privato. E’ così, Filotea. Perché
questo Re di gloria non dà ai suoi servi le ricompense secondo il livello dei
compiti assegnati, ma secondo l’amore e l’umiltà che hanno messo
nell’esercitarli. Saul cercava le asine di
suo padre e trovò il regno di Israele; Rebecca abbeverò i cammelli di Abramo e
divenne sposa del figlio; Ruth, dopo aver spigolato dietro ai mietitori di Booz,
si coricò ai suoi piedi, ma egli la volle al suo fianco e divenne sua sposa. La pretesa di cose
straordinarie così alte ed elevate è facilmente occasione di illusioni, inganni,
e falsità. Capita qualche volta che coloro i quali pensano di essere angeli non
siano nemmeno uomini come si deve; in loro, alla prova dei fatti, trovi soltanto
sfoggio di parole e termini magniloquenti, ma vuoto di sentimenti e assenze di
opere. Tuttavia non è bene disprezzare e censurare in modo temerario; Benediciamo Dio per la superiorità degli altri, ma rimaniamo nel nostro cammino, che corre più a valle ma è più sicuro, meno appariscente, ma più alla portata della nostra insufficienza e della nostra pochezza; e se noi ci manteniamo in quello con umiltà e fedeltà, Dio ci innalzerà a grandezze maggiori.
Capitolo III
LA PAZIENZA Voi avete bisogno di
pazienza, affinché, facendo la volontà di Dio, meritiate di conseguire la sua
promessa, dice l’Apostolo. Il Salvatore aveva detto: con la pazienza
conquisterete la padronanza delle vostre anime. Dominare la propria anima
è la massima aspirazione dell’uomo, e il dominio dell’anima è commisurato al
livello della pazienza! Ricordati spesso che
Nostro Signore ci ha salvato soffrendo con costanza; è nello stesso modo che noi
potremo operare la nostra salvezza, sopportando la sofferenza, le afflizioni, le
ingiurie, le contraddizioni, i dispiaceri con la maggior dolcezza che ci sarà
possibile. Non limitare la tua
pazienza a un genere determinato di ingiurie o di afflizioni, ma estendile a
tutte quelle che il Signore ti manderà o permetterà che tu incontri. Alcuni
vogliono sopportare soltanto le tribolazioni che procurano onore, come per
esempio: essere feriti in guerra, essere prigionieri di guerra, essere
maltrattati a causa della religione, diventare poveri per una lite da cui sono
usciti vincitori. Io dico che costoro non amano la tribolazione, ma soltanto
l’onore che ne deriva. Il vero paziente, ossia chi vuole servire Dio, sopporta
con animo uguale le tribolazioni unite al disonore e quelle che danno onore. Se
ci disprezzano, ci attaccano e ci accusano i cattivi, per un uomo di coraggio è
una vera gioia; ma se quelli che ci attaccano, ci accusano e ci maltrattano,
sono gente per bene, amici, i genitori, altri parenti, allora sì che va bene! Ho una stima maggiore per
la dolcezza con la quale S. Carlo Borromeo sopportò a lungo gli attacchi che gli
sferrava pubblicamente dal pulpito un predicatore di fama, appartenente ad un
Ordine rigorosissimo nell’ortodossia, che non per tutti gli altri attacchi
sopportati. Le punture delle api fanno
più male di quelle delle mosche; allo stesso modo il male che riceviamo dalla
gente per bene e le opposizioni che ci fanno, risultano molto più difficili da
sopportare che qualunque altra. Capita abbastanza spesso che due brave persone,
entrambi con la migliore intenzione di questo mondo, per divergenza di opinione,
si facciano guerra senza quartiere, accanendosi l’uno contro l’altro. Non essere paziente
soltanto nel momento culminante della tribolazione, ma anche in tutti gli
inconvenienti e i guai che si trascina dietro. Molti accetterebbero anche di
avere qualche guaio a condizione di non soffrirne conseguenze. Non sono
dispiaciuto di essere caduto in povertà, dirà uno, però questo nuovo stato di
cose mi impedisce di essere utile agli amici, di educare i miei figli e di
vivere in modo decoroso, come avrei voluto. Dirà un altro: Io non mi
preoccuperei se la gente non dicesse che è colpa mia. C’è anche quello che non
tiene in alcun conto le maldicenze contro di lui e le sopporterebbe volentieri
se i presenti non prestassero fede al maldicente. Altri ancora accettano di
provare qualche conseguenza del male, ma, a loro parere, tutte sono troppe! Non
si impazientiscono, dicono, di essere malati, ma solo perché non hanno il denaro
per farsi curare; trovano anche la scusa che in tale stato sono di peso agli
altri. Io dico, Filotea, che occorre sopportare con pazienza, non solo lo stato
di malattia, ma anche la malattia che Dio vuole, nel luogo dove vuole,
circondati dalle persone che vuole, e con gli inconvenienti che vuole; e così
per tutte le altre tribolazioni. Quando sarai colpita dal
male, contrapponi tutti i rimedi che Dio ha messo a tua disposizione; agire
diversamente sarebbe tentare la divina Maestà: ma, una volta fatto ciò, aspetta
con una fiducia totale, l’effetto che Dio vorrà loro concedere. Se Dio crede
bene che i rimedi vincano il male, tu lo ringrazierai con umiltà; ma se invece
crede bene di permettere che il male vinca i rimedi, benedicili con pazienza. Io sono del parere di San
Gregorio: quando ti accusano giustamente di qualche colpa realmente commessa,
umiliati molto, confessa che meriti l’accusa che ti è stata mossa. Se poi sei
accusata ingiustamente, discolpati con calma, prova che non sei colpevole: hai
l’obbligo di rispettare la verità anche per il buon esempio al prossimo. Ma se
dopo la tua sincera e onesta spiegazione dei fatti a tua discolpa, gli altri
insistono nel caricare su di te le responsabilità dei fatti, non angustiarti in
alcun modo e non cercare altre strade per far accettare la versione autentica
dei fatti. Sai perché? Dopo che hai reso il suo alla verità, rendilo ora
all’umiltà. Lamentati meno che puoi
per i torti che ricevi; è un fatto certo che chi abitualmente si lamenta finisce
per peccare. E’ colpa dell’amor proprio che ingigantisce per professione i torti
subiti: ma quello che più ti raccomando e di non andare a lamentarti con persone
facili all’indignazione e a pensare male. Se proprio non puoi fare a meno di
lamentarti con qualcuno, sia per riparare l’offesa, sia per calmare te stessa,
rivolgiti a persone calme e piene di amore di Dio. Se non farai così, il tuo
cuore, invece di ricavarne serenità, sarà spinto ad essere ancora più inquieto:
invece di toglierti la spina che ti punge appena, te la conficcherebbero più
profondamente nel piede. Ci sono poi alcuni che quando sono ammalati, afflitti o
offesi da qualcuno, stanno bene attenti a non lamentarsi e a dimostrare troppa
permalosità; a loro parere, ed è vero, ciò darebbe prova di grande debolezza e
di mancanza di generosità; ma poi, nel fondo di loro stessi, desiderano
intensamente che qualcuno li compatisca e si danno da fare con mille arti a tale
scopo. Vogliono che tutti sappiano che loro sono afflitti, ma anche pazienti e
coraggiosi! Ti pare che quella sia pazienza? Chiamala come vuoi, ma quella è
soltanto una finta pazienza. In fondo è soltanto un’abile e studiata ambizione,
è vanità: ne ricavano gloria, ma non davanti a Dio! Il vero paziente non si
lamenta del male e non desidera essere compatito; ne parla con naturalezza,
sincerità e semplicità, senza lamenti, senza rimpianti, senza esagerazioni; se
lo compatiscono, sopporta con pazienza i compatimenti, a meno che addirittura
siano per mali che non ha; in tal caso, con molta umiltà, farà notare che quel
male non l’ha e poi si manterrà con animo sereno nella pace tra la verità e la
pazienza, ammettendo sì il male, ma senza lamentele. Nelle contrarietà che ti
piomberanno addosso nell’esercizio della devozione, e vedrai che non
mancheranno, ricordati della parola di nostro Signore: La donna quando
partorisce provi dolori molto forti, ma tutto dimentica alla vista del bambino,
perché ha dato un uomo alla vita. Nella tua anima hai concepito il figlio più
meraviglioso di questo mondo, Gesù Cristo. Prima che sia dato completamente alla
luce e generato, può darsi che ti procuri ansia e sofferenza; ma fatti animo
perché, passati quei dolori, ti rimarrà la gioia senza fine di aver dato tale
uomo al mondo. Per quello che ti riguarda sarà generato totalmente solo quando
l’avrai formato completamente nel tuo cuore e nelle tue azioni con l’imitazione
della sua vita. Quando sarai malata, offri
i tuoi dolori, gli inconvenienti e le debolezze per il servizio del Signore, e
chiedigli, con insistenza, di unirli a quanto Egli ha sopportato per te.
Obbedisci al medico, prendi le medicine, i cibi e gli altri rimedi per amore di
Dio; ricordati del fiele che egli ha preso per amore nostro. Desidera pure di guarire
per servirlo, ma non rifiutare di essere ammalata per obbedirgli; e preparati
anche alla morte, se quella a lui piacesse, per lodarlo e gioire con Lui. Le api
nel periodo in cui fanno il miele, vivono e si nutrono con una sostanza molto
amara; lo stesso avviene per noi: non potremo mai compiere atti di grande
dolcezza e pazienza, fare il miele delle buone virtù, finché non saremo capaci
di mangiare il pane dell’amarezza e vivere tra le sofferenze. Il miele ricavato
dai fiori di timo, piccola erba amara è, senza confronti, il migliore; lo stesso
è della virtù esercitata nell’amarezza delle tribolazioni più vili, basse e
abbiette. Guarda spesso con gli
occhi interiori Gesù cristo crocifisso, spogliato, bestemmiato, calunniato,
abbandonato, oppresso da ogni sorta di mali, tristezze e ansie, e pensa che
tutte le tue sofferenze non sono in alcun modo paragonabili alle sue, né per
intensità, né per numero; e pensa che mai riuscirai a soffrire per Lui quello
che Egli ha sofferto per te. Considera i tormenti
atroci sopportati dai Martiri e le sofferenze che tante persone sopportano e che
sono, senza confronto, più penose delle tue, e poi dì a te stessa: Le
contrarietà che mi affliggono sono consolazioni e le mie spine sono rose a
confronto di coloro che vivono in una morte continua, oppressi da croci
infinitamente più gravose e questo senza aiuti, senza consolazioni, senza alcun
sollievo.
Capitolo IV
L’UMILTA’ ESTERIORE Disse il profeta Eliseo ad
una povera vedova: Prendi tutti i vasi vuoti che hai e riempili d’olio. Per
ricevere la grazia di Dio nei nostri cuori, dobbiamo vuotarli di noi stessi. Il
gheppio, stridendo e fissando gli uccelli da preda, li mette in fuga per una
forza misteriosa; per questo è il preferito delle colombe, che vicine a lui si
sentono sicure. Allo stesso modo l’umiltà respinge Satana e conserva in noi le
grazie e i doni dello Spirito Santo. E’ per questo che i Santi, e in modo
particolare il Re dei Santi e sua Madre, onorano e amano l’umiltà più di tutte
le altre virtù morali. Sono diverse le ragioni
per le quali dobbiamo considerare vana la gloria che ci viene attribuita: o
perché non è in noi, o anche perché, pur essendo in noi, non è nostra; o anche
perché, pur essendo in noi ed essendo nostra, non è meritata. La nobiltà della
stirpe, il favore dei potenti, la popolarità, sono glorie che non hanno radice
in noi, ma o nei nostri predecessori o nella stima degli altri. C’è gente che va
superba e altera perché cavalca un bel destriero, perché ha un bel pennacchio
sul cappello, perché indossa vestiti meravigliosi. Non ti pare che quella gente
sia un po’ matta? Se proprio vogliamo parlare di gloria, spetta al cavallo, allo
struzzo, al sarto. Ci vuole proprio un bel coraggio per prendere in prestito un
po’ di stima da un cavallo, da una piuma, da una piega dell’abito! Altri si sentono
importanti e si danno delle arie per un bel paio di baffi all’insù, per una
barba ben curata, per i capelli ricciuti, per le mani delicate; perché sanno
danzare, giocare, cantare; e non ti pare che anche questi abbiano una rotellina
fuori posto? Vorrebbero aumentare il proprio pregio e la propria reputazione con
cose frivole e insulse! Ci sono poi quelli che,
per quel poco che sanno, esigono onore e rispetto dal mondo intero; tutti
dovrebbero, secondo loro, precipitarsi a imparare qualcosina alla loro scuola.
Loro si sentono maestri, la gente li considera soltanto dei pedanti. Ci sono
anche quelli che sono convinti di essere molto belli e credono che tutti li
corteggino. Tutto ciò è tremendamente
vuoto, sciocco e senza senso; la gloria che proviene da "valori" così
insignificanti deve essere ritenuta vana, sciocca e frivola. Il bene vero si conosce
come il vero balsamo: la prova della genuinità del balsamo si fa distillandolo
nell’acqua; se va a fondo e rimane sommerso è valutato finissimo e prezioso.
Allo stesso modo per sapere
se un uomo è veramente
saggio, sapiente, generoso, nobile, bisogna vedere se le sue doti tendono
all’umiltà, alla modestia, al nascondimento; in tal caso si tratta di doti
genuine; ma se galleggiano e si mettono in mostra sono false e tanto maggiori
saranno gli sforzi che faranno per farsi notare, tanto più sarà evidente che non
sono doti autentiche. Le perle nate e cresciute
all’aperto, al vento e al rumore dei tuoni, hanno soltanto l’involucro di perle,
dentro sono vuote. Allo stesso modo le virtù e le belle qualità degli uomini,
nate e cresciute nell’orgoglio, nell’esaltazione di sé e nella vanità, hanno
soltanto l’apparenza del bene, senza linfa, senza midollo e senza solidità. Gli
onori, la stirpe, le dignità sono come lo zafferano: più lo calpesti e più si
rinforza e rende bene. Essere belli, quando ci si tiene, perde il suo pregio: la
bellezza per piacere deve essere disinvolta; la scienza ci rende ridicoli quando
ci gonfia e degenera in pedanteria. Se siamo puntigliosi per
la stirpe, per il rango, per i titoli, offriamo le nostre qualità all’esame
sindacatore degli altri, alla loro inchiesta su di noi, all’indagine e così ci
ritroveremo le nostre credute qualità svuotate e scostanti; sì, perché l’onore
che è bello quand’è ricevuto in dono, diventa dozzinale e di nessun pregio
quando è preteso, cercato e mendicato. Quando il pavone fa la
ruota per farsi notare, drizzando le sue belle piume, scopre tutto il resto e fa
vedere da tutte le parti ciò che ha di meno bello; i fiori sono belli quando
sono piantati in terra; una volta staccati appassiscono. Il profumo della
mandragora può esserci di aiuto per capire: coloro che la odorano da lontano e
di passaggio, ne rimangono conquistati; ma coloro che la odorano da vicino e con
insistenza ne rimangono intontiti o addirittura ammalati; lo stesso avviene per
gli onori che danno una dolce consolazione a chi li gode da lontano e solo
leggermente senza spenderci troppo e diventare ansioso; ma chi ci si attacca e
se ne ciba, merita di essere biasimato e ripreso. La ricerca e l’amore della
virtù ci rende già un po’ virtuosi; la ricerca e l’amore degli onori invece, ci
rende soltanto meritevoli di disprezzo e di rimprovero. Le persone serie non
perdono tempo nell’inutile groviglio di gerarchie, di onori, di saluti; hanno
altro da fare! Questo è un terreno per il perditempo. Chi può avere perle non va
alla ricerca di conchiglie: coloro che tendono alla virtù, non si agitano alla
caccia di onori. Ognuno ha diritto di
rimanere nel proprio rango senza mancare di umiltà, a condizione che ciò avvenga
con naturalezza e senza contese. Mi sembra che si possa
fare un paragone con quelli che tornano dal Perù i quali, oltre all’oro e
all’argento, portano con sé anche scimmie e pappagalli; costano poco e non
pesano molto per il carico della nave; così è di coloro che tendono alla virtù
senza per questo lasciare il loro rango e gli onori inerenti; a condizione che
ciò non sottragga loro troppo tempo e troppa attenzione e che sia senza gravarsi
di dubbi, d’inquietudine, di dispute e di contese. Tuttavia non parlo di coloro
la cui dignità è in rapporto con una carica pubblica e nemmeno di alcune
situazioni particolari nelle quali le conseguenze potrebbero incidere
negativamente; in tali casi ognuno deve rimanere al posto che gli compete con
prudenza e discrezione, accompagnate sempre da carità e cortesia.
Capitolo V
L’UMILTA’ INTERIORE Tu, Filotea, mi chiedi di
condurti avanti nell’umiltà: quello che ho detto finora riguarda più il campo
della saggezza che quello dell’umiltà; quindi andiamo avanti. Molti non vogliono pensare
alle grazie che Dio ha loro dato personalmente, non ne hanno il coraggio perché
temono di cadere nella vanagloria e nel vuoto compiacimento. E qui si sbagliano:
S. Tommaso d’Aquino dice che il mezzo per giungere all’amore di Dio è il
pensiero dei suoi benefici; meglio li conosciamo e più amiamo Dio. Direi proprio che niente
può umiliarci di fronte alla misericordia di Dio quanto i suoi benefici, e
niente può umiliarci di fronte alla sua giustizia quanto le nostre offese.
Pensiamo a quello che Egli ha fatto per noi e a quello che noi abbiamo fatto
contro di Lui; e, come dobbiamo pensare ai nostri peccati più piccoli, dobbiamo
pensare alle sue grazie più piccole. Non dobbiamo temere che il conoscere i doni
che ha posto in noi ci gonfi; è sufficiente che abbiamo sempre presente questa
verità: ciò che di buono c’è in noi non viene da noi. Rifletti: i muli, animali
pesanti e maleodoranti, non cessano di essere tali solo perché sono carichi di
mobili preziosi e profumati appartenenti al principe. Che cosa abbiamo di buono
che non ci sia stato dato? E se ci è stato dato,
perché insuperbircene? E’ proprio il contrario: la seria riflessione sui doni
ricevuti ci rende umili; la conoscenza genera la riconoscenza. Ma se poi, vedendo i doni
di Dio in noi, venisse a solleticarci in qualche modo la vanità, c’è sempre
pronto un rimedio infallibile: pensiamo alla nostra ingratitudine, alla nostra
imperfezione, alla nostra miseria: se pensiamo ai guai che abbiamo combinato
quando Dio non era con noi, scopriremo subito che quanto di buono riusciamo ad
imbastire con Lui, non è nel nostro stile e del nostro sacco. Ne proveremo gioia
sincera perché il bene c’è, ma ne daremo il merito a Dio perché Lui solo ne è
l’autore. La Santa Vergine dice che
Dio opera in lei meraviglie, e lo fa soltanto per umiliarsi e dare gloria a Dio;
la mia anima magnifica il Signore, dice, perché ha fatto in me cose grandi. Spesso diciamo che non
siamo nulla, anzi che siamo la miseria in persona, la spazzatura del mondo; ma
resteremmo molto male se ci prendessero alla lettera e se ci considerassero in
pubblico secondo quanto diciamo. E’ proprio il contrario: fingiamo di fuggire e
di nasconderci solo perché ci inseguano e ci cerchino; dimostriamo di voler
essere gli ultimi, seduti proprio all’ultimo angolino della tavola, ma soltanto
per passare con grande onore a capotavola. L’umiltà vera non finge di
essere umile, a fatica dice parole di umiltà; perché è suo intendimento non solo
nascondere le altre virtù, ma soprattutto vorrebbe riuscire a nascondere se
stessa; se le fosse lecito mentire, o addirittura scandalizzare il prossimo,
prenderebbe atteggiamenti arroganti e superbi, per potercisi nascondere e vivere
completamente ignorata e nascosta. Eccoti il mio parere,
Filotea: o evitiamo di dire parole di umiltà, oppure diciamole con profonda
convinzione, profondamente rispondente alle parole. Non abbassiamo gli occhi
senza umiliare il cuore; non giochiamo a fare gli ultimi se non intendiamo
esserlo per davvero. Questa è la mia regola generale e non faccio alcuna
eccezione; aggiungo soltanto questo: la buona educazione esige qualche volta che
cediamo la precedenza a persone che certamente non l’accetteranno; questa non è
doppiezza o falsa umiltà: in tal caso l’offerta della precedenza è un segno
d’onore, e poiché non ci è concesso di tributarlo a chi di dovere secondo il
merito, non è cosa fatta male darne almeno un piccolo segno. Questo vale anche
per alcune espressioni di onore e di rispetto che, strettamente prese, non
sembrano rispecchiare la verità: ma lo sono abbastanza se colui che le pronuncia
ha seriamente l’intenzione di onorare e dimostrare rispetto a colui cui sono
indirizzate. Anche se le parole hanno un significato che va oltre la nostra
intenzione, non facciamo nulla di male a servircene quando l’uso è corrente.
Personalmente preferirei che le parole fossero rispondenti, il più fedelmente
possibile, ai nostri pensieri, e questo per poter seguire sempre e dappertutto
la linea della semplicità e della spontaneità affettuosa. L’uomo sinceramente umile
sarebbe più contento se fosse un altro, anziché lui stesso, a dire di lui che è
un miserabile, un nulla, un buono a nulla; o, perlomeno, se sa che si dice, non
si oppone, ma approva di cuore. Perché, se è vero che ne è convinto, è naturale
che ne sia contento di vedere condivisa la sua opinione. Molti affermano che
vogliono lasciare l’orazione mentale ai perfetti perché essi non ne sono degni;
altri protestano che non hanno il coraggio di fare spesso la comunione, perché
non si sentono sufficientemente purificati; altri ancora dicono di temere di
essere causa di disonore per la devozione se ci si impegnano, a causa della loro
enorme miseria e fragilità; altri rifuggono dal mettere i loro talenti al
servizio di Dio e del prossimo perché, dicono, conoscono la loro debolezza e
potrebbero inorgoglirsi vedendosi strumenti di qualche cosa di buono; temono di
consumarsi facendo luce agli altri. Tutte queste preoccupazioni sono soltanto
inganni, una sorta di umiltà non soltanto falsa, ma perversa, per mezzo della
quale, con molta sottigliezza e senza dirlo, si critica l’operato di Dio, o
almeno si tenta di coprire di umiltà l’orgoglio della propria opinione, della
propria indole, della propria pigrizia. Domanda a Dio un segno
dall’alto, dal cielo o dal basso, dal profondo del mare, dice il Profeta
all’infelice Acaz, che risponde: No, non lo domanderò e non tenterò il Signore!
E’ veramente perverso. Ostenta un grande sentimento di rispetto verso Dio e,
colorando d’umiltà la sua presunzione, rifiuta la grazia di cui Dio vuole dargli
un segno. Non pensa che rifiutare i doni che Dio vuole darci è orgoglio!
Dobbiamo ricevere i doni che Dio ci manda; l’umiltà è obbedire e seguire da
vicino i suoi disegni. Dio vuole che noi siamo perfetti e unendoci a Lui esige
che lo seguiamo da vicino il più possibile. Il superbo, che confida solo in se
stesso, ha infinite ragioni per non porre mano ad alcuna iniziativa; ma l’umile
trova tutto il coraggio nella sua incapacità: più si sente debole e più diventa
intraprendente, perché tutta la sua fiducia è riposta in Dio, che si compiace di
manifestare la sua potenza nella nostra debolezza e far trionfare la sua
misericordia basandola sulla nostra miseria. Molto umilmente e
santamente dobbiamo tentare tutto quello che è giudicato opportuno per il nostro
progresso spirituale da coloro che hanno la responsabilità della nostra anima. Pensare di sapere ciò che
non si sa, è stupidità manifesta; voler fare il sapiente in un campo in cui
sappiamo benissimo di essere ignoranti, è una vanità insopportabile; per conto
mio non vorrei fare il sapiente nemmeno in quello che so, ma nemmeno atteggiarmi
a ignorante. Quando lo richiede la
carità, bisogna dare al prossimo, con franchezza e dolcezza allo stesso tempo,
non soltanto quanto gli è utile all’istruzione, ma anche ciò che gli fa piacere.
L’umiltà nasconde e copre le virtù per conservarle, le lascia vedere quando lo
esige la carità, per accrescerle, svilupparle e perfezionarle.
L’umiltà richiama alla
mente quell’albero delle isole di Tilo che di notte chiude e protegge i suoi bei
fiori di colore incarnato e li dischiude soltanto quando si alza il sole, sicché
la gente del paese dice che questo fiore di notte dorme. Così fa l’umiltà che
copre e nasconde tutte le virtù e le perfezioni umane e le lascia apparire solo
per il servizio della carità, perché è una virtù del cielo, non della terra,
divina, non umana: è il vero sole delle virtù sulle quali deve sempre brillare.
Si può concludere che le forme di umiltà che portano pregiudizio alla carità,
sono certamente false. Non vorrei atteggiarmi a
matto, ma nemmeno a saggio: perché se l’umiltà mi impedisce di fare il saggio,
la semplicità e la franchezza mi impediscono di fare il matto; se è vero che la
vanità è contraria all’umiltà, è anche vero che l’artificio, l’affettazione e la
finzione sono contrarie alla franchezza ed alla semplicità. E anche se qualche celebre
servitore di Dio ha fatto il matto per essere schernito dal mondo, ammiriamolo
pure, ma non imitiamolo. Per lasciarsi andare a quegli eccessi quei Servi di Dio
hanno avuto motivi personali fuori dall’ordinario che non ci autorizzano a
trarre conclusioni per noi. Davide, saltando e
danzando più di quanto sembrasse opportuno, davanti all’Arca dell’alleanza, non
voleva fare il matto; ma, molto semplicemente e senza artifici, con quelle danze
voleva dimostrare la gioia straordinaria di cui traboccava il suo cuore. Quando sua moglie Micol
glielo rimproverò cime una follia, non fece caso all’umiliazione, ma continuò a
manifestare con naturale schiettezza la sua gioia e diede prova di saper
accettare un po’ di disprezzo per il suo Dio. Per questo io ti dico che,
se a seguito di atti di una vera e schietta devozione, sarai stimata persona di
poco conto, degna di disprezzo o pazza, l’umiltà ti farà gioire per quel
fortunato attacco che non ha le sue ragioni in te, ma in coloro che ti
attaccano.
Capitolo VI
L’UMILTA’ CI FA AMARE L’ABIEZIONE Procedo oltre, Filotea, e
ti dico di amare l’abiezione sempre e in tutto. Ma, mi chiederai, che cosa vuol
dire amare la propria abiezione? In latino abiezione vuol dire umiltà e umiltà
vuol dire abiezione; di modo che, quando la Madonna nel suo Cantico dice che,
poiché il Signore ha visto l’umiltà della sua serva, tutte le generazioni la
chiameranno beata, vuol dire che il Signore, con bontà, ha guardato la sua
abiezione, la sua meschinità, la sua bassezza, per colmarla di grazia e di
favori. C’è tuttavia differenza tra la virtù dell’umiltà e l’abiezione;
l’abiezione è la pochezza, la bassezza e la meschinità che alberga in noi, senza
che ci pensiamo; la virtù dell’umiltà invece, è la conoscenza veritiera e
l’ammissione della nostra abiezione. L’apice dell’umiltà così
intesa consiste non soltanto nel riconoscere la nostra abiezione, ma nell’amarla
ed esserne contenti; non per mancanza di coraggio o di generosità, ma per
esaltare maggiormente la Maestà divina e dare al prossimo una stima maggiore che
a noi stessi. Ti incoraggio a questo e, per essere più esplicito, ti dirò che,
tra i mali che ci affliggono, alcuni sono spregevoli, altri onorati; a quelli
onorati molti si adattano, ma nessuno vuol saperne di quelli spregevoli. Prendi,
per esempio, un devoto eremita, coperto di cenci e tremante dal freddo: tutti
onoreranno il suo abito a brandelli e proveranno compassione per la sua
sofferenza; ma se un povero artigiano, un povero galantuomo o una povera ragazza
si trovano nelle stesse condizioni, verranno coperti di disprezzo, derisi e la
loro povertà sarà spregevole. Se un Religioso accetta
con devozione un duro richiamo dal superiore, o un figlio dal padre, tutti
chiameranno quel comportamento mortificazione, obbedienza, saggezza; se un
cavaliere o una dama dovessero subire, per amore di Dio, la stessa cosa da parte
di qualcuno, di qualunque cosa si tratti, tutti la chiameranno codardia o
vigliaccheria: ecco un altro male spregevole. Poni il caso che uno abbia
un tumore al braccio e un altro al volto: il primo soffre soltanto il male, ma
il secondo, con il male, si trova il disprezzo, l’isolamento e l’abiezione. Io ti dico che non
soltanto devi amare il male, il che è opera della virtù della pazienza; tu devi
amare anche l’abiezione, e questo è opera dell’umiltà.
Ci sono poi delle virtù
disprezzate e delle virtù onorate: la pazienza, la dolcezza, la semplicità e la
stessa umiltà, per i mondani , sono virtù vili e da disprezzare; per contro
stimano molto la prudenza, il valore, la liberalità. Ci sono addirittura atti
della stessa virtù che a volte sono disprezzati e a volte onorati; prendi, ad
esempio, l’elemosina o il perdono delle offese; sono entrambi atti di carità: la
prima è onorata da tutti, il secondo è disprezzato dal mondo. Un giovanotto o
una ragazza che non si lasciano trascinare ai disordini di una brigata dissoluta
nel parlare, nel giocare, nel ballare, nel bere, nel vestire come loro, saranno
scherniti e criticati e il loro riserbo sarà chiamato bigottismo o
esibizionismo. Amare queste conseguenze vuol dire amare la propria abiezione. Passiamo a un altro campo:
la visita agli ammalati. Se ti mandano dal più reietto secondo il mondo, per te
sarà un’abiezione; per questo l’amerai. Se ti mandano da gente bene sarà
un’abiezione secondo lo spirito, perché il merito e le virtù saranno minori;
amerai anche quella abiezione. Se si cade nel bel mezzo della strada, oltre al
male, ci trovi la vergogna; anche questa va amata. Ci sono alcune colpe che non
comportano altro male all’infuori dell’abiezione; l’umiltà non esige che le
commettiamo apposta, ma, che una volta commesse, non ce ne preoccupiamo. Si
tratta di certe sciocchezze, mancanze di educazione, o sbadataggini, che vanno
evitate finché si è in tempo, per comportarsi educatamente e con prudenza; ma
una volta che ci siamo caduti, bisogna accettare l’abiezione che ne consegue ed
accettarla di cuore per amore dell’umiltà. Ma vado oltre: se per
collera o mancanza di controllo, mi sono lasciata andare a parole indecorose o
offensive di Dio e del prossimo, me ne pentirò sinceramente e sarò profondamente
dispiaciuta per l’offesa che cercherò di riparare meglio che potrò; ma non
lascerò passare l’occasione per accettare volentieri l’abiezione e il disprezzo
che ricadranno su di me. Se fosse possibile separare le due cose, respingerei
con forza il peccato e terrei umilmente l’abiezione. Ma pur amando l’abiezione
che deriva dal male, non bisogna arrendersi alle fatalità del male che ne è la
causa; bisogna correre ai ripari. Occorre farlo in modo efficace e con cura,
soprattutto poi, quando il male è soltanto una conseguenza. Se sono afflitta da un
male spregevole al volto, farò di tutto per guarire, senza far nulla perché sia
dimenticata l’abiezione che me ne è venuta. Se ho commesso qualche cosa che non
offende alcuno, non cercherò scuse, perché, pur trattandosi di un difetto, non è
permanente; se mi scusassi sarebbe solo per evitare l’abiezione che me ne viene.
Questo l’umiltà non lo permette. Ma, se per disattenzione o leggerezza, ho
offeso o scandalizzato qualcuno, riparerò l’offesa con qualche scusa che
risponda a verità; perché in tal caso, il male ha radici e la carità esige che
lo sradichi. Qualche volta capita anche
che la verità esiga che poniamo rimedio all’abiezione per il bene del prossimo,
al quale è necessaria la nostra buona reputazione; in tal caso pur togliendo
l’abiezione dagli occhi del prossimo, per impedirne lo scandalo, dobbiamo
rinchiuderla e nasconderla nel nostro cuore perché ne sia edificato. Tu, Filotea, vuoi sapere
quali sono le abiezioni migliori: ti dico subito, e senza esitazione, che quelle
più utili all’anima e più gradite a Dio, sono quelle che incontriamo per caso o
che sono legate alla nostra condizione; la ragione è che non le abbiamo scelte
noi, ma le abbiamo ricevute come Dio ce le ha mandate. E Lui sa scegliere sempre
meglio di noi. Se fosse necessario scegliere, ricordati che le più grandi sono
le migliori; e sai quali sono le più grandi? Quelle maggiormente contrarie alle
nostre inclinazioni, sempre, beninteso, in linea con la nostra vocazione. Te lo
dico una volta per sempre: la nostra scelta e la nostra preferenza rovina, o
almeno diminuisce, tutte le nostre virtù. Chi ci farà la grazia di poter dire
con il grande Re Davide: "Ho scelto di essere abietto nella casa del Signore.
Piuttosto che abitare nelle tende dei peccatori"? Il solo che lo può, cara
Filotea, è Colui che per innalzare noi, è vissuto e morto come obbrobrio degli
uomini e abiezione del popolo. Ti ho detto molte cose che
potranno sembrarti dure quando ci rifletterai sopra; ma, credimi, risulteranno
più dolci dello zucchero e del miele, quando le metterai in atto.
Capitolo VII
COME VA CONSERVATO IL BUON NOME PRATICANDO L’UMILTA’ Per una virtù ordinaria
non ci si scomoda a lodare, ad onorare, a dare gloria a chi la possiede; questo
si fa soltanto quando la virtù è eccellente. Con la lode, infatti non
vogliamo portare gli altri ad avere stima per le ottime qualità di qualcuno; con
l’onore facciamo sapere a tutti che quella stima noi l’abbiamo; la gloria, poi,
a mio parere, è il lustro della reputazione che scaturisce dalla somma di molte
lodi e onori: possiamo dire che le lodi e gli onori sono come pietre preziose,
dalla composizione delle quali, come un gioiello, nasce la gloria. L’umiltà non accetta che
noi pensiamo di essere migliori e che abbiamo diritto di essere anteposti agli
altri; non permette nemmeno che andiamo alla caccia di lodi, di onori, di
gloria, cose che devono essere tributate soltanto all’ottimo. Accetta il consiglio del
Saggio che dice di aver cura del nostro buon nome, perché il buon nome è la
stima, non dell’ottimo, ma soltanto di una semplice e ordinaria prudenza e
onestà di vita, che l’umiltà non ci impedisce di riconoscere in noi stessi; di
conseguenza non ci vieta di desiderarne il relativo buon nome. E’ vero che l’umiltà
disprezzerebbe il buono nome se la carità non ne avesse bisogno; ma visto che è
uno dei fondamenti della società umana, e che, senza di essa, noi siamo
addirittura dannosi per la gente e non soltanto inutili, a motivo dello scandalo
che daremmo; la carità richiede e l’umiltà di buon grado accetta, che noi
desideriamo e conserviamo con cura il buon nome. Prendi a paragone le
foglie degli alberi che, di per sé, non valgono gran che, e tuttavia rendono un
grande servizio, non solo nel dare un bell’aspetto all’albero, ma anche nel
proteggere i frutti finché sono teneri; è la stessa cosa per il buon nome che,
per sé, non è da considerare fortemente; tuttavia è molto utile, non soltanto
come abbellimento della vita, ma anche per proteggere le nostre virtù, in modo
particolare quelle ancora tenere e deboli. L’obbligo di conservare il
buon nome e di essere realmente come la gente ci stima, esige che abbiamo un
coraggio generoso sostenuto da una forte e dolce violenza. Conserviamo le nostre
virtù, cara Filotea, perché sono gradite a Dio, grande e sommo fine di tutte le
nostre azioni; ma allo stesso modo che coloro i quali vogliono conservare i
frutti, non si accontentano di fare marmellate, ma li sigillano in vasi adatti
alla conservazione, così, pur rimanendo l’amore di Dio la principale garanzia
per le nostre virtù, possiamo servirci, a tale scopo, anche del buon nome e con
utilità. Tuttavia nella difesa del
nostro buon nome non dobbiamo essere troppo zelanti, esatti e puntigliosi:
quelli che sono delicati e sensibili in modo esagerato per tutto ciò che
concerne la loro reputazione, assomigliano a quelli che ingurgitano medicine per
il minimo disturbo: costoro, infatti, volendo proteggere la loro salute, la
rovinano del tutto; così, chi vuole, con troppa premura, proteggere il proprio
buon nome, lo perde del tutto, e sai perché? La tenerezza verso se stessi rende
strani, ribelli, insopportabili, pasto ideale per i maldicenti. Non dar peso e disprezzare
l’ingiuria e la calunnia, ordinariamente è un rimedio molto efficace del
risentimento, della contestazione, della vendetta: il dispetto le rende
evanescenti; chi se ne inquieta, invece, dà l’impressione di confessare. I coccodrilli fanno del
male soltanto a coloro che ne hanno paura; la maldicenza fa del male solo a chi
se ne preoccupa. Il timore eccessivo di
perdere il buon nome dimostra mancanza di fiducia nel suo fondamento, che è la
vita onesta. Le città dotate di ponti di legno su grandi fiumi, ad ogni
alluvione temono di vederli travolti; quelle invece che sono dotate di ponti in
pietra, temono soltanto in caso di piene eccezionali. Similmente coloro che
hanno un’anima cristiana con solide basi, non fanno abitualmente caso alle
alluvioni delle lingue malefiche; coloro invece che si sentono deboli, temono di
essere travolti ad ogni occasione. Chi vuol godere di un buon
nome nei confronti di tutti, lo perde proprio nei confronti di tutti: merita di
perdere l’onore chi vuole mendicarlo da coloro che il vizio ha reso
indiscutibilmente infami e senza onore. Il buon nome è l’insegna
che indica dove alloggia la virtù; è evidente che la virtù viene prima. Ecco
perché, se ti dicono: sei un ipocrita perché ti sei incamminata nella devozione;
se ti considerano un uomo senza carattere perché hai perdonato un’ingiuria,
lascia correre, non farci caso. Per prima cosa abbi presente che tali giudizi
sono emessi da persone vuote e superficiali; quand’anche poi il buon nome si
perdesse davvero, l’importante è non perdere la virtù e non deviare dal suo
cammino; mi pare logico che si dia la preferenza ai frutti sulle foglie, ossia
ai beni spirituali interiori su quelli esteriori. Va bene essere gelosi del
proprio buon nome, ma non idolatri! E’ vero che non bisogna scandalizzare
l’occhio dei buoni, ma nemmeno si deve contentare quello dei cattivi. La barba è
un ornamento adatto al volto dell’uomo e i capelli a quello della donna: se si
strappano alla radice i peli dal mento o i capelli dalla testa , probabilmente
non rispunteranno più; ma se li tagli soltanto, o magari anche li radi,
rispunteranno molto presto, più forti e più folti. Lo stesso avviene per il buon
nome: la lingua dei maldicenti può tagliarlo o anche addirittura raderlo,
giacché, dice Davide, è come un rasoio affilato; ma niente paura! Rispunterà
presto più bello di prima e anche più forte! Se invece il nostro buon nome viene
distrutto dai nostri vizi, dalle vigliaccherie, dalla nostra cattiva condotta,
beh! Allora possiamo aspettare tutto il tempo che vogliamo, e non rispunterà!
Sarà inutile l’attesa perché abbiamo estirpato la radice. La radice del buon nome è
la bontà e l’onestà della vita; finché sono presenti in noi, possono sempre
rigenerare il buon nome giustamente conquistato. Lascia quella vuota
conversazione, quell’attività inutile, quell’amicizia frivola, quella compagnia
equivoca, se danneggiano il tuo buon nome, perché il buon nome vale più di tutte
quelle vuote soddisfazioni; ma se la gente mormora, riprova o calunnia perché ti
impegni nella pietà per avanzare nella devozione e nel cammino verso il bene
eterno, lascia abbaiare i cani contro la luna; anche se dovessero riuscire a
costruire un’opinione negativa sul tuo buon nome, e in tal modo tagliare e
radere i capelli e la barba del buon nome, sta tranquilla che presto rispunterà.
Il rasoio della maldicenza sarà utile al tuo onore, come la roncola alla vigna,
perché la rende copiosa di frutti. Teniamo sempre gli occhi
fissi a Gesù Cristo crocifisso, camminiamo al suo servizio con fiducia e
semplicità, accompagnata da saggezza e devozione: sarà lui a proteggere il
nostro buon nome. Se permette che ci sia tolto è solo per darcene uno migliore o
per favorirci nella crescita dell’umiltà. Ricorda bene che un’oncia di umiltà
vale più di mille libre di onore. Se veniamo ripresi
ingiustamente, opponiamo serenamente la verità alla calunnia; se persiste,
insistiamo nell’umiltà. Mettiamo il nostro buon nome, unitamente alla nostra
anima nelle mani di Dio,; non potremo trovare migliore garanzia. Serviamo Dio nella buona e
nella cattiva fama, sull’esempio di S. Paolo; potremo così dire con Davide: Mio
Dio, è soltanto per Te che ho sopportato l’obbrobrio e che ho tollerato che la
vergogna coprisse il mio volto. Faccio eccezione per certi
crimini talmente atroci e infamanti che nessuno deve accettare di vedersene
attribuita la paternità; anzi bisogna liberarsi anche del sospetto se si può
fare nel rispetto della giustizia. La stessa eccezione va
fatta per le persone dal cui buon nome dipende l’edificazione di molti; in tali
casi è necessario perseguire la riparazione del torto ricevuto, e questo secondo
la più rigorosa morale teologica.
Capitolo VIII
LA DOLCEZZA VERSO IL PROSSIMO E IL RIMEDIO
CONTRO L’IRA Il sacro crisma che, per
tradizione apostolica, la Chiesa usa nelle confermazioni e nelle benedizioni, è
composto di olio di oliva e balsamo: questi due elementi ricordano, tra l’altro,
le due meravigliose virtù che risplendevano in modo particolare nella persona di
Nostro Signore. Egli ce le ha raccomandate personalmente, quasi che, per mezzo
di esse soltanto, il nostro cuore possa essere consacrato al suo servizio e
trascinato ad imitarlo: Imparate da me, dice, che sono mite e umile di cuore. L’umiltà ci fa crescere in
perfezione davanti a Dio e la dolcezza davanti al prossimo. Il balsamo che, come
ho detto sopra, scende sempre a fondo, raffigura l’umiltà, e l’olio di oliva,
che rimane sempre in superficie, raffigura la dolcezza e la bonomia, che
superano tutte le virtù ed eccellono quali splendidi fiori della carità che,
stando a s. Bernardo, raggiunge la perfezione quando non è soltanto paziente, ma
anche dolce e affabile. Fa attenzione, Filotea:
questo mistico crisma composto di dolcezza e di umiltà deve trovarsi dentro al
tuo cuore; l’abile inganno del nemico, infatti, è quello di far sì che molti si
fermino alle parole ed agli atteggiamenti esterni di queste due virtù, per cui,
nella loro imperdonabile superficialità, pensano di essere umili e dolci, mentre
non lo sono affatto; e si tradiscono perché, nonostante la loro cerimoniosa
dolcezza e umiltà, alla minima parola leggermente scortese, alla più piccola
ingiuria, scattano con un’arroganza inaspettata. Si dice che coloro i quali
si sono immunizzati per mezzo del controveleno chiamato comunemente "la grazia
di S. Paolo", se vengono punti o morsicati d una vipera, non si gonfiano, a
condizione che "la grazia" fosse di prima qualità. Quando l’umiltà e la dolcezza
sono vere e sincere capita la stessa cosa: ci difendono dal gonfiore e dal
bruciore che le ingiurie abitualmente provocano nei nostri cuori. Ne consegue
che se reagisci mostrandoti orgogliosa, gonfia d’ira, indispettita, allorché sei
punta e morsicata dalle male lingue, vuole dire che la tua umiltà e la tua
dolcezza non sono profonde e sincere ma soltanto superficiali ed epidermiche. Il santo ed illustre
Patriarca Giuseppe, quando dall’Egitto rispedì i fratelli a casa del padre,
diede loro un consiglio: Per via, non adiratevi. A te dico la stessa cosa,
Filotea. Questa vita terrena è soltanto un cammino versa quella beata, non
adiriamoci dunque per la strada gli uni contro gli altri; camminiamo
tranquillamente e in pace con i fratelli e i compagni di viaggio. Con chiarezza, e senza
eccezioni, ti dico: Se ti è possibile, non inquietarti affatto, non deve
esistere alcun pretesto perché tu apra la porta del cuore all’ira. S. Giacomo,
senza tanti giri di parole, dice chiaramente: L’ira dell’uomo non opera la
giustizia di Dio. Bisogna resistere
seriamente al male e reprimere i vizi di coloro di cui abbiamo la
responsabilità, con costanza e con decisione, ma sempre con dolcezza e serenità.
Niente calma un elefante infuriato come la vista di un agnellino e nulla attenua
la violenza delle cannonate come la lana. La correzione dettata
dalla passione, anche quando ha basi ragionevoli, ha molto meno efficacia di
quella che viene unicamente dalla ragione; questo perché l’anima ragionevole sa
cedere alla ragione, ma rifiuta di piegarsi alla passione ed alla tirannia. Di
modo che la ragione accompagnata dalla passione è odiosa, perché la sua giusta
autorità è avvilita dall’alleanza con la tirannia. I Principi, quando fanno
visita con un seguito di pace, onorano e danno gioia ai popoli; ma quando
arrivano con i soldati, anche se è per il bene pubblico, la loro visita è sempre
sgradita e apportatrice di danni; perché, anche qualora riescano a far osservare
rigorosamente la disciplina ai loro soldati, non potranno mai riuscire ad
impedire che scoppi qualche disordine, in cui il civile ha la peggio e viene
oppresso. Allo stesso modo, quando
domina la ragione e distribuisce pacificamente castighi, correzioni, rimproveri,
anche se lo fa con rigore e severità, tutti le vogliono bene ugualmente e
approvano il suo operato; ma se porta con sé l’ira, la collera, la stizza, che,
dice S. Agostino, sono i suoi soldati, da amabile diventa piuttosto temibile e
il cuore ne esce sempre maltrattato e calpestato. Dice sempre S. Agostino,
scrivendo a Profuturo: E’ meglio chiudere la porta all’ira giusta e imparziale,
anche se di minime proporzioni, perché, una volta entrata, è molto difficile
farla uscire, poiché entra come un piccolo germoglio, e in brevissimo tempo,
cresce e diventa un albero. Che se poi giunge fino
alla notte e il sole tramonta sulla nostra ira, ciò che l’Apostolo proibisce, si
tramuta in odio e non te ne liberi più. Perché essa si nutre di mille false
convinzioni. Non si è mai trovato un uomo adirato il quale fosse convinto che la
sua ira era ingiusta. Meglio imparare a vivere
senza collera, che volersi servire con moderazione e saggezza della collera, e
quando, a causa della nostra imperfezione e debolezza, ci coglie di sorpresa, è
meglio respingerla immediatamente che voler entrare in trattativa con essa. E
sai perché? Per poco che tu le conceda, diventa subito padrona della piazza e fa
come il serpente che, dove riesce a far passare la testa, fa passare tutto il
corpo. Ma come faccio a
respingerla? Dirai. Semplicissimo, ti rispondo. Al primo allarme raccogli tutte
le tue forze, non con precipitazione e violenza, ma con dolcezza, tuttavia con
serio impegno. Hai notato quello che accade nelle sedute di molti senati e
parlamenti? Gli uscieri che gridano: zitti là o zitti qui, fanno più confusione
di quelli che vorrebbero far tacere. Allo stesso modo, può capitarci che quando
con forza vogliamo reprimere la collera, provochiamo più agitazione nel nostro
cuore di quanta non ne avrebbe causata la collera; il cuore così agitato non
riesce più ad essere padrone di se stesso. Dopo questo sforzo
compiuto con calma, segui il consiglio che S. Agostino, già vecchio, diede al
giovane Vescovo Ausilio: Fa ciò che deve fare un uomo; e se ti capita ciò che
l’uomo di Dio dice nel Salmo: Il mio occhio è turbato da grande collera, ricorri
a Dio e grida: Abbi misericordia di me, Signore; e così egli stenderà la sua
mano destra e reprimerà la tua collera. Voglio dire che bisogna
invocare l’aiuto di Dio, quando ci sentiamo agitati dalla collera, ad imitazione
degli Apostoli, sballottati sul mare dal vento e dalla tempesta: comanderà alle
nostre passioni e subentrerà una grande calma. Ma non mi stancherò mai di
ripeterti che l’orazione che si fa contro la collera in atto che ci sta
travolgendo, deve essere fatta con dolcezza, tranquillità, non con violenza. E’
una norma generale per tutti i rimedi contro questo male. Di più, appena ti accorgi
che ti sei lasciata andare a qualche atto di collera, rimedia con un atto di
dolcezza, nei confronti della stessa persona con cui ti sei irritata. Rimedio sovrano contro la
menzogna, è correggerla subito, appena uno si accorge di averla detta; per la
collera bisogna agire nello stesso modo: appena ti accorgi di esserci caduta,
ripara subito con un atto contrario di dolcezza. C’è un detto che fa al caso
nostro: la piaga recente si cura meglio. Fa qualche cosa di più:
quando sei calma e senza alcun motivo di collera, fa rifornimento di dolcezza e
di affabilità, parlando e agendo, nelle tue azioni piccole e grandi, nel modo
più cortese che ti sarà possibile, ricordandoti che la Sposa, nel Cantico dei
Cantici, non soltanto ha il miele sulle labbra e sulla lingua, ma anche nel
petto, ove non c’è soltanto miele, ma anche latte. Perché non basta avere la
parola dolce nei confronti del prossimo, bisogna averla anche nel petto, ossia
nell’intimo della nostra anima. Non basta nemmeno avere la dolcezza del miele,
che è aromatico e profumato, e raffigura la dolcezza della conversazione educata
con gli estranei, ma bisogna avere anche la dolcezza del latte verso i familiari
e i vicini: in questo mancano seriamente quelli che sono angeli per la strada e
diavoli in casa.
Capitolo IX
LA DOLCEZZA VERSO NOI STESSI Uno dei metodi più
efficaci per conseguire la dolcezza è quello di esercitarla verso se stessi, non
indispettendosi mai contro di sé e contro le proprie imperfezioni. E’ vero che
la ragione richiede che quando commettiamo errori ne siamo dispiaciuti e
rammaricati, ma non che ne proviamo un dispiacere distruttivo e disperato,
carico di dispetto e di collera. E in questo molti sbagliano grossolanamente
perché si mettono in collera, poi si infuriano perché si sono infuriati,
diventano tristi perché si sono rattristati, e si indispettiscono perché si sono
indispettiti. In tal modo conservano il cuore come frutta candita a bagno nella
collera: può anche sembrare che la seconda collera elimini la prima, ma in
realtà è soltanto per fare spazio maggiore alla seconda, alla prima occasione. C’è di più: queste collere
e amarezze contro di se stessi portano all’orgoglio e sono soltanto espressione
di amor proprio, che si tormenta e si inquieta per le imperfezioni. Il
dispiacere che dobbiamo avere per le nostre mancanze deve essere sereno,
ponderato e fermo; un giudice punisce molto meglio i colpevoli quando emette
sentenze ragionevoli in ispirito di serenità, che quando procede con
aggressività e passione. In tal caso non punirebbe le colpe secondo la loro
natura, ma secondo la propria passione. Allo stesso modo noi puniamo molto
meglio noi stessi se usiamo correzioni serene e ponderate e non aspre,
precipitose e colleriche; tanto più che queste correzioni fatte con irruenza non
sono proporzionate alle nostre colpe ma alle nostre inclinazioni. Per esempio, chi è
attaccato alla castità, andrà su tutte le furie e sarà inconsolabilmente
amareggiato per la minima colpa contro di essa, e poi farà le matte risate per
una gravissima maldicenza commessa. Per contro, chi odia la maldicenza, andrà in
crisi per una leggera mormorazione e non darà peso ad una grave mancanza contro
la castità; e così via. E questo capita perché la coscienza di costoro non
giudica secondo ragione, ma secondo passione. Devi credermi, Filotea: le
osservazioni di un papà, se fatte con dolcezza e cordialità, hanno molta più
efficacia per correggere il figlio, della collera e delle sfuriate. La stessa
cosa avviene quando il nostro cuore è caduto in qualche colpa: se lo riprendiamo
con osservazioni dolci e serene e gli dimostriamo più compassione che passione,
lo incoraggiamo a correggersi, il pentimento sarà molto più profondo e lo
compenetrerà più di quanto non farebbe un pentimento pieno di dispetto, di ira e
di minacce. Per conto mio, posto che
ci tenessi molto a non cadere nel vizio di vanità, e ciononostante ci fossi
caduto, e seriamente, non vorrei correggere il mio cuore con parole come le
seguenti: Guarda quanto sei miserabile e abominevole; dopo tante risoluzioni,
guarda come ti sei lasciato travolgere! Muori di vergogna, non azzardarti più ad
alzare gli occhi verso il cielo; cieco, svergognato, traditore e sleale con il
tuo Dio, e simili cose. Io procederei invece, ragionevolmente, con compassione:
Coraggio, mio povero cuore, eccoci caduti nella trappola da cui avevamo promesso
di stare lontano; rialziamoci e liberiamocene per sempre, invochiamo la
misericordia di Dio e speriamo in essa; d’ora in poi ci darà la sua assistenza
per renderci più decisi, rimettiamoci in cammino con umiltà. Coraggio, d’ora in poi
stiamo in guardia, Dio ci aiuterà, ce la faremo. E su questa correzione vorrei
costruire un solido e fermo proposito di non ricaderci più, prendendo i mezzi
più idonei a tal fine, compreso il parere del mio direttore spirituale. Se poi qualcuno pensasse
di non essere sufficientemente scosso da questo tipo di correzione, potrebbe
servirsi di un richiamo o di un rimprovero duro e forte per provocare una
vergogna profonda, purché, dopo aver rudemente sgridato e strapazzato il proprio
cuore, chiuda con una consolazione, ponendo termine alla sua amarezza e al suo
corruccio con una dolce e santa fiducia in Dio, ad imitazione di quel grande
penitente che, vedendo un’anima afflitta, la risollevava in questo modo: Perché
sei triste, anima mia? Perché mi turbi? Spera in Dio, io lo benedirò ancora
perché è la salvezza del mio volto e il mio vero Dio. Rialza dunque dolcemente
il tuo cuore quando cade, umiliati grandemente davanti a Dio alla conoscenza
della tua miseria; ma non meravigliarti della tua caduta: è naturale che
l’infermità sia malata, che la debolezza sia debole, e la miseria sia misera.
Disprezza con tutte le forze l’offesa che Dio ha ricevuto da te e, con coraggio
e fiducia nella sua misericordia, rimettiti nel cammino della virtù, che avevi
abbandonato.
Capitolo X
LE OCCUPAZIONI VANNO AFFRONTATE CON
ATTENZIONE, MA SENZA PRECIPITAZIONE E FRETTA ECCESSIVA La cura e la diligenza che
dobbiamo mettere nelle nostre occupazioni non hanno nulla in comune con l’ansia,
l’apprensione e la fretta eccessiva. Gli Angeli hanno cura
della nostra salvezza e la procurano con diligenza, ma senza ansia, apprensione
e fretta; la cura e la diligenza sono espressione della loro carità, mentre
l’ansia, l’apprensione e la fretta sarebbero contrarie al loro stato di
beatitudine; giacché la cura e la diligenza possono essere compagne della
serenità e della pace dello spirito; non invece l’ansia, la preoccupazione, e
ancor meno l’angustia precipitosa. Sii dunque accurata e
diligente in tutte le responsabilità che ti saranno affidate, Filotea; se Dio te
le ha affidate, tu ne devi avere grande cura; ma se ti è possibile, non cadere
nell’ansia e nell’apprensione, ossia non affrontarle con cuore inquieto, ansioso
e tormentato. Non agire con
precipitazione nel compimento dei tuoi doveri: la precipitazione turba la
ragione e il giudizio, e ci impedisce di compiere bene proprio quello verso cui
ci precipitiamo! Quando Nostro Signore
riprende Marta, dice: Marta, Marta, sei ansiosa e ti agiti per molte cose. Vedi,
se ella fosse stata semplicemente premurosa, non si sarebbe agitata; ma è
proprio perché era preoccupata e inquieta che si affretta e si agita, ed è
proprio questo che Nostro Signore le rimprovera. I fiumi che scorrono
dolcemente nella pianura portano grandi battelli con ricche merci; le piogge che
cadono dolcemente sulla campagna la rendono feconda di foraggi e di grano; ma i
torrenti ed i corsi d’acqua che precipitano a valle con rapide e cascate,
rovinano le campagne circostanti e non sono utili al traffico; lo stesso fanno
le piogge violente e tempestose che travolgono i terreni lavorati e rovinano i
pascoli. Un lavoro fatto con violenza e precipitazione non riesce mai bene:
Bisogna affrettarsi con calma, dice l’antico proverbio. Colui che ha fretta, dice
Salomone, corre il rischio di inciampare e urtare contro tutto. Facciamo sempre
abbastanza presto quando facciamo bene. I fuchi fanno molto più
rumore e si spostano con molta più fretta della api, ma producono soltanto cera,
non miele. Più o meno fanno la stessa cosa coloro che si affrettano con un’ansia
bruciante e con un’apprensione disordinata: finiscono con il fare poco e male! Le mosche non ci danno
noia per la mole, ma per il numero: allo stesso modo si può dire che le
occupazioni importanti non ci mettono in agitazione come le piccole, perché
queste si presentano molto numerose. Accetta in pace le
incombenze che ti capitano, e cerca di portarle a termine con ordine, una dopo
l’altra. Se vuoi farle tutte in una volta e disordinatamente, farai soltanto
sforzi che ti angustieranno e prostreranno il tuo spirito; e finirai quasi
sempre schiacciato sotto il loro peso e senza risultato. In tutte le tue
occupazioni appoggiati completamente alla Provvidenza di Dio, che è la sola che
possa dare compimento ai tuoi progetti; tuttavia, da parte tua, lavora
dolcemente per cooperare con essa , e sii certa che se confidi in Dio, il
risultato che conseguirai sarà sempre il migliore per te, sia che ti sembri
personalmente buono che cattivo. Fa come i bambini che con
una mano si aggrappano a quella del papà e con l’altra raccolgono le fragole e
le more lungo le siepi; anche tu fai lo stesso: mentre con una mano raccogli e
ti servi dei beni di questo mondo, con l’altra tinti aggrappata al Padre
celeste, volgendoti ogni tanto verso di Lui, per vedere se le tue occupazioni e
i tuoi affari sono di suo gradimento. Fa attenzione a non lasciare la sua mano e
la sua protezione, pensando così di raccogliere e accumulare di più. Se il Padre
celeste ti lascia non farai più nemmeno un passo, ma finirai subito a terra.
Voglio dire, Filotea, che quando sarai in mezzo agli affari e alle occupazioni
ordinarie, che non richiedono un’attenzione molto accurata e assidua, guarda Dio
più delle occupazioni; quando gli affari sono così importanti che richiedono
tutta la tua attenzione per riuscire bene, ogni tanto dà uno sguardo a Dio, come
fanno coloro che navigano in mare i quali per raggiungere il porto previsto,
guardano più il cielo che la nave. Così Dio lavorerà con te, in te e per te, e
il tuo lavoro sarà accompagnato dalla gioia.
Capitolo XI
L’OBBEDIENZA Soltanto la carità ci
eleva alla perfezione; ma l’obbedienza, la povertà e la castità sono i tre
grandi mezzi per acquistarla. L’obbedienza consacra il nostro cuore, la castità
il nostro corpo, e la povertà i nostri beni all’amore e al servizio di Dio: sono
i tre bracci della croce spirituale, che poggiano sul quarto che è l’umiltà. Non intendo parlare di
queste virtù in quanto oggetto di voto pubblico; riguarda soltanto i religiosi;
e nemmeno in quanto oggetto di voto privato, perché il voto aggiunge sempre
grazie e meriti a tutte le virtù. Tuttavia per portarci a perfezione non è
necessario che siano oggetto di voto; l’importante è che siano vissute. Quando sono legate al
voto, soprattutto se pubblico, mettono l’uomo nello stato di perfezione; per
metterlo invece semplicemente nella perfezione è sufficiente viverle. C’è molta
differenza tra lo stato di perfezione e la perfezione: tutti i vescovi e i
religiosi sono nello stato di perfezione, ma non per questo sono nella
perfezione, il che si vede anche troppo! Sforziamoci, Filotea, di
mettere bene in pratica queste tre virtù, ciascuno secondo la propria vocazione;
è vero che non ci mettono nello stato di perfezione, ma ci daranno l’autentica
perfezione; tutti siamo obbligati a praticare queste tre virtù, anche se non
tutti allo stesso modo. Due sono i generi
d’obbedienza: l’obbligatoria e la volontaria. In forza dell’obbligatoria devi
obbedire umilmente ai tuoi superiori ecclesiastici, come il papa, il vescovo, il
parroco e i loro rappresentanti; devi poi obbedire ai tuoi superiori civili,
ossia il principe e i magistrati da lui preposti al governo del tuo paese; poi
devi ubbidire anche ai tuoi superiori familiari, ossia tuo padre, tua madre, il
padrone e la padrona. Questa obbedienza si chiama obbligatoria perché nessuno
può dispensarsi dall’obbligo di ubbidire ai superiori sunnominati, perché è Dio
che ha dato loro l’autorità di comandare e di governare, ognuno nei suoi limiti.
Fa dunque quello che ti è comandato. E’ necessario. Ma per essere perfetto devi
seguire i loro consigli e anche i loro desideri e le preferenze nella misura in
cui te lo permettono la prudenza e la carità. Obbedisci quando ti ordinano una
cosa gradevole, come mangiare, prendere un po’ di ricreazione; può anche
sembrare che non ci sia grande virtù ad obbedire in queste cose. E’ certo che
sarebbe un difetto grave disobbedire. Obbedisci alle cose
indifferenti, quali indossare un abito anziché un altro, passare per una strada
anziché per un’altra, cantare o tacere; sarà un’obbedienza molto preziosa.
Obbedisci nelle cose difficili, aspre e dure; quella sarà un’obbedienza
perfetta. Obbedisci poi con
dolcezza, senza repliche; con prontezza, senza ritardi; con gioia, senza
tristezza; soprattutto obbedisci con amore, per amore di colui che, per amor
nostro, si è fatto obbediente fino alla morte in Croce, e che, come dice S.
Bernardo, preferì rinunciare alla vita piuttosto che all’obbedienza. Per imparare ad obbedire
con facilità ai tuoi superiori, accondiscendi senza difficoltà alla volontà dei
tuoi pari, cedendo al loro parere in ciò che non ha nulla di male, lasciando da
parte un comportamento litigioso ed aspro; adattati volentieri ai desideri dei
tuoi inferiori nei limiti del ragionevole, senza prendere atteggiamenti
intransigenti d’autorità, almeno finché si comportano bene.
E’ falso credere che da
religioso o da religiosa ci sarebbe più facile obbedire; sarebbe la stessa cosa.
Se ora troviamo difficile ed arduo obbedire a coloro che Dio ci ha preposto,
nulla cambierebbe mutando stato! Chiamiamo obbedienza
volontaria quella cui ci leghiamo per nostra scelta, e che non ci è imposta da
alcuno. Abitualmente il principe e il vescovo non li scegliamo noi, né il padre,
né la madre; qualche volta nemmeno il marito. Ma scegliamo invece il confessore
e il direttore spirituale. Ora, sia che alla scelta si aggiunga il voto di
obbedirgli, come fece S. Teresa che, oltre all’obbedienza solenne votata al
superiore dell’Ordine, si era obbligata con voto semplice, ad obbedire al P.
Graziano; o anche senza voto, si prometta obbedienza a qualcuno, questa rimarrà
sempre un’obbedienza volontaria, perché è decisa dalla nostra volontà in base
alla nostra scelta. Bisogna ubbidire a tutti i
superiori, a ciascuno nel campo che lo riguarda. Per ciò che riguarda lo Stato e
la cosa pubblica, bisogna ubbidire alle autorità civili; per ciò che riguarda il
campo religioso, ai vescovi; per le cose di casa, al padre, al marito, al
padrone; per la guida personale dell’anima al confessore e al direttore. Fatti indicare dal padre
spirituale gli esercizi di pietà che devi praticare; riusciranno meglio ed
avranno doppia grazia e doppio valore: la prima, per se stessi, perché sono pii
esercizi; l’altra la ricevono dall’obbedienza che li ha prescritti e in virtù
della quale sono compiuti. Gli obbedienti sono dei fortunati, perché il Signore
non permetterà mai che si perdano.
Capitolo XII
LA NECESSITA’ DELLA CASTITA’ La castità è il giglio
delle virtù; rende gli uomini simili agli Angeli. Niente è bello se non è puro,
e la purezza degli uomini è la castità. Alla castità si dà il nome di onestà, e
alla sua conservazione, onore, Viene anche chiamata integrità e il contrario
corruzione. Gode di gloria tutta speciale perché è la bella e splendida virtù
dell’anima e del corpo. Non è mai permesso
prendere piaceri impudichi dai nostri corpi, poco importa in che modo. Li
legittima soltanto il matrimonio che, con la sua santità, compensa il discredito
insito nel piacere. Anche nel matrimonio bisogna avere cura che l’intenzione sia
onesta, perché se ci dovesse essere qualche sconvenienza nel piacere che si
prende, ci sia sempre l’onestà nell’intenzione che lo ha cercato. Il cuore casto è come la
madreperla, che può ricevere soltanto le gocce d’acqua che scendono dal cielo,
giacché può accogliere soltanto i piaceri del matrimonio, che viene dal cielo.
Fuori da ciò non deve nemmeno tollerare il pensiero voluttuoso, volontario e
prolungato. Come primo grado in questa
virtù, Filotea, guarda di non accogliere in te alcun genere di piacere
inammissibile e proibito, quali sono tutti quelli che si prendono fuori del
matrimonio, o anche nel matrimonio, se si prendono contro le regole del
matrimonio. Come secondo grado,
taglia, per quanto ti sarà possibile, anche i piaceri inutili e superflui,
benché permessi e leciti. Per il terzo, non legare
il tuo affetto ai piaceri e alle soddisfazioni che sono comandate e prescritte;
è vero che bisogna prendere i piaceri necessari, ossia quelli che sono legati al
fine e alla natura stessa del santo matrimonio, ma non per questo devi impegnare
in essi il cuore e lo spirito. Del resto, tutti hanno
molto bisogno di questa virtù. Coloro che vivono nella vedovanza devono avere
una castità coraggiosa, che non soltanto disprezza le occasioni presenti e le
future, ma resiste alle fantasie che i piaceri leciti provati nel matrimonio
possono suscitare nel loro spirito, che per questo sono più sensibili alle
suggestioni poco oneste. E’ questa la ragione per
cui S. Agostino ammira la purezza del suo caro Alipio, che aveva completamente
dimenticato e non teneva in alcun conto i piaceri carnali, che aveva conosciuto,
almeno in parte, nella sua giovinezza. Prendi a paragone i frutti: un frutto
sano e intero può essere conservato o nella paglia o nella sabbia o nelle
proprie foglie; ma una volta intaccato, è impossibile conservarlo se non
facendone marmellata con l’aggiunta di miele o di zucchero; così avviene per la
castità non ancora ferita e contaminata: sono tanti i modi per conservarla, ma
una volta intaccata, può conservarla soltanto una devozione eccellente che, come
ho detto spesso, è l’autentico miele e lo zucchero delle anime. Le vergini hanno bisogno
di una devozione semplice e delicata, per bandire dal loro cuore ogni genere di
pensieri curiosi ed eliminare con un disprezzo totale ogni genere di piacere
immondo che, a essere sinceri, non meritano nemmeno di essere considerato dagli
uomini, visto che i somari e i porci li superano in questo campo. Quelle anime pure stiamo
bene attente; senza alcun dubbio dovranno sempre avere per certo che la castità
è incomparabilmente molto meglio di tutto ciò che le è contrario; il nemico,
infatti, dice S. Girolamo, spinge fortemente le vergini al desiderio di provare
il piacere. A tal fine lo rappresenta loro molto più attraente e delizioso di
quanto non sia; questo le turba molto, dice quel Padre, perché pensano che
quello che non conoscono sia più dolce. La piccola farfalla ci è
maestra: vedendo la fiamma così bella vuol provare se non sia altrettanto dolce;
e, spinta da questo desiderio, non si arrende finché, alla prima prova, ci
rimane. I giovani agiscono allo stesso modo: si lasciano talmente affascinare
dal falso e vuoto luccichio delle fiamme del piacere che, dopo averci girato
intorno con mille pensieri curiosi, finiscono per cadere e perdersi. In questo
sono più sciocchi delle farfalle, perché quelle, in una certa misura, hanno
motivo di pensare che il fuoco sia anche buono perché è veramente bello; mentre
questi sanno bene che quello che vogliono è disonesto, ma non per questo
tagliano la stima folle ed esagerata che hanno del piacere. Per gli sposati dico che è
sicuro, anche se la gente comune non riesce a pensarlo, che la castità è loro
molto necessaria; per essi non consiste nell’astenersi in modo totale dai
piaceri carnali, ma nel sapersi moderare. Ora, a mio parere, il comando:
Adiratevi e non peccate, è più difficile di quest’altro: Non adiratevi affatto.
Riesce più facile evitare la collera che controllarla. Lo stesso si può dire dei
piaceri carnali: è più facile astenersene completamente che essere moderati. E’ vero che la grazia del
sacramento del matrimonio dà una forza particolare per attenuare il fuoco della
concupiscenza, ma la debolezza di coloro che ne usufruiscono passa facilmente
alla permissività, poi alla dissoluzione, dall’uso all’abuso. Molti ricchi sono ladri,
non per bisogno, ma per avarizia. Così molta gente sposata ruba piaceri
disordinati solo per mancanza di padronanza e lussuria, benché abbiano un campo
legittimo sufficientemente ampio nel quale muoversi; la loro concupiscenza
assomiglia a un fuoco fatuo, che balla qua e là senza fermarsi in alcun luogo. E’ sempre pericoloso
prendere medicine troppo forti, perché qualora se ne prenda più della giusta
dose, o anche se la medicina non è stata ben preparata, ce ne viene del danno:
il matrimonio è stato istituito, in parte, anche quale rimedio della
concupiscenza; senz’altro è un rimedio di ottima efficacia, ma , attenzione,
perché è molto forte, di conseguenza può essere molto pericoloso se non è usato
con discrezione. Aggiungo che i casi della
vita, oltre alle lunghe malattie, spesso separano i mariti dalle mogli. Ecco
perché gli sposati hanno bisogno di due generi di castità: la prima, per essere
capaci di vivere in astinenza assoluta quando sono separati, nelle occasioni cui
ho appena accennato; la seconda, per essere capaci di moderarsi, quando vivono
insieme. S. Caterina da Siena vide
tra i dannati dell’inferno molti che erano tormentati con supplizi
particolarmente atroci per avere profanato la santità del matrimonio: e questo
era loro capitato, diceva, non per la gravità del peccato in sé, perché gli
omicidi e le bestemmie sono più gravi, ma perché coloro che li avevano commessi
vi avevano preso l’abitudine senza più farci caso, e così avevano persistito
negli stessi per lungo tempo. Vedi dunque che la castità
è necessaria a tutti. Procura di essere in pace con tutti, dice l’Apostolo, e di
possedere la santità senza di cui nessuno vedrà Dio. Ora, per santità, secondo
S. Girolamo e S. Giovanni Crisostomo, intende la castità. Filotea, è proprio vero,
nessuno vedrà Dio se non è casto, nessuno abiterà nella sua santa tenda se non è
puro di cuore; e, come dice il Salvatore stesso: I cani e i peccatori di
sensualità ne saranno esclusi, e beati i puri di cuore perché vedranno Dio.
Capitolo XIII
CONSIGLI PER CONSERVARE LA CASTITA’ Filotea, tienti lontana
dagli inganni e dagli allettamenti della sensualità. E’ un cancro che corrode
impercettibilmente; e da inizi invisibili ti porta in breve a situazioni
incontrollabili; è più facile evitarlo che guarirlo. I corpi umani assomigliano
a vasi di vetro che non possono essere trasportati insieme senza porre qualche
cosa tra l’uno e l’altro; senza tale precauzione, il rischio di mandarli in
pezzi è molto grande. Anche la frutta ci può insegnare qualcosa: infatti anche
se la frutta che trasporti è sana e matura al punto giusto, rischi di ammaccarla
tutta sballottandola, se non metti qualcosa tra un frutto e l’altro. Anche
l’acqua, per limpida che sia, quando la versi in un vaso, se ci mette il muso un
animale sporco la sua limpidezza è svanita. Non permettere mai, Filotea, che
qualcuno ti tocchi in modo screanzato, né per leggerezza, né per amicizia; è
vero che, volendo, la castità può essere conservata anche in simili situazioni,
che sanno più di leggerezza che di malizia; ma la freschezza del fiore della
castità ne soffre sempre e ci perde qualche cosa. Se poi uno si lascia toccare
in modo disonesto, è la fine totale della castità. La castità ha la sua
radice nel cuore, ma è il corpo la sua abitazione; ecco perché si perde a causa
dei sensi esteriori del corpo e per i pensieri e i desideri del cuore. Guardare,
ascoltare, parlare, odorare, toccare cose disoneste è impudicizia se il cuore vi
si immerge e ci prende piacere. S. Paolo taglia corto: La fornicazione non deve
nemmeno essere nominata tra di voi. Le api evitano nel modo
più assoluto di toccare le carogne, ma non basta: fuggono e non riescono nemmeno
a sopportare il lezzo che ne emana. Nel Cantico dei Cantici, la Sposa dalle mani
distilla mirra, profumo che preserva dalla corruzione; le sue labbra sono
coperte di un nastro rosso, segno del pudore delle sue parole; i suoi occhi
assomigliano a quelli di una colomba per la loro purezza; il suo naso è
incorruttibile come i cedri del Libano. E’ così l’anima devota deve essere:
casta, pura, onesta di mani, di labbra, di orecchie, di occhi e di corpo. A questo proposito ti
riporto quello che dice il padre [del deserto] Cassiano, come uscito dalla bocca
del grande S. Basilio, che disse un giorno, parlando di se stesso: Non ho mai
conosciuto donne eppure non sono vergine. La castità si può perdere in tanti
modi quanti sono i generi di impudicizie e di lascivie, che poi, secondo che
sono grandi o piccole, l’indeboliscono, la feriscono, o la fanno morire del
tutto. Certe familiarità, certe passioncelle leggere e un po’ sensitive, a voler
essere nel giusto, non ledono gravemente la castità; tuttavia la indeboliscono,
la rendono malaticcia e offuscano il suo splendore. Ci sono poi altre
familiarità e passioni, che non sono soltanto indiscrete, ma viziose; non
soltanto leggere, ma disoneste; non soltanto sensitive, ma carnali; la castità
da queste ne rimarrà sempre almeno ferita e paralizzata. Ho detto almeno, perché
abitualmente muore e scompare del tutto quando le leggerezze e le lascivie danno
alla carne il massimo del piacere voluttuoso, perché in tal caso, la castità
perisce nel modo più indegno, perverso e infelice che si possa immaginare. E’
peggio di quando si perde per fornicazione, adulterio e incesto, perché questi
ultimi sono soltanto peccati, ma gli altri, dice Tertulliano, nel libro
dell’Impudicizia, sono ‘mostri’ di iniquità e di peccato. Cassiano non crede, e io
nemmeno, che S. Basilio si riferisca a queste sregolatezze, quando dice di non
essere più vergine; penso che si riferisse soltanto ai cattivi pensieri di
sensualità che, pur non avendo contaminato il corpo, avevano contaminato il
cuore, della cui castità, abitualmente, le anime riservate sono molto gelose. Nel modo più assoluto,
Filotea, non frequentare le persone licenziose, soprattutto se in più, sono
anche svergognate, il che avviene quasi sempre; sai perché? Sono come i caproni
che, leccando i mandorli dolci, li rendono amari. Quelle anime maleodoranti
e quei cuori infetti non riescono a conversare con alcuno, poco importa di quale
sesso, senza trascinarlo in qualche modo nell’impudicizia. Hanno il veleno negli
occhi e nell’alito come i basilischi. Frequenta piuttosto le
persone caste e virtuose, pensa e leggi spesso cose sante, perché la Parola di
Dio è casta e rende casti coloro che vi si compiacciono; sicché Davide la
paragona al topazio, pietra preziosa, che ha la proprietà di calmare l’ardore
della concupiscenza. Tienti sempre vicino a
Gesù Cristo crocifisso; fallo spiritualmente con la meditazione e realmente con
la santa Comunione: perché allo stesso modo che coloro i quali si coricano
sull’erba detta "agnus castus" diventano casti e puri, se tu riposi il cuore su
Nostro Signore, che è il vero Agnello casto e immacolato, scoprirai presto che
la tua anima e il tuo corpo sono mondati da tutte le sozzure e le sensualità.
Capitolo XIV
LA POVERTA’ DI SPIRITO OSSERVATA NELLE
RICCHEZZE Beati i poveri di spirito,
perché di essi è il regno dei cieli; infelici dunque i ricchi di spirito, perché
li aspetta la miseria dell’inferno. Il ricco di spirito è
quello che ha le ricchezze nel cuore e il cuore nelle ricchezze; il povero di
spirito è colui che non ha né le ricchezze nel cuore, né il cuore nelle
ricchezze. Gli alcioni fanno i nidi in forma di palma e vi lasciano soltanto una
piccola apertura in alto. Li piazzano sulla riva del mare e li costruiscono così
solidi e impermeabili che se anche le onde dovessero travolgerli, le acque non
penetrano; anzi rimangono sempre a galla in mezzo al mare, sul mare e padroni
del mare. Così deve essere il tuo
cuore, cara Filotea, aperto soltanto al cielo, e impenetrabile alle ricchezze e
ai beni caduchi. Se possiedi delle ricchezze, non impegnare il cuore in esse; fa
in modo di dominarle sempre e, pur essendo in mezzo ad esse, comportati come se
ne fossi senza. Non affogare quel dono del cielo, che è il cuore, nei beni della
terra; conservalo sempre superiori ad essi, sopra di essi, senza smarrirlo in
essi. Possedere del veleno ed
essere avvelenati non è la stessa cosa: i farmacisti possiedono quasi sempre del
veleno per servirsene in varie circostanze, ma non per questo sono avvelenati;
non hanno il veleno nel corpo, ma nel laboratorio. Allo stesso modo puoi
possedere ricchezze senza esserne avvelenata: questo se lo hai in casa o nel
portafoglio, ma non nel cuore. Essere ricco di fatto e
povero nel cuore è una gran fortuna per il cristiano; in tal modo ha gli agi
della ricchezza in questo mondo e il merito della povertà per ‘altro! Sai, Filotea? Nessuno al
mondo vorrà mai ammettere di essere avaro! Tutti negano di essere contagiati da
questo tarlo che inaridisce il cuore. Chi adduce a scusa il pesante fardello dei
figli, chi la necessità di crearsi una posizione solida. Non si possiede mai
abbastanza; si scopre sempre un motivo per avere di più: quelli poi che sono
avari più degli altri, non ammetteranno mai di esserlo, e il bello è che, in
coscienza, sono proprio convinti di non esserlo! L’avarizia è una febbre
maligna, che più è forte e bruciante e più rende insensibili.
Mosè vide la fiamma che
bruciava un cespuglio senza consumarlo; al contrario il fuoco dell’avarizia,
consuma e divora l’avaro senza mai bruciarlo. Tra gli ardori e i calori più
forti, egli si vanta di provare la più riposante freschezza di questo mondo, e
ritiene la sua sete insaziabile una sete naturale e piacevole. Se desideri lungamente,
ardentemente e con ansia i beni che non possiedi, hai un bel dire che non li
vuoi acquistare ingiustamente. Non sarà per questo che cesserai di essere un
autentico avaro. Chi brama di bere con arsura, con insistenza e con ansia, anche
se desidera bere solo acqua, dimostra chiaramente di aver la febbre. Filotea, non so fino a che
punto sia un giusto desiderio voler possedere giustamente quello che un altro
giustamente già possiede; con questo desiderio noi vogliamo fare il comodo
nostro incomodando gli altri. Chi già possiede giustamente un bene, non ha forse
più ragioni di conservarlo giustamente, che noi di volerglielo portar via
giustamente? E perché vogliamo allungare il nostro desiderio sul suo bene per
portarglielo via? Ma anche volendo supporre che questo nostro desiderio sia
giusto per davvero, di sicuro non è caritatevole; è certo che noi saremmo molto
contrariati se qualcuno, anche giustamente volesse impadronirsi di quello che
giustamente possediamo noi! Questo è il peccato di Acab, che voleva
impossessarsi giustamente della vigna di Nabot, mentre Nabot giustamente voleva
conservarla. La desiderò con tanto ardore, così a lungo e tormentandosi che finì
con l’offendere Dio. Aspetta, Filotea, a
desiderare il bene del prossimo che il prossimo abbia il desiderio di
disfarsene; in tal caso il suo desiderio renderà il tuo più che giusto,
addirittura caritatevole. Sì, sono d’accordo che tu
abbia cura di accrescere il tuo patrimonio e le tue possibilità, ma sempre con
giustizia, con calma e carità. Sì, sono d'accordo che tu
abbia cura di accrescere il tuo patrimonio e le tue possibilità, ma sempre con
giustizia, con calma e carità. Se sei molto attaccata ai
beni che possiedi, se ne sei tutta presa e ci metti dentro il cuore e i
pensieri, e temi con un timore intenso e ossessivo di perderli, credimi, hai
ancora la febbre. Chi ha la febbre beve l'acqua che gli offrono con
un'ingordigia, una bramosia e una soddisfazione che i sani abitualmente non
manifestano. Non è possibile trovare molta soddisfazione in una cosa, se non
nutriamo per la stessa molto affetto. Se capita che tu perda dei
beni e che il tuo cuore rimanga desolato, fortemente afflitto, credi a me,
Filotea, vuol dire che lì c'era molto del tuo affetto. Infatti l'afflizione per
la cosa perduta è la prova più certa dell'affetto che si aveva per essa. E allora non desiderare
con una brama travolgente e definita il bene che non hai; non impegnare troppo
il cuore in quello che possiedi; non disperarti per i rovesci che potranno
colpirti. Avrai allora qualche motivo di pensare che, pur essendo ricca di
fatto, non lo sei di affetto, ma sei povera di spirito e quindi felice, perché
il Regno dei cieli è tuo.
Capitolo XV
COME DEVE ESSERE PRATICATA LA POVERTA REALE
RIMANENDO RICCHI DI FATTO Il pittore Parrasio,
dipingendo il popolo di Atene, ebbe un'idea geniale: lo rappresentò con
espressioni sempre diverse: di collera, di rabbia, di incostanza, di cortesia,
di clemenza, di misericordia, di alterigia, di superbia, di umiltà, di vanità,
di timidezza, e tutto ciò contemporaneamente; io, cara Filotea, vorrei mettere
allo stesso modo contemporaneamente nel tuo cuore la ricchezza e la povertà, una
grande cura e un grande disprezzo dei beni temporali. Devi avere più cura tu di
rendere i tuoi beni utili e fruttuosi di quanta non ne abbia la gente di mondo.
Infatti i giardinieri dei grandi principi non sono forse più accurati e
diligenti nel coltivare ed abbellire i giardini loro affidati che se fossero di
loro proprietà? E perché? P- semplice: pensano che quei giardini appartengono ai
principi e ai re nelle grazie dei quali vogliono entrare con quel servizio. Filotea, tutto quello che
possediamo non è nostro: Dio ce l'ha affidato e vuole che lo rendiamo fruttuoso
e utile; se ne abbiamo cura per bene il nostro servizio gli sarà accetto. Deve
essere una cura maggiore e più continua di quella che la gente del mondo ha per
i propri beni. Essi si impegnano soltanto per amore di se stessi, noi invece
lavoriamo per amore di Dio. Se metti a confronto
questi due amori arrivi alla conclusione che, poiché l'amore di sé è un amore
violento, turbolento e ossessivo, anche la cura dei beni fondata su di esso sarà
agitata, rabbiosa e piena di paure; per contro poiché l'amore di Dio è dolce,
sereno e tranquillo, la cura dei beni fondata su di esso sarà serena, dolce e
tranquilla. Cerchiamo di essere calmi nella cura dei nostri beni temporali, sia
per conservarli, sia anche, all'occasione, per accrescerli, se la nostra
condizione lo richiede. Questa è la volontà di Dio e noi dobbiamo realizzarla
per amore. Ma fa attenzione agli
inganni dell'amor proprio; sa così bene scimmiottare l'amore di Dio, che a volte
sembra proprio lui! Per impedire questo equivoco, ossia che la cura dei beni
temporali si tramuti in avarizia, oltre a quanto ti ho indicato nel capitolo
precedente, dobbiamo molto spesso praticare una povertà reale ed effettiva, pur
vivendo circondati da tutte le ricchezze che Dio ci ha dato. Comincia col disfarti di
un po' dei tuoi beni dandoli di tutto cuore ai poveri: dare significa
impoverirsi nella misura in cui si dà, e più darai e più sarai povera. t- vero
che Dio ti ricompenserà, non soltanto nell'altro mondo, ma anche in questo;
infatti niente rende gli affari tanto prosperi quanto l'elemosina. Tuttavia, in
attesa mancherai di quello che hai dato! Ed è una santa e ricca
povertà quella procurata dall'elemosina. Ama i poveri e la povertà;
è questo amore che ti farà sinceramente povera, giacché, come dice la Scrittura,
noi assomigliamo alle cose che amiamo. L'amore rende simili gli amanti. Chi è
infermo e io non sono come lui? dice S. Paolo. Avrebbe anche potuto dire: Chi è
povero e io non lo sono come lui? L'amore lo rendeva simile a quelli che amava. Se dunque ami i poveri
parteciperai realmente della loro povertà e sarai povera con loro. Se è vero che
ami i poveri, frequentali spesso: sii contenta quando vengono a casa tua e tu va
a trovarli a casa loro. Parla volentieri con loro, sii contenta se ti vengono
vicino in chiesa, per strada, ovunque. Usa un linguaggio semplice con loro,
parlando come usano parlare tra di loro. Devi invece essere ricca di mano,
distribuendo loro con abbondanza dei tuoi beni. Vuoi fare ancora di più,
Filotea? Non accontentarti di essere povera come i poveri, ma sii più povera dei
poveri. E come? Il servo è minore del padrone: e allora tu fatti serva dei
poveri. Va a servirli nei loro giacigli quando sono ammalati, intendo di
persona, con le tue mani; sii la loro cuoca a tue spese; sii la loro cameriera,
la loro lavandaia. Filotea, questo servizio vale più di una corona reale. Sono preso da sconfinata
ammirazione ogni volta che penso allo zelo con il quale S. Luigi lo mise in
pratica: io considero quel monarca uno dei più grandi re della terra, ma di una
grandezza che abbraccia tutti i settori. Spesso serviva alla tavola dei poveri
che manteneva a sue spese; e quasi tutti i giorni tre li faceva sedere alla sua
mensa e spesso mangiava con amore quello che rimaneva nei loro piatti. Quando
visitava gli ammalati negli ospizi, e lo faceva spesso, abitualmente serviva
quelli che erano colpiti dalle malattie più ributtanti, come lebbrosi, cancerosi
e simili; li serviva a capo scoperto e in ginocchio, rispettando in essi la
persona del Salvatore del mondo; dimostrava loro una tenerezza che soltanto una
madre premurosa ha per il proprio figlio. S. Elisabetta, figlia del
re d'Ungheria, si univa abitualmente ai poveri e qualche volta, per
divertimento, si vestiva poveramente tra le sue dame e diceva loro: Se fossi
povera, mi vestirei così. Cara Filotea, quel
principe e quella principessa erano poveri sul serio in mezzo alle ricchezze ed
erano ricchi nella loro povertà. Beati quelli che sono
poveri in questo modo, perché di essi è il regno dei cieli. Ho avuto fame e mi
avete dato da mangiare, ho avuto freddo e mi avete vestito; possedete il regno
che vi è stato preparato fin dalla creazione del mondo, dirà nel giudizio finale
il Re dei poveri a coloro che a loro volta avranno voluto essere re, dominando
le cose materiali. Tutti, prima o poi,
incontriamo situazioni nelle quali sperimentiamo la mancanza di qualche comodità
e ne sentiamo il peso. Ci capita, ad esempio, di ospitare una persona che
vorremmo e dovremmo trattare con riguardo e non c'è modo a causa dell'ora;
oppure ti capita di avere gli abiti belli in un luogo mentre ti servirebbero in
un altro per presentarti meglio; ti può capitare ancora che in cantina i vini si
siano voltati in aceto e ti rimane solo un vino cattivo e aspro; oppure ti trovi
in campagna in una bicocca dove manca tutto: il letto, la camera, un tavolo, il
personale! Capita spesso di avere
bisogno di qualche cosa anche se si è ricchi; in tal caso bisogna saper essere
poveri in quello che manca. Filotea, sii contenta in
queste situazioni, accettale volentieri e sopportale serenamente. Quando ti capiteranno
rovesci che ti impoveriranno, o molto o poco, quali la grandine, il fuoco, le
inondazioni, la siccità, le ruberie, i processi, allora sì che è il tempo di
praticare la povertà; accetta serenamente la diminuzione dei beni, adattati con
pazienza e costanza all'impoverimento. Esaù si presentò -a suo
padre con le mani coperte di peli, e Giacobbe lo imitò; ma siccome il pelo che
copriva le mani di Giacobbe non apparteneva alla sua pelle, ma ai guanti, se lo
poteva togliere senza scorticarsi; al contrario il pelo di Esaù apparteneva alla
sua pelle; era peloso per natura; chi avesse voluto levarglielo gli avrebbe
causato un atroce dolore, lo avrebbe fatto urlare e si sarebbe difeso. Quando i nostri beni sono
legati al cuore, se la grandine, i ladri o gli imbroglioni ce ne strappano una
parte, che urla, che agitazione, che tormento ne abbiamo! Ma se i nostri beni
sono attaccati a noi solo per la cura che Dio vuole che ne abbiamo e non sono
attaccati al cuore, se ce li strappano, non sarà per quello che daremo in smanie
e cadremo in svenimento. I vestiti degli uomini e
degli animali differiscono proprio in questo: i vestiti delle bestie fanno parte
della loro carne, quelli degli uomini sono soltanto sovrapposti, per poterli
indossare e togliere quando si vuole.
Capitolo XVI
COME PRATICARE LA RICCHEZZA DI SPIRITO NELLA
POVERTA' REALE Se sei povera di fatto,
cara Filotea, cerca di esserlo anche nello spirito; fa di necessità virtù, e
considera la pietra preziosa della povertà per quello che vale. Il mondo non
apprezza il suo splendore che rimane ugualmente meraviglioso e unico. Coraggio, Filotea, sei in
buona compagnia: Nostro Signore, la Madonna, gli Apostoli, tanti Santi e Sante
sono stati poveri, pur avendo avuto la possibilità di essere ricchi, se
l'avessero voluto. Quante persone del mondo, vincendo contrasti, a volte
durissimi, sono andati alla ricerca, con un amore impareggiabile, di madonna
Povertà nei chiostri e negli ospedali. E hanno tanto sofferto per trovarla! Lo
testimoniano S. Alessio, S. Paola, S. Paolino, S. Angela e tanti altri. Per te,
Filotea, la Povertà si è scomodata personalmente ed è venuta a trovarti; l'hai
incontrata senza bisogno di cercarla nella sofferenza. Abbracciala perché è
l'amica del cuore di Gesù Cristo, che è nato, vissuto e morto con lei vicino;
per tutta la vita l'ha avuta per governante. La tua povertà, Filotea,
ha due grandi privilegi che possono procurarti molto merito. Il primo è che non l'hai
scelta tu, ma è la volontà di Dio che ti ha creata povera senza alcun concorso
della tua volontà. Ora ciò che riceviamo dalla volontà di Dio senza altri
interventi, gli è gradito di più, se noi l'accettiamo di cuore e per amore della
sua santa volontà; quando c'è poco di nostro, c'è molto di DIO. L'accettazione pura e
semplice della volontà di Dio rende purissima la sofferenza. Il secondo privilegio di
questa povertà è quello di essere povera sul serio. Una povertà lodata,
corteggiata, stimata, aiutata e assistita assomiglia piuttosto alla ricchezza,
o, perlomeno, non è povera del tutto; ma una povertà disprezzata, isolata,
rinfacciata e abbandonata è veramente povera. Così è abitualmente la povertà
della gente che vive nel mondo: non sono poveri perché l'hanno voluto, ma perché
ci si sono trovati, e di questo non si tiene conto; e per il fatto che di questo
non si tiene conto, la loro povertà è più povera di quella dei religiosi,
benché, d'altra parte, questa abbia un valore più grande e raccomandabile, a
motivo del voto e dell'intenzione per cui è stata scelta. Non lamentarti, dunque,
cara Filotea, della tua povertà; ci si lamenta soltanto di ciò che ci dispiace;
e se la povertà ti dispiace, non sei povera nello spirito, ma anzi ricca nel
cuore. Non lamentarti di non essere aiutata come si dovrebbe; in questo consiste
il valore della povertà. Voler essere poveri e non volerne patire gli
inconvenienti, è una pretesa assurda. E’ pretendere l'onore della povertà e gli
agi delle ricchezze. Non vergognarti di essere
povera e di chiedere l'elemosina per carità; accetta con umiltà quello che ti
verrà dato e sopporta l'eventuale rifiuto con dolcezza. Ricordati spesso del
viaggio che la Madonna fece in Egitto per portare in salvo il Figlio, e quanto
disprezzo, povertà e miseria dovette sopportare! Se vivrai così sarai molto
ricca nella tua povertà.
Capitolo XVII
L'AMICIZIA E, PRIMA DI TUTTO, LA CATTIVA E LA
FRIVOLA L'amore occupa il primo
posto tra le passioni dell'anima: è il re di tutti i movimenti del cuore, fa
convergere tutto a sé e ci rende simili a ciò che amiamo. Fa attenzione, Filotea, a
non amare cose cattive: saresti irrimediabilmente e subito cattiva anche tu! L'amicizia è l'amore più
pericoloso: gli altri amori possono anche fare a meno di comunicare, l'amicizia
invece è fondata essenzialmente proprio sulla comunicazione. Di norma è
impossibile che l'amicizia non ci faccia partecipare delle qualità della persona
amata. Non ogni amore è amicizia.
3. In più coloro che si
amano, devono avere qualche bene in comune a base della loro amicizia. L'amicizia si differenzia
secondo la diversità dei modi di comunicare e i modi di comunicare si
differenziano secondo i beni che costituiscono l'oggetto dello scambio: se si
tratta di beni falsi e vani, l'amicizia è falsa e vana; se si tratta di beni
veri, l'amicizia è vera; e migliori saranno i beni, migliore sarà l'amicizia.
Infatti, allo stesso modo che il miele raccolto dalle gemme dei fiori più
deliziosi è il migliore, così l'amore fondato sullo scambio di un bene squisito
è ottimo. Esiste in Eraclea del
Ponto un genere di miele velenoso, che fa impazzire coloro che ne mangiano. t
velenoso perché viene raccolto dalla pianta dell'aconito, presente in abbondanza
in quella regione. Lo stesso è dell'amicizia fondata sullo scambio di beni vuoti
e viziosi: risulterà totalmente falsa e cattiva. Lo scambio di piaceri carnali è
semplicemente un'attrazione reciproca e un'esca bestiale che, tra gli uomini,
non merita di essere chiamata con il nome di amicizia; parola che del resto non
ci si sogna nemmeno di usare quando ci si riferisce agli stessi rapporti tra i
somari e i cavalli; e se nel matrimonio lo scambio si riducesse a questo, non
sarebbe possibile alcuna amicizia; ma siccome, oltre a ciò, c'è lo scambio della
vita, dell'iniziativa, degli affetti e di una indissolubile fedeltà, ecco perché
l'amicizia nel matrimonio è vera e santa. L'amicizia fondata sullo
scambio del piacere dei sensi è grossolana e non merita il nome di amicizia;
così pure quella fondata su virtù frivole e inutili, perché sono virtù che
dipendono dai sensi. Do il nome di piaceri dei
sensi a quelli che sono legati in modo diretto e principale ai sensi esteriori,
quali sono il piacere di ammirare la bellezza, di ascoltare una voce dolce, di
toccare e simili. Do il nome di virtù
frivole a certe abilità e qualità inutili che gli spiriti deboli chiamano virtù
e perfezioni. Ascolta quello che dicono la maggior parte delle ragazze, delle donne e dei
giovanotti in genere: non esiteranno a dire che Tizio è molto virtuoso, ha tante
perfezioni, perché balla bene, sa destreggiarsi abilmente in tutti i giochi, sa
vestirsi con gusto, canta bene, ha una brillante conversazione, ha un bell'aspetto.
I ciarlatani considerano migliori tra loro quelli che meglio riescono nell'arte
di fare i buffoni. Siccome tutto ciò riguarda
i sensi, per tale ragione le amicizie che hanno tali fondamenti si chiamano
sensuali, vane e frivole e meriterebbero più di essere chiamate follie che
amicizie. Di questo genere sono
abitualmente le amicizie dei giovani che riguardano i baffi, i capelli, lo
sguardo, gli abiti, il sussiego, la parlantina. Sono virtù caratteristiche
dell'età degli amanti, che hanno virtù poco solide, come la loro peluria del
mento e hanno il senno in bocciolo. Tali amicizie sono soltanto passeggere e
fondono come neve al sole.
Capitolo XVIII
LE PASSIONCELLE (I FLIRTS)
Quando queste allegre
amicizie hanno luogo tra persone di diverso sesso, senza alcuna intenzione di
giungere al matrimonio, si chiamano passioncelle; sono soltanto aborti, o meglio
ancora, fantasie di amicizie; ma non si deve dare loro il nome di amicizie o di
amori perché sono vuote e senza senso. Cionondimeno i cuori degli uomini e delle
donne vi rimangono catturati e si impegolano e si allacciano tra di loro in
affetti vani e leggeri, che hanno per fondamento soltanto quegli scambi frivoli
e quelle sciocche attrattive di cui ho appena parlato. Benché questi sciocchi
amori finiscano abitualmente per naufragare ed affogare in carnalità e lascivie
molto volgari, bisogna riconoscere che non è mai la prima intenzione degli
interessati tale conclusione. Altrimenti non sarebbero passioncelle, ma
impudicizie dichiarate. A volte potranno anche
trascorrere molti anni, senza che capiti tra coloro che sono afflitti da questa
follia, un solo gesto che sia contrario alla santità del corpo. Gli interessati
si limiteranno, con varie scuse, a stemperare i loro cuori in auguri, desideri,
sospiri, complimenti e simili scemenze e vanità. Alcuni vogliono soltanto
appagare il cuore nel dare e ricevere amore seguendo la loro inclinazione
all'amore; nella scelta degli amori costoro non riflettono minimamente: è loro
sufficiente seguire il gusto e l'istinto; sicché, quando incontrano una persona
piacevole, senza pensare al lato interiore, né al comportamento morale della
stessa, danno subito la stura alle loro passioncelle e si impigliano in una rete
dalla quale in seguito, faticheranno molto per liberarsi. Altri vi si lasciano
andare per vanità perché pensano che non è piccola gloria prendere e legare i
cuori con l'amore; costoro, poiché fanno la loro scelta per vanità, collocano le
loro tagliole e tendono le loro reti in luoghi privilegiati, eccelsi, distinti e
illustri. Altri ancora sono spinti
contemporaneamente dalla tendenza all'amore e dalla vanità, e agiscono in questo
modo perché, pur avendo il cuore fortemente attirato dall'amore, vogliono
aggiungervi anche un po' di gloria. Simili amicizie sono
cattive, folli e vane: cattive, perché vengono e
finiscono nel peccato della carne; rubano l'amore, e di conseguenza anche il
cuore, a Dio, alla moglie, al marito, a chi era dovuto; folli perché non hanno
basi, né motivazioni serie; vane, perché non recano alcuna utilità, nessun
onore, nessuna gioia. Al contrario, ci fanno perdere tempo, offuscano l'onore, e
non offrono alcun piacere, a meno che non si voglia chiamare piacere l'ansia di
attendere e sperare, senza sapere né quello che si vuole, né che cosa si
attende. Questi spiriti piccoli e
deboli sono persuasi che c'è un non so che nelle testimonianze di amore che
ricevono, ma non saprebbero precisare che cos’è; per questo la loro brama è
insaziabile ed alimenta, senza soste, nel loro cuore, eterne diffidenze, gelosie
e tormenti. S. Gregorio di N'azianzo,
scrivendo contro le donne vanitose, dice meraviglie, a questo proposito; cito un
brano che egli indirizza alle donne, ma va molto bene anche per gli uomini: " La
tua bellezza naturale è sufficiente per tuo marito; se poi vuoi che sia per
molti uomini, come una rete tesa per molti uccelli, che succederà? Ti piacerà
colui che ti troverà bella, ad occhiata risponderai con occhiata, a sguardo con
sguardo; presto verranno i sorrisi e le frasettine d'amore, all'inizio, fatte
scivolare di nascosto, ma presto si giungerà alla familiarità e al
chiacchiericcio manifesto. Sta attenta, lingua mia chiacchierona, a non dire
quello che verrà dopo; ma questa verità voglio dirla: niente di tutto ciò che i
giovanotti e le donne dicono o fanno insieme in quelle folli galanterie va senza
grosse ferite. Tutte le passioncelle sono legate insieme e si susseguono tutte,
proprio come un ferro preso da una calamita che, a sua volta, attira altri ferri
uno dopo l'altro ". Come ha ragione questo
santo Vescovo! Che cosa vuoi fare? Dare amore, non è vero? Nessuno può dare
volontariamente amore senza necessariamente riceverne in cambio; in questo gioco
chi prende è preso. L'erba chiamata aproxis, alla sola vista riceve e genera
fuoco: così sono anche i nostri cuori. Appena vedono un'anima che brucia d'amore
per loro, si infiammano immediatamente per lei. Voglio stare al gioco,
dirà qualcuno, ma poco per volta t'inganni: quel fuoco è forte e penetrante più
di quanto sembri. Pensi di non essere colpito che da una scintilla, e ti accorgi
che in un baleno tutto il cuore è incendiato, ridotti in cenere i tuoi propositi
e in fumo il tuo buon nome. Grida il Saggio: Chi avrà compassione di un
incantatore morso da un serpente? E io grido con lui: pazzo e insensato, pensavi
di domare l'amore per dosarlo a tuo piacimento! Volevi divertirti con lui, ma
egli ti ha punto e morso profondamente. Sai cosa dirà la gente? Rideranno di te
perché hai voluto incantare l'amore e, pieno di presunzione, ti sci messo in
seno una serpe pericolosa che ti ha rovinato e ci hai rimesso l'anima e l'onore. Mio Dio, che cieca pazzia
è mai questa? Rischiare in questo modo, con garanzie così fragili, la parte più
nobile della nostra anima! Sì, Filotea, perché Dio vuole l'uomo solo per
l'anima, l'anima solo per la volontà e la volontà solo per l'amore. Non abbiamo
amore a sufficienza nemmeno per ciò che è necessario! Voglio dire: già è molto
se ne abbiamo abbastanza per amare Dio; ciononostante, miserabili come siamo, lo
disperdiamo e dilapidiamo in cose sciocche, vane e frivole, come se ne avessimo
troppo! Quel grande Dio che aveva riservato per sé soltanto l'amore delle nostre
anime, quale riconoscenza per la creazione, la conservazione e la Redenzione,
esigerà un conto rigoroso delle sottrazioni che avremo fatto; pensa: ha detto
che ci chiederà conto delle parole oziose; come vuoi che non ce lo chieda delle
amicizie oziose, sciocche, pazze e dannose? Il noce reca molto danno
ai campi e alle vigne in cui è piantato, perché è grande ed assorbe tutte le
sostanze della terra, che così non riesce a nutrire anche le altre piante; il
suo fogliame è così folto che fa un'ombra grande e spessa. Per di più attira i
passanti che, per prenderne i frutti rovinano e calpestano tutt'intorno. Queste passioncelle
producono danni simili all'anima; l'occupano talmente e condizionano così
potentemente i suoi movimenti, che essa non è più disponibile per alcun'altra
opera buona; le foglie, ossia i chiacchiericci, i divertimento e i
corteggiamenti sono così frequenti che non lasciano spazio; infine attirano così
numerose le tentazioni, le distrazioni, i sospetti e tutto ciò che vi si
accompagna, sicché il cuore ne è rovinato e calpestato. In breve, queste
passioncelle, non solo allontanano l'amore celeste, ma anche il timore di Dio;
prostrano lo spirito, indeboliscono il buon nome. In una parola è il giocattolo
delle corti, ma la peste dei cuori!
Capitolo XIX
LE VERE AMICIZIE Ama tutti, Filotea, con un
grande amore di carità, ma legati con un rapporto di amicizia soltanto con
coloro che possono operare con te uno scambio di cose virtuose. Più le virtù
saranno valide, più l'amicizia sarà perfetta. Se lo scambio avviene nel
campo delle scienze, la tua amicizia sarà, senza dubbio, molto lodevole; più
ancora se il campo sarà quello delle virtù, come la prudenza, la discrezione, la
fortezza, la giustizia. Ma se questo scambio
avverrà nel campo della carità, della devozione, della perfezione cristiana,
allora sì, che si tratterà di un'amicizia perfetta. Sarà ottima perché viene da
Dio, ottima perché tende a Dio, ottima perché il suo legame è Dio, ottima perché
sarà eterna in Dio. L bello poter amare sulla
tetra come si ama in cielo, e imparare a volersi bene in questo mondo come
faremo eternamente nell'altro. Non parlo qui del semplice amore di carità,
perché quello dobbiamo averlo per tutti gli uomini; parlo dell'amicizia
spirituale, nell'ambito della quale, due, tre o più persone si scambiano
la devozione, gli affetti spirituali e diventano realmente un solo spirito. A
ragione quelle anime felici possono cantare: Com'è bello e piacevole per i
fratelli abitare insieme. Ed è vero, perché il delizioso balsamo della devozione
si effonde da un cuore all'altro con una comunicazione ininterrotta, di modo che
si può veramente dire che Dio ha effuso la sua benedizione e la sua vita su
simile amicizia per i secoli dei secoli. Mi sembra che tutte le
altre amicizie siano soltanto fantasmi a confronto di questa e i loro legami
anelli di vetro e di giaietto, a confronto del legame della devozione che è
tutta di oro fino. Non stringere amicizie di
altro genere; intendo dire quelle che dipendono da te. Non devi lasciar cadere,
né disprezzare quelle che la natura e i doveri precedenti ti obbligano a
intrattenere: quali quelle con i parenti, i soci, i benefattori, i vicini e
altri; ripeto, mi riferisco a quelle che tu scegli liberamente di persona. Può darsi che qualcuno ti
dica che non bisogna avere alcun genere di particolare affetto o amicizia,
perché ciò ingombra il cuore, distrae lo spirito, dà luogo ad invidie; ma si
sbagliano. Negli scritti di molti santi e devoti autori, hanno letto che le
amicizie particolari e gli affetti fuori dell'ordine sono molto dannosi per i
religiosi; pensano che la regola valga per tutti, ma su questo ci sarebbe molto
da dire. Premesso che in un
monastero ben ordinato, il progetto comune è di tendere tutti insieme alla vera
devozione, è evidente che non sono necessari questi scambi particolari, per
timore che, mentre si cerca in particolare ciò che è comune, non si passi dalle
particolarità alle parzialità. Ma per coloro che vivono tra la gente del mondo e
abbracciano la vera virtù, è indispensabile stringere un'alleanza reciproca con
una santa amicizia; infatti appoggiandosi ad essa, ci si fa coraggio, ci si
aiuta, ci si sostiene nel cammino verso il bene. Coloro che camminano in
piano non hanno bisogno di prendersi per mano, ma coloro che si trovano in un
cammino scabroso e scivoloso si sostengono l'un l'altro per camminare con
maggiore sicurezza. I religiosi non hanno bisogno di amicizie particolari, ma
coloro che vivono nel mondo, sì, per darsi reciprocamente sicurezza e aiuto in
tutti i passaggi pericolosi che devono affrontare. Nel mondo, non tutti tendono
allo stesso fine, non tutti hanno lo stesso spirito; bisogna dunque riflettere e
stringere amicizie secondo i nostri programmi; questa particolarità crea
veramente una parzialità, ma è una santa parzialità che non crea divisioni se
non quella del bene dal male, delle pecore dalle capre, delle api dai fuchi, che
sono separazioni necessarie. IR fuor di dubbio, e
nessuno si sogna di negarlo, che Nostro Signore nutrisse un'amicizia più tenera
e personale per Giovanni, Lazzaro, Marta, Maddalena; lo dice la Scrittura.
Sappiamo che S. Pietro aveva una predilezione per Marco e per Santa Petronilla;
S. Paolo per S. Timoteo e S. Tecla. S. Gregorio di Nazianzo si gloria cento
volte dell'amicizia che aveva per S. Basilio e così la descrive: " Si aveva
l'impressione che in noi due ci fosse una sola anima con due corpi. P, vero che
non bisogna prestare fede a coloro che dicono che tutto è in tutto; tuttavia è
vero che tutti e due eravamo in ciascuno e ciascuno nell'altro; coltivare la
virtù e ordinare i programmi della nostra vita alle speranze future; questo era
il modo di uscire da questa terra mortale, prima di morire ". S. Agostino dice che S.
Ambrogio voleva molto bene a S. Monica, per le rare virtù che ammirava in lei,
ed ella gli voleva bene come a un angelo di Dio. Ma ho torto -a farti
perdere tempo per una cosa così chiara. S. Girolamo, S. Agostino, S. Gregorio,
S. Bernardo e tutti i più grandi Servi di Dio hanno avuto amicizie personali
senza pregiudizio per la loro perfezione. S. Paolo, rimproverando ai Gentili il
disordine morale della vita, li accusa di essere gente senza affetto, ossia
gente incapace di amicizia. S. Tommaso, come del resto tutti i buoni filosofi,
dice che l'amicizia è una virtù: certamente parla dell'amicizia personale
perché, dice, la vera amicizia non può essere estesa a molte persone. La perfezione dunque, non
consiste nel non avere amicizie, ma nell'averne una buona, santa e bella.
Capitolo XX
LA DIFFERENZA TRA LE VERE AMICIZIE E QUELLE
FUTILI Fa attenzione, Fílotea:
voglio metterti in guardia perché tu non corra pericolo. Non so se tu sappia che
il miele di Eraclea, molto velenoso, assomiglia incredibilmente al miele comune;
e il pericolo di prendere uno per l'altro è reale, come pure quello di
mischiarli: nel qual caso l'inganno è anche peggiore perché la buona qualità
dell'uno non impedisce l'effetto velenoso dell'altro. Bisogna fare attenzione a
non lasciarsi trarre in inganno nelle amicizie, soprattutto quando si stringono
tra persone di sesso diverso, poco importa per quale motivo; spesso Satana si
sostituisce a coloro che amano. Si comincia sempre
dall'amore virtuoso, ma, se non si è molto saggi, si insinua presto l'amore
frivolo, poi si passa all'amore sensuale, poi a quello carnale; il pericolo
esiste persino nell'amore spirituale, se non si fa molta attenzione; benché in
questo sia molto più difficile la confusione e l'equivoco, perché la sua purezza
e il suo nitore rendono più evidenti le brutture che Satana vuole insinuarvi:
ecco perché il diavolo, quando ci prova, fa le cose con maggior finezza e tenta
di far scivolare le brutture quasi impercettibilmente. Distinguerai l'amicizia
mondana da quella santa e virtuosa, esattamente come si distingue il miele di
Eraclea dall'altro: il miele di Eraclea è più dolce al palato dei miele
ordinario; è l'aconito che gli aumenta la dolcezza; così fa abitualmente
l'amicizia mondana che sforna a ripetizione quantità enormi di parole melliflue,
una pioggia di frasette appassionate e di lodi sulla bellezza, la grazia e le
qualità sensuali: l'amicizia sana invece ha un linguaggio semplice e schietto,
loda soltanto la virtù e la grazia di Dio, unico suo fondamento. Il miele di Eraclea, una
volta ingoiato, provoca dei capogiri; allo stesso modo l'amicizia futile provoca
dei disorientamenti di spirito che rendono insicura la persona nella castità e
nella devozione. La conducono a sguardi languidi, vezzosi, insistiti; a carezze
sensuali, a sospiri equivoci, a piccole lamentele di non essere amati a
sufficienza; ad artifici ben mascherati, ma abili e cattivanti: galanterie,
abuso di baci e altre libertà e familiarità che portano alla volgarità e sono
sicuro presagio di una imminente resa dell'onestà. L'amicizia santa, invece,
ha occhi semplici e casti; gli atti di cortesia sono controllati e schietti; se
ci sono sospiri, saranno per il cielo, le libertà solo per lo spirito, i lamenti
saranno soltanto perché Dio non è abbastanza amato, prova infallibile
dell'onestà. Il miele di Eraclea turba
la vista; l'amicizia mondana turba il senno, di modo che coloro che ne sono
colpiti, pensano di agire bene mentre agiscono male, e sono convinti che le loro
scuse, i loro pretesti, e le loro parole sono motivi validi. Temono la luce e
amano le tenebre. L'amicizia santa invece ha gli occhi luminosi e non si
nasconde, anzi si fa vedere volentieri dalla gente per bene. Infine il miele di Eraclea
lascia un forte sapore amaro in bocca: avviene lo stesso nelle false amicizie
che si tramutano e finiscono in parole e richieste carnali e degne delle fogne;
in caso di rifiuto, esploderanno le ingiurie, le calunnie, le imposture, le
tristezze, le confessioni e le gelosie che si concludono quasi sempre
nell'abbrutimento e in isterismi; l'amicizia pulita è sempre uguale nell'onestà,
educata e amabile, e si muta soltanto in una unione degli spiriti più pura e più
perfetta, immagine vivente dell'amicizia beata che regna in Cielo. S.Gregorio di Nazianzo
dice che il pavone quando fa la ruota, emette il suo verso caratteristico e si
pavoneggia, eccitando le femmine che l'odono, alla lubricità. Allo stesso modo,
quando vedi un uomo pavoneggiarsi, agghindarsi e così parato, avvicinarsi per
fare chiacchiericcio, per sussurrare, mercanteggiare alle orecchie di una donna
matura o di una giovane, e tutto senza alcuna intenzione di matrimonio, beh, sta
certa che è soltanto per tentarla a qualche impudicizia; la donna onorata turerà
le proprie orecchie per non udire il verso di quel pavone e la voce
dell'incantatore che vuole sedurla; se ascolterà sarà l'inizio della perdita del
cuore. I giovani che fanno gesti
leziosi, smancerie, e carezze, o dicono parole che non vorrebbero che fossero
udite dai loro padri, madri, mariti, mogli o confessori, dimostrano in tal modo
che si stanno occupando non proprio dell'onore e della coscienza. La Madonna rimase turbata
vedendo un Angelo in sembianza di uomo, perché era sola e la stava lodando con
molta solennità: non dimentichiamo che erano lodi celesti! 0 Salvatore del
mondo! La purezza teme un Angelo in forma umana; perché la nostra purità non
dovrebbe temere un uomo, anche se in sembianza di Angelo, quando tesse lodi
sensuali o almeno umane?
Capitolo XXI
CONSIGLI E RIMEDI PER COMBATTERE LE CATTIVE
AMICIZIE Ma che cosa fare per
combattere gli amori futili, le stranezze, le pazzie, le brutture cui ho
accennato? Appena ne avverti i primi sintomi, volgiti subito dall'altra parte e,
respingendo nel modo più assoluto quelle stupidità, corri presso la Croce del
Salvatore, afferra la sua corona di spine e cingine il tuo cuore di modo che
quelle piccole volpi non possano avvicinarsi. Sta bene attenta a non
scendere a patti con il nemico; non dire: lo ascolterò, ma poi non farò nulla di
quanto mi suggerirà; gli presterò orecchio, ma gli rifiuterò il cuore. Filotea,
in tali circostanze, devi essere intransigente: il cuore e le orecchie sono
collegati, e com'è impossibile arrestare un torrente che scende a valle dalla
montagna, così è difficile impedire che l'amore entrato in un orecchio non
scenda presto nel cuore. Secondo Alcmeone le capre
respirano per le orecchie e non per le froge; Aristotele lo nega; io non ne so
niente, ma di certo so che il nostro cuore respira per l'orecchio, e siccome
inspira ed espira i suoi pensieri per mezzo della lingua, respira anche per
l’orecchio, per mezzo del quale riceve i pensieri degli altri. Proteggiamo
dunque scrupolosamente le nostre orecchie dai colpi d'aria delle parole inutili;
in caso contrario ben presto il nostro cuore ne sarà contagiato. Sotto nessun pretesto devi
ascoltare proposte oscene di alcun genere: è questo il solo caso in cui non
corri pericolo di essere incivile e scortese. Ricordati che hai
consacrato il cuore a Dio, gli hai dato il tuo amore, e sarebbe un sacrilegio
sottrargliene anche una briciola soltanto; rinnova la tua offerta con mille
propositi e promesse e rimani in quelle come un cervo nel suo rifugio e poi
invoca Dio. Egli ti verrà in aiuto: prenderà il tuo amore sotto la sua
protezione, per farlo vivere unicamente in Lui. Se poi sei già incappata
nelle reti di quei futili amori, allora sento l'obbligo di dirti che ti sarà
difficile sbarazzartene. Mettiti alla presenza della divina Maestà, riconosci
l'enormità della tua miseria, la tua debolezza, la tua vanità; poi con l'impegno
massimo di cui sarai capace, detesta quegli amori già iniziati, rinnega la
sciocca manifestazione che ne hai fatto, rinuncia a tutte le promesse ricevute
e, con una volontà forte e risoluta, decidi nel cuore e risolviti a mai più
ricominciare quei giochi e quelle schermaglie d'amore. Se poi ti è possibile
allontanarti fisicamente dalla persona coinvolta, sono d'accordissimo, perché,
allo stesso modo che coloro i quali sono stati morsi da un serpente, non possono
guarire facilmente in presenza di coloro che già sono stati morsi a loro volta,
la persona ferita d'amore difficilmente riuscirà a guarire da quella passione,
finché sarà vicina a quella ferita dallo stesso morso. Il mutamento del luogo è
molto utile per calmare la febbre e l'agitazione causate sia dal dolore che
dall'amore. Il ragazzo di cui parla S. Ambrogio nel II libro della Penitenza,
ritornò da un lungo viaggio completamente guarito dai futili amori che
l'avevano attanagliato prima; alla sciocca amante che, incontrandolo gli disse:
Non mi conosci? sono sempre la stessa! Sì, certo, rispose, ma sono io che non
sono più lo stesso. La lontananza aveva operato in lui quel felice mutamento. S. Agostino dice che per
alleviare il dolore per la morte dell’amico si allontanò da Tagaste, dove quegli
era morto, e se ne andò a Cartagine. Ma chi non può
allontanarsi? Deve troncare ogni conversazione privata, gli incontri segreti,
gli sguardi languidi, i sorrisi e in genere tutti gli scambi e gli ammiccamenti
che possono nutrire questo fuoco maleodorante e fuligginoso. Se poi le
circostanze esigono che si rivolga la parola al complice, deve essere per
dichiarare, con una coraggiosa, breve e seria protesta, il divorzio definitivo
che abbiamo giurato. Grido a voce alta, a chiunque sia caduto in questi lacci
passionali: taglia, tronca, spezza. Non bisogna perdere tempo a discutere queste
futili amicizie; bisogna strapparle non perdere tempo a sciogliere i nodi;
bisogna spezzarli è tagliarli; tanto quei cordoni e quei legami non hanno alcun
pregio.
Non bisogna avere riguardi
per un amore che è contrario all'amore di Dio. Ma, dopo avere in questo
modo spezzate le catene di quell'infame schiavitù, è possibile che resti qualche
strascico. I marchi e le piaghe dei ferri rimarranno impressi nei piedi, ossia
negli affetti. Non fa nulla, Filotea, se tu hai concepito per il tuo male tutto
l'orrore che merita; se farai così non sarai più agitata dalle ansie; proverai
soltanto un forte orrore per quell'amore infame e per tutto quello ad esso
collegato e sarai libera da ogni altro affetto per la persona che hai lasciato;
ti rimarrà soltanto un amore purissimo per Iddio. Se poi, a causa
dell'imperfezione del pentimento, rimane in te qualche inclinazione cattiva,
procura per la tua anima una solitudine mentale, come ti ho già insegnato, e
ritirati in essa con tutte le tue facoltà, e con mille slanci ripetuti dello
spirito, rinuncia alle tue inclinazioni, rinnegale con tutte le forze; datti
alla lettura dei Libri santi più di quanto non sei solita fare, confessati e
comunicati più spesso, con umiltà e sincerità parla di tutte queste suggestioni
e tentazioni al tuo direttore spirituale, se ti è possibile; o almeno con
qualche anima dalla fede profonda e molto prudente; sta certa che il Signore ti
libererà da tutte le passioni, se tu continuerai fedelmente questi esercizi. Ma, mi dirai, non è
ingratitudine rompere così drasticamente un'amicizia? lo ti dico: quant'è bella
l'ingratitudine che ti rende accetta a Dio! Filotea, non sarà ingratitudine, ma
anzi un'azione meritoria in favore del tuo amante; perché, spezzando i tuoi
legami, romperai anche i suoi; e se anche, sul momento, non saprà apprezzare la
sua felicità, lo farà ben presto e con te canterà in ringraziamento: 0 Signore,
tu hai spezzato i miei legami, io ti sacrificherò la vittima di lode e invocherò
il tuo santo Nome.
Capitolo XXII
L'amicizia richiede un
intenso scambio tra coloro che si vogliono bene: diversamente non può nascere e
tanto meno mantenersi. Ecco perché avviene spesso che agli scambi che sono alla
base dell'amicizia, se ne aggiungano molti altri che si insinuano
insensibilmente da cuore a cuore: e così gli affetti, le tendenze e le opinioni
passano in continuazione da uno all'altro. Questo soprattutto quando
all'affetto si aggiunge la stima; in tal caso apriamo il cuore all'amico con
molta larghezza per cui, con essa, entrano con facilità in noi tutte le sue
tendenze e le sue opinioni, poco importa se siano buone o cattive. Le api che raccolgono il
miele di Eraclea cercano soltanto il miele, ma con esso succhiano anche le
qualità velenose dell'aconito sul quale fanno la raccolta. A questo proposito,
Filotea, bisogna mettere in pratica la parola che il Salvatore delle anime
nostre era solito ripetere e che gli antichi ci hanno insegnato: Sii abile
cambiavalute, batti buona moneta; ossia, non accettare il denaro falso con il
buono, né l'oro di bassa lega con l'oro fino; separa il metallo prezioso dal
vile. Fa' attenzione perché nessuno va esente da imperfezioni. E che motivo c'è di
ricevere alla rinfusa difetti e imperfezioni dell'amico assieme alla sua
amicizia? E’ evidente che bisogna volergli bene nonostante le sue imperfezioni,
ma non bisogna voler bene alle sue imperfezioni e prenderle su di noi;
l'amicizia richiede che ci comunichiamo il bene, non il male. A somiglianza di coloro
che cavano la ghiaia dal Taro e separano l'oro che trovano Per portarlo via,
mentre lasciano il resto sulla riva del fiume, coloro che comunicano con l'amico
devono saper separare la sabbia delle imperfezioni e non lasciarla penetrare
nelle loro anime. S. Gregorio di Nazianzo ci
dice che molti, i quali volevano bene e ammiravano S. Basilio, erano talmente
portati alla sua imitazione, che lo scimmiottavano anche nelle sue imperfezioni
esteriori, nel suo modo di parlare lentamente e con lo spirito assorto e
pensoso, nel taglio della barba e nel modo di camminare. Noi vediamo dei mariti,
delle mogli, dei figli, degli amici, che hanno tanta stima dei loro amici, dei
loro padri, dei loro mariti, delle loro mogli, che per condiscendenza o
imitazione, prendono da loro, assieme all'amicizia, mille piccole tendenze
cattive. Questo non deve accadere:
ciascuno ne ha abbastanza dei propri difetti senza bisogno di caricarsi anche di
quelli degli altri; aggiungo che l’amicizia non soltanto non lo richiede, ma al
contrario, ci obbliga a darci reciprocamente una mano per liberarci da tutte le
forme di imperfezione. E’ fuor di dubbio che
bisogna sopportare con dolcezza l'amico nelle sue imperfezioni, ma non
incoraggiarlo in quelle, e ancor meno trasferirle in noi. Parlo soltanto di
imperfezioni; quanto ai peccati non bisogna accettarli e sopportarli nemmeno
nell'amico. Un'amicizia che lascia morire l'amico senza prestargli aiuto, è
un'amicizia debole e cattiva; vedere un amico che muore di un ascesso e non
avere il coraggio di dare il colpo di bisturi per salvarlo, non è amicizia. L'amicizia vera e vitale
non sopravvive tra i peccati. Si dice che, dove si adagia, la salamandra spegne
il fuoco; il peccato distrugge l'amicizia in cui si annida: se si tratta di un
peccato passeggero, l'amicizia lo mette immediatamente in fuga con la
correzione; ma se ci rimane e ci si ferma, l'amicizia perisce immediatamente,
perché per vivere ha bisogno della virtù; da qui risulta molto chiaro che non è
possibile peccare per amicizia. L'amico diventa nemico
quando vuole condurci al peccato e merita di perdere l'amicizia se vuol condurre
l’amico alla rovina e alla dannazione; una delle prove più sicure di una falsa
amicizia è vederla praticata tra persone viziose, qualunque sia il genere di
peccato che le accomuna. Se colui al quale vogliamo bene è preda del vizio, la
nostra amicizia è sicuramente viziosa; giacché se non può avere per base una
solida e sincera virtù, è giocoforza che sia fondata su una virtù apparente o su
qualche aspetto sensuale. Una società costituita tra
i commercianti per il profitto temporale ha soltanto l'apparenza di vera
amicizia. Essa non ha per fine l'amore delle persone, ma l'amore del denaro. Infine eccoti due massime,
fondamentali colonne della vita cristiana; una è del Saggio: Chi teme Dio
incontrerà una buona amicizia; l'altra è di S. Giacomo: L'amicizia di questo
mondo è nemica di Dio.
Capitolo XXIII
GLI ESERCIZI DELLA MORTIFICAZIONE ESTERIORE Coloro che si intendono di
agricoltura e di coltiva2ione di alberi da frutta assicurano che se si incide
una parola su una mandorla intatta e poi si rimette nel suo nocciolo, si
richiude e si salda a perfezione, e si pianta, tutte le mandorle che produrrà
l'albero che ne nascerà porteranno scritta la parola incisa nella mandorla
piantata. Non ho mai approvato il
metodo di coloro che per riformare l'uomo cominciano dall'esterno: dal contegno,
dall'abito, dai capelli. Mi sembra che si debba cominciare dal di dentro:
Convertitevi a me con tutto il cuore, dice Dio. Figlio mio, dammi il tuo cuore;
e questo perché è il cuore la sorgente delle azioni, per cui le azioni sono
secondo il cuore. Lo Sposo divino invita
l'anima e le dice: Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul
tuo braccio. E’ proprio vero perché chi ha Gesù nel cuore lo ha ben presto anche
in tutte le azioni esteriori. Ecco perché, cara Filotea,
prima di tutto, voglio incidere e scrivere nel tuo cuore questo santissimo
Motto: VIVA GESU’; e sono sicuro che in seguito la tua vita, vero albero
nato dal cuore, come il mandorlo dal nocciolo, produrrà tutte le azioni, ossia i
suoi frutti, segnati dallo stesso motto della salvezza. Quel dolce Gesù, che
sarà vivente nel tuo cuore, lo si vedrà nei tuoi occhi ' sulla tua bocca, nelle
tue mani e persino dai tuoi capelli; e potrai dire sinceramente, sull'esempio di
S. Paolo: Vivo sì, ma non più io; è Cristo che vive in me. A dirla in breve, chi
conquista il cuore e dell'uomo conquista tutto l'uomo. Ma proprio questo cuore,
dal quale vogliamo cominciare, ha bisogno di essere educato su come darsi una
linea di condotta e un comportamento, di modo che non si manifesti soltanto la
santa devozione, ma anche una profonda saggezza con altrettanta discrezione. A
tal fine eccoti alcuni consigli. Se sei in condizione di
sopportare il digiuno, farai bene a digiunare qualche giorno in più di quelli
che comanda la Chiesa; perché, oltre all'effetto ordinario del digiuno, che è
quello di liberare lo spirito, sottomettere la carne, praticare la virtù e
accrescere l'eterna ricompensa in cielo, il digiuno ci dà modo di dominare i
nostri appetiti, e mantenere la sensualità e il corpo sottomessi allo spirito; e
anche se i digiuni non saranno molti, il nemico quando si accorgerà che sappiamo
digiunare, ci temerà di più. Il mercoledì, il venerdì e
il sabato sono i giorni che i primi cristiani più facilmente consacravano alla
astinenza: scegline uno tra di essi per digiunare, secondo quanto ti consiglierà
la tua devozione e la discrezione del tuo direttore spirituale. Ripeto volentieri quanto
dice S. Girolamo a Leta: I digiuni lunghi ed esagerati mi indispongono molto,
soprattutto se sono effettuati da persone in giovane età. Ho sperimentato che il
somarello fiacco cerca di deviare dal sentiero; ossia, i giovani che si ammalano
per digiuni eccessivi, si girano facilmente verso le cose delicate. I cervi
corrono goffamente in due circostanze: quando sono troppo grassi e quando sono
troppo magri. Anche noi siamo molto fragili di fronte alle tentazioni sia quando
il nostro corpo è troppo pasciuto, come quando è troppo debole; nel primo caso è
presuntuoso nel suo benessere, nell'altro è disperato nel suo malessere; quando
è troppo grasso non riusciamo a portarlo, quando è troppo magro lui non porta
noi. La mancanza di misura nei digiuni, nelle flagellazioni, nell'uso del
cilicio, nelle asprezze rende molte persone incapaci di consacrare gli anni
migliori della vita ai servizi della carità; questo avvenne anche a S. Bernardo
che si pentì in seguito di aver abusato di penitenze troppo dure; chi ha
trattato con troppa durezza il proprio corpo all'inizio, finirà col blandirlo
alla fine. Non pensi che se quei tali avessero agito con più senno, se gli
avessero riservato un trattamento sempre uguale e -adeguato ai suoi compiti ed
alle sue occupazioni avrebbero fatto meglio? Il digiuno e il lavoro
domano e prostrano la carne. Se il lavoro che fai ti è
necessario, o è molto utile alla gloria di Dio, sono dei parere che sia meglio
per te affrontare la fatica del lavoro che quella del digiuno; questo è il
pensiero della Chiesa che dispensa anche dai digiuni comandati quelli che si
consacrano a lavori utili al servizio di Dio -e del prossimo. C'è chi fa fatica a
digiunare, chi invece a servire gli ammalati, un altro a visitare i prigionieri,
a confessare, a predicare, consolare gli afflitti, Pregare ed altri esercizi
simili: queste ultime fatiche valgono di più di quella del digiuno, perché,
oltre a darci ugualmente il dominio sulla carne, in Più ci offrono frutti molto
più apprezzabili. Come principio generale è
meglio conservare forze corporali più di quanto serve, che perderne più di
quanto è necessario; si può sempre fiaccarle, volendolo; ma non sempre basta
volerlo, per recuperarle. Mi sembra che dobbiamo
avere una grande considerazione per la frase che Nostro Signore, Salvatore e
Redentore disse ai suoi discepoli: Mangiate ciò che vi sarà presentato Io sono
del parere che sia maggiore virtù mangiare senza scelta ciò che ti viene
presentato, e nell'ordine in cui ti viene presentato, senza far caso se sia di
tuo gusto o meno, che scegliere sempre quanto c'è di peggiore. Perché se anche
questo ultimo modo di agire sembra più austero, l'altro denota maggiore
mortificazione, perché non ti porta soltanto alla rinuncia al tuo gusto, ma
anche alla scelta personale; e mi sembra che non sia una mortificazione da poco
piegare il proprio gusto alle circostanze del caso e tenerlo sottomesso alle
situazioni fortuite; in Più questo genere di mortificazione passa inosservato,
non dà noia ad alcuno ed è di un valore ineguagliabile quanto a buona
educazione! Mettere da parte un cibo
per prenderne un altro, piluccare e assaggiare tutto senza mai trovare nulla di
ben preparato e a puntino, giocare a fare il misterioso ad ogni boccone. Tutto
ciò manifesta un cuore da mollusco, sensibile solo ai piatti e alle scodelle.
Ammiro di più S. Bernardo che beve olio per acqua o vino per colpa di altri, che
se avesse bevuto assenzio per propria scelta; quello che fece disse chiaramente
che non faceva caso a quello che beveva! E in questa indifferenza a
ciò che si mangia e a ciò che si beve si trova la perfezione di questa parola:
Mangiate ciò che vi sarà presentato. Faccio eccezione per i
cibi che nuocciono alla salute o che disturbano lo spirito, come sono, per
molti, i cibi caldi e le spezie che riscaldano e che gonfiano; o anche certe
circostanze nelle quali la natura deve essere sostenuta, per avere la forza di
affrontare qualche impegno per la gloria di Dio. Una sobrietà costante e
moderata è molto meglio che le privazioni violente fatte di tanto in tanto,
intervallate da periodi di grande rilassatezza. Se presa con moderazione,
la disciplina dà meravigliosi risultati nel risvegliare il desiderio della
devozione. Il cilicio domina potentemente il corpo, ma il suo uso abitualmente
non è consigliabile agli sposati, alle persone di costituzione delicata, o a
quelli che devono sopportare altre grosse fatiche. Tuttavia si può impiegare,
volendo, nei giorni forti di penitenza, sempre che il confessore sia d'accordo. La notte, ciascuno secondo
la propria costituzione, deve prendersi il tempo sufficiente per dormire; questo
per poter essere pienamente sveglio e fresco di giorno. Si aggiunga che la Sacra
Scrittura in cento modi, l'esempio dei Santi e motivi di ordine naturale, ci
raccomandano fortemente, come momento più ricco e producente del giorno, il
mattino. Oltre a ciò pensa che Nostro Signore viene chiamato Sole che sorge, la
Madonna Alba del giorno. Penso che tutto ciò
indichi che è segno di virtù coricarsi di buon'ora la sera per potersi alzare
per tempo il mattino. Certamente è il tempo più bello, il più dolce e il meno
occupato; anche gli uccelli ci invitano, al mattino per tempo, a lodare Dio; di
modo che l'alzarsi presto giova alla salute e alla santità. Balaam, cavalcando la sua
asina, stava recandosi a trovare Balac; ma siccome la sua intenzione non era
retta, l'Angelo lo attendeva sulla strada con la spada sguainata per ucciderlo.
L'asina, che vedeva l'Angelo, si fermò tre volte rifiutandosi di avanzare;
Balaam la prendeva ferocemente a bastonate per farla avanzare; alla terza volta
si coricò del tutto sotto Balaam e, per un grande prodigio, parlò e disse: Che
cosa ti ho fatto? Perché mi hai già bastonato tre volte? Subito si apersero gli
occhi a Balaam che vide l'Angelo, il quale gli disse: Perché hai percosso la tua
asina? Se non ti avesse tenuto lontana) da me io ti avrei ucciso e lei l'avrei
risparmiata! Rispose allora Balaam: Signore, ho peccato perché non sapevo che ti
eri posto contro di me sulla via. Vedi, Filotea, Balaam ha
fatto il male e bastona e percuote la povera asina che non c'entra per nulla. E’ quello che avviene
spesso nella nostra vita. Guarda per esempio quella donna; cade malato il figlio
o i marito, e subito ricorre al digiuno, alla disciplina, al cilicio, come fece
Davide in un caso simile, Cara amica, tu percuoti il povero asino, affliggi il
tuo corpo, che non ha niente a che fare con il tuo male. Non è lui che ha
provocato la spada di Dio contro di te; correggi Piuttosto il cuore che idolatra
il marito e che tollera mille vizi nel figlio, e lo conduce all'orgoglio, alla
vanità, all'ambizione. Ci sarà qualche altro che
cadrà pesantemente nel peccato di lussuria: il rimorso interiore aggredirà la
sua coscienza con la spada in pugno per trapassarla di santo timore; e subito,
riprendendo la padronanza del cuore griderà: carne traditrice, corpo traditore,
tu mi hai rovinato. E subito infierirà a grandi colpi sulla carne, con digiuni
sregolati, discipline senza criterio, cilici insopportabili. Povero te, se il
tuo corpo potesse parlare come l'asina di Balaam! Ti direbbe: Miserabile, perché
mi percuoti? t contro te, anima mia, che Dio prepara la vendetta; sei tu la
criminale; perché mi conduci alle cattive conversazioni? Perché impieghi i miei
occhi, le mie mani, le mie labbra nei piaceri? Perché mi turbi con cattive
fantasie? Fa buoni pensieri e io non avrò cattivi movimenti, frequenta la gente
onesta e lo non sarò agitato dalla concupiscenza. Sei tu che mi getti nel fuoco
e poi pretendi che non arda. Mi getti il fumo negli occhi e non vuoi che gli
occhi si infiammino. In questi casi Dio ti
dice: Percuoti spezza fendi, strapazza prima il tuo cuore, perché è contro di
esso che sono adirato. Per guarire il prurito non
serve molto lavarsi e fare il bagno, quanto piuttosto purificare il sangue e
rinfrescare il fegato. Allo stesso modo per sanare i nostri vizi, è bene, sì,
mortificare la carne, ma più ancora e necessario purificare i nostri affetti e
rinnovare il nostro cuore. Per chiudere, ricordati di
non dare mai seguito a penitenze corporali senza aver avuto il parere favorevole
del tuo direttore spirituale.
Capitolo XXIV
LE CONVERSAZIONI E LA SOLITUDINE Ricercare le conversazioni
e fuggirle sono due estremi ugualmente riprovevoli in una devozione civile quale
è quella che vado proponendoti. La fuga dalla
conversazione tradisce un senso di superiorità e disprezzo nei confronti del
prossimo; la ricerca, per contro, tradisce tendenza all'ozio e alla professione
di perditempo. Bisogna amare il prossimo
come se stessi e, per dimostrargli amore, non bisogna evitare di incontrarlo; ma
per dimostrare che vogliamo bene anche a noi stessi, occorre rimanere con noi
quando ne abbiamo I’opportunità. E questa l'abbiamo quando siamo soli: Pensa a
te stesso, dice S. Bernardo, e poi agli altri. Se dunque nulla ti impone di far
visite o riceverne a casa tua, rimani in te stessa e conversa con il tuo cuore.
Ma se ti capita di trovarti in compagnia o, per qualche giusto motivo devi
andare a cercarla tu stessa, vacci con Dio, Filotea, e guarda il prossimo con
cuore contento e occhio felice. Vengono chiamate cattive
conversazioni quelle che si tengono con intenzione perversa, o anche se quelli
che vi partecipano sono viziosi, scriteriati, dissoluti; da quelle bisogna stare
lontano, come fanno le api che si tengono lontane dai gruppi di tafani e di
calabroni. Allo stesso modo che
quelli i quali sono stati morsi da cani arrabbiati, sudano, hanno il fiato e la
saliva pericolose, soprattutto per i bambini e le persone di costituzione
delicata, quei viziosi depravati costituiscono sempre un pericolo e un rischio
per coloro che li frequentano, soprattutto se si tratta di persone dalla
devozione ancora tenera e delicata. Ci sono conversazioni che
hanno il solo scopo di divertire, servono per distrarsi un po' dalle occupazioni
serie; a quelle è chiaro che non dobbiamo consacrarci; lasciamo loro soltanto il
tempo libero destinato a riposarci. Altre conversazioni hanno
per fine la buona educazione, come, ad esempio, lo scambio di visite e certe
riunioni che si fanno per onorare il prossimo: direi che per quelle non bisogna
farsi scrupolo nel disertarle. Però nemmeno essere troppo incivili dimostrando
per esse disprezzo. Facciamo con moderazione il nostro dovere, evitando in ugual
misura di essere rozzi e leggeri. Rimangono le conversazioni
utili, quali quelle delle persone devote e virtuose: Filotea, ritieni una grande
grazia incontrarne spesso. La vigna piantata tra gli olivi dà un'uva grassa che
sa di oliva; un'anima che si trovi a frequentare spesso gente di virtù partecipa
necessariamente delle loro qualità. I fuchi da soli non fanno
miele, ma in compagnia delle api qualche cosa riescono a fare. La conversazione
con le anime devote ci aiuta molto nell'esercizio della devozione. In ogni conversazione
occorre dare sempre la preferenza alla spontaneità, alla semplicità, alla
dolcezza, alla misura. C'è gente che si comporta e si muove con tanto studio che
tutti ne sono annoiati, Uno che non volesse mai spostarsi senza cadenzare il
passo, che non volesse parlare senza cantare, sarebbe davvero un peso per tutti;
non è diverso per quelli che hanno sempre un contegno studiato e agiscono
soltanto con mosse calcolate; rendono impossibile la conversazione; la gente di
questo tipo è ammalata di presunzione. In via ordinaria la nostra
conversazione deve essere dominata da una gioia moderata. S. Romualdo e S.
Antonio vengono molto lodati perché, nonostante tutte le austerità, avevano
sempre il volto e le parole illuminate di gioia, allegria e civiltà. Sta allegra con chi è
contento, ti ripeto con l'Apostolo; sii sempre contenta, ma in Nostro Signore, e
la tua moderazione sia nota a tutti gli uomini. Per gioire in Nostro
Signore, è necessario che '1 motivo della tua gioia, non solo sia lecito, ma
anche onesto. Dico questo perché ci sono cose lecite che poi risultano
disoneste; per mettere in evidenza, per esempio, la tua modestia, sta attenta a
non diventare insolente, il che è sempre da riprovare. Fare lo sgambetto a uno,
mettere in ombra un altro, pungere un terzo> fare del male a un menomato, sono
scherni e soddisfazioni stupide, insolenti e anche cattive. Ma oltre alla solitudine
mentale, nella quale ti è sempre possibile rifugiarti anche in mezzo alle più
rumorose compagnie, e di cui ti ho già parlato, (P. Il, C. XII), devi amare
anche la solitudine locale e reale; non voglio spedirti nel deserto, come S.
Maria Egiziaca, S. Paolo, S. Antonio, Arsenio e gli altri padri eremiti, ma
penso che ogni tanto ti farebbe bene rimanere sola in camera tua, nel tuo
giardino o altrove, dove ti sia possibile raccogliere il tuo spirito nel tuo
cuore e ritemprare la tua anima con buoni propositi e santi pensieri, o con
qualche buona lettura, come faceva quel santo vescovo di Nazianzo che parlando
di se stesso diceva: Passeggiavo con me stesso al tramonto del sole e
trascorrevo il tempo in riva al mare; ho questa abitudine per riposarmi e
liberarmi un po' dalle preoccupazioni quotidiane. Abbiamo anche l'esempio di
S. Ambrogio riferito da S. Agostino ci racconta che spesso entrava in camera sua
(non 'chiudeva mai la porta a nessuno), e lo guardava leggere. Aspettava un po',
poi se ne andava per non disturbarlo e, senza dir parola, pensando che il tempo
che rimaneva a quel grande pastore per ritemprare e distendere il proprio
spirito, dopo il carico di una giornata di lavoro, non doveva essergli tolto. Anche Nostro Signore agì
allo stesso modo con gli Apostoli dopo che gli avevano raccontato le loro
fatiche nella predicazione e nel ministero: Venite in disparte, disse loro, e
riposatevi un po'.
Capitolo XXV
IL BUON GUSTO E IL SENSO DELLA MISURA NEL
VESTIRE S. Paolo vuole che le
donne devote, vale anche per gli uomini, vestano abiti decenti, ornandosi con
modestia e misura. Il decoro degli abiti e degli altri ornamenti si deduce dalla
stoffa, dal taglio, dalla pulizia. Per quello che riguarda la
pulizia deve essere costante e generale; per quanto ci è possibile non lasciamo
sugli abiti tracce di sporcizia e segni di trascuratezza. La pulizia esteriore
indica, in una certa misura, l'onestà interiore. Dio stesso esige la pulizia
esteriore in coloro che si avvicinano al suo altare, e hanno la principale
responsabilità della devozione. Per quello che riguarda la
stoffa e il taglio degli abiti, il decoro va collegato a diverse circostanze: di
tempo, di età, di rango, di ambiente, di situazioni. Abitualmente ci si veste
meglio nei giorni di festa, tenuto conto anche della solennità che ricorre; in
tempo di penitenza, come in Quaresima, si veste in tono molto dimesso; se vai a
nozze ti vesti con l'abito adatto alle nozze; se vai a un funerale, con l'abito
adatto al funerale; se vai dal principe, alzi il tono; se resti con i domestici,
ti adegui a loro. La donna sposata, quand'è
col marito, deve ornarsi per piacere a lui, se lo facesse quando lui è lontano
sarebbe lecito chiedersi agli occhi' di chi voglia essere piacente. Alle ragazze sono permessi
più fronzoli, perché hanno il giusto diritto di voler piacere a molti anche se
deve essere soltanto per conquistarne uno in vista del matrimonio. Niente di male che anche
le vedove, che cercano marito, si ornino con una certa evidenza, purché non
esibiscano leggerezze; sono già madri di famiglia, hanno passato i dispiaceri
della vedovanza; si ha il diritto di giudicarle persone di spirito maturo e
formato. Le vere vedove, che s ' i
sentono tali non solo nel corpo, ma anche nel cuore, devono rinunciare a tutti
gli ornamenti; per esse c'è l'umiltà, la modestia, la devozione. Se vogliono
dare amore agli uomini, non sono vedove vere, e se non ne vogliono dare, perché
vanno in giro con le insegne? Chi non vuole più ricevere clienti, deve togliere
l'insegna. Ci si diverte sempre alle spalle delle persone anziane che vogliono
fare i belli: le pazzie si possono permettere solo ai giovani! Sii sempre in ordine,
Filotea; non ci deve essere niente in te che sappia di trasandato, di
approssimativo, di raffazzonato: sarebbe segno di disprezzo per quelli che
incontri, andare da loro con un abito indecoroso; d'altra parte evita
l'affettazione, la vanità, la ricercatezza, le follie. Fin che ti è possibile
rimani semplice e modesta; è il più bell'ornamento della bellezza e la miglior
copertura in caso che la bellezza non ci fosse! S. Pietro chiede, in modo
particolare alle giovani donne, di non portare i capelli esageratamente
increspati, arricciati, inanellati, ritorti a modo di serpente. Gli uomini tanto
smidollati da perdere tempo in queste civetterie, sono additati da tutti come
ermafroditi, e le donne vanitose sono considerate arrendevoli in fatto di
castità. Se poi sono virtuose non è che si veda tanto in mezzo a tante scemenze
e stupidaggini. Dicono, per difendersi, che non pensano male; ma io dico, come
del resto ho già detto, che al male ci pensa il diavolo. Da parte mia vorrei che il
devoto e la devota che seguono i miei consigli fossero quelli vestiti sempre con
più gusto nella brigata, ma i meno ricercati e affettati; come dice il
proverbio, vorrei che fossero ornati di grazia, di gentilezza e di dignità. S.
Luigi lo esprime molto bene: Ci si deve vestire secondo la propria condizione,
di modo che i saggi e i buoni non possano dire: ti sei caricato troppo; e i
giovani: ti sei tirato troppo giù. Ma in caso che i giovani
non fossero soddisfatti del nostro decoro, poco danno, atteniamoci al parere dei
saggi!
Capitolo XXVI
SUL PARLARE E IN PRIMO LUOGO COME SI DEVE
PARLARE DI DIO I medici, dall'esame della
lingua di un paziente, si fanno un'opinione fondata sul suo stato di salute; per
noi le informazioni valide sullo stato della nostra anima sono le parole: Dalle
tue parole, dice il Salvatore, sarai giustificato e dalle tue parole sarai
condannato. Quando proviamo un dolore, subito vi portiamo la mano sopra; lo
stesso fa la lingua sull'amore che proviamo. Per cui, Filotea, se sei
molto innamorata di Dio, parlerai spesso di Dio nelle conversazioni familiari
con i i tuoi domestici, con gli amici, con i vicini: perché, la bocca del
giusto mediterà la sapienza, e la sua lingua parlerà con giudizio. A somiglianza
delle api, che con la loro boccuccia trattano solo il miele, la tua lingua sarà
sempre profumata del suo Dio, e il tuo più grande piacere sarà quello di sentir
fluire dalle tue labbra lodi e benedizioni al suo nome, proprio come si dice di
S. Francesco d'Assisi, il quale, dopo che aveva pronunciato il santo nome del
Signore, ripassava la lingua sulle labbra per continuare ad assaporare la più
grande dolcezza del mondo. Ma quando parli di Dio,
ricordati che stai parlando di Dio, ossia che lo devi fare con rispetto e
devozione, non prendendo atteggiamento di sufficienza o il tono di una predica,
ma con spirito di dolcezza, di carità e di umiltà, facendo scendere, come ben
sai e come si dice della Sposa nel Cantico dei Cantici, il miele delizioso della
devozione e delle cose divine, goccia a goccia, ora nell'orecchio dell'uno, ora
nell'orecchio dell'altro; e pregherai Dio nell'intimo della tua anima che voglia
far scendere quella santa rugiada fino al cuore di quelli che ascoltano. Questo
compito angelico va condotto con dolcezza e soavità; bisogna evitare il tono
della correzione; bisogna procedere per modo di ispirazione; sai bene che la
soavità dei modi e l'amabilità nel proporre qualche buon suggerimento, compiono
meraviglie ed hanno la forza di un invito irresistibile per i cuori. Non parlare mai di Dio e di devozione tanto per dire di averlo fatto, o per fare due chiacchiere; ma sempre con attenzione e devozione; questo te lo dico per impedirti di cadere in una sciocca vanità che si riscontra in molti che fanno professione di persone devote. Ad ogni piè sospinto dicono parole sante e piene di fervore, quasi per modo di battute, senza nemmeno pensarci. Dopo averle dette sono convinti di essere lo specchio delle parole che hanno detto; invece, proprio non lo sono!
Capitolo XXVII
L'ONESTA' NELLE PAROLE E IL RISPETTO DOVUTO
ALLE PERSONE Dice S. Giacomo: Se uno
non pecca in parole è un uomo perfetto. Fa scrupolosamente attenzione a non
lasciarti sfuggire alcuna parola sconveniente; anche se non la dici con cattiva
intenzione, coloro che l'odono, possono prenderla in tal senso. Se la parola
sconveniente cade in un cuore debole, si estende e si allarga come una goccia
d'olio su un lenzuolo; e qualche volta si impadronisce in modo tale del cuore da
riempirlo di mille pensieri e tentazioni oscene. Tu sai che il veleno per
il corpo entra dalla bocca; quello per il cuore entra dall'orecchio e la lingua
che lo propina è assassina, anche se il veleno propinato non consegue l'effetto
perché ha trovato immunizzati i cuori degli uditori. Se gli altri non sono morti
non è perché mancasse la volontà di uccidere. Nessuno venga a dirmi che
non ci pensa: Nostro Signore, che conosce i pensieri, ha detto che la bocca
parla dell'abbondanza del cuore. Se il pensiero non ce lo mettiamo noi, sta pur
certa che ce lo mette il diavolo e anche molto! t il suo segreto: servirsi di
cattive parole per trafiggere i cuori di chi gli capita a tiro. Si dice che quelli che
mangiano l'erba detta angelica, hanno sempre l'alito dolce e gradevole; coloro
che hanno nel cuore l'onestà e la castità, che è una virtù angelica, usano
sempre parole educate e pulite. Quanto alle cose indecenti e folli, l'apostolo
non vuole nemmeno che se ne faccia il nome, e ci assicura che niente corrompe i
buoni costumi quanto le conversazioni invereconde. Se queste parole indecenti
sono dette di nascosto, in modo studiato e sottile, sono ancora più velenose;
infatti più un dardo è appuntito e più profondamente penetra nel corpo; così,
più una parola cattiva è sottile e più penetra nei nostri cuori. Coloro che pensano di
essere gentiluomini perché usano tali parole nelle conversazioni, non hanno idea
di che cosa sono le conversazioni; devono essere simili a sciami di api raccolte
insieme per ricavare il miele da qualche dolce e virtuoso argomento, e non un
mucchio di vespe che si uniscono per succhiare marciume. Se qualche stupido ti dice
parole indecenti, fa vedere che le tue orecchie non vogliono udirle: interessati
ad altro o manifesta la tua ripugnanza in qualche modo; sarà la tua prudenza a
indicarti quello opportuno. Uno dei difetti peggiori
dello spirito è quello di essere beffardo: Dio odia molto questo vizio e
sappiamo che lo ha punito con castighi esemplari. Nessun vizio è così
contrario alla carità, e più ancora alla devozione, quanto il disprezzo e la
derisione del prossimo. La derisione e la beffa
non vanno senza disprezzo; è per questo che è un peccato molto grave, e i
moralisti hanno ragione di dire che la derisione è il modo peggiore di offendere
il prossimo con parole; le altre offese salvano sempre, in una certa misura, la
stima per la persona; la derisione invece non la risparmia in nulla. Cosa molto diversa sono le
battute scherzose tra amici; si fanno in allegria e gioia serena. Si tratta
addirittura di una virtù cui i Greci davano il nome di eutrapelia: noi diciamo
buona conversazione. E’ il modo di prendersi una onesta e amabile ricreazione
sulle situazioni buffe cui i difetti degli uomini danno occasione. Bisogna soltanto stare
attenti a non passare dagli scherzi sereni alla derisione. La derisione provoca
al riso per mancanza di stima e per disprezzo del prossimo; invece la battuta
allegra e la burla scherzosa provocano al riso per la " trovata ", gli
accostamenti imprevedibili fatti in confidenza e schiettezza amichevole; e
sempre con molta cortesia di linguaggio. S. Luigi quando le persone
bigotte volevano parlargli di argomenti impegnativi dopo il pranzo, era solito
dire: Ora non è tempo di dotte discussioni, ora è tempo di allegria e di
scherzi; ciascuno dica quello che si sente. in tal modo andava incontro alla
nobiltà che lo circondava per ricevere gentilezze da Sua Maestà. Filotea,
l'importante è passare il tempo di ricreazione in modo tale da conservare per
devozione il pensiero della santa eternità.
Capitolo XXVIII
I GIUDIZI TEMERARI Non giudicare e non sarai
giudicato, dice il Salvatore delle nostre anime; non condannare e non sarai
condannato. Dice l'apostolo: Non giudicare prima del tempo, ossia fino a che non
venga il Signore che svelerà il segreto nascosto nelle tenebre, e manifesterà i
pensieri dei cuori. I giudizi temerari sono severamente riprovati da Dio! 1
giudizi emessi dai figli degli uomini sono temerari perché gli uomini non sono
autorizzati ad emettere giudizi gli uni sugli altri; ciò facendo usurpano
l'ufficio che Nostro Signore si è riservato; in più sono temerari perché la
principale malizia del peccato dipende dall'intenzione e dal disegno del cuore,
che è per noi il segreto delle tenebre; sono temerari perché ciascuno è
sufficientemente occupato a giudicare se stesso, senza mettersi a giudicare
anche il prossimo. Per non correre il rischio
di essere giudicati, è assolutamente necessario evitare di giudicare gli altri:
fermiamoci invece a giudicare noi stessi. Nostro Signore ci ha proibito la prima
cosa e l'apostolo ci comanda la seconda quando dice: Se noi giudichiamo noi
stessi, non verremo giudicati. Noi facciamo invece esattamente il contrario: non
manchiamo mai di fare quello che ci era stato proibito, sentenziando -a
dritta e a manca sul prossimo; giudicare noi stessi, che sarebbe poi quello che
ci è stato comandato, chi si sogna di farlo? Bisogna correre ai ripari
partendo dalle cause dei giudizi temerari. Ci sono dei cuori acidi, amari e
aspri per natura, che rendono acido e amaro tutto quello che ricevono; costoro,
secondo il detto del Profeta, mutano il giudizio in assenzio, perché non sanno
giudicare il prossimo senza rigore e asprezza. Simili persone hanno tanto
bisogno di cadere tra le mani di un consumato medico spirituale, perché, dato
che l'amarezza di cuore è loro connaturale, vincerla è difficile; benché per sé
non sia peccato, anzi soltanto un'imperfezione, tuttavia è da ritenersi
pericolosa, perché introduce nell’anima, e ve li fissa, il giudizio temerario e
la maldicenza. Altri fanno giudizi
temerari, non per acidità, ma per orgoglio; pensano che nella misura in cui
abbassano l'onore degli altri, alzano il proprio! Sono spiriti arroganti e
presuntuosi, pieni di ammirazione per se stessi, che si collocano così in alto
nella propria stima, da vedere tutto il resto come cose piccole e basse: Non
sono come gli altri uomini, diceva quel Fariseo. In alcuni questo orgoglio
non è tanto evidente e si manifesta soltanto in un certo compiacimento nel
considerare i difetti degli altri per assaporare con maggior piacere il bene
contrario di cui si sentono dotati. Questo compiacimento è così segreto e
impercettibile che, se non si è forniti di una buona vista, non lo si può
scoprire; e persino quelli che ne sono affetti, non se ne accorgono se non si fa
loro notare. Altri poi, per lusingarsi
e trovare scuse nei confronti di se stessi, o per attenuare i rimorsi delle loro
coscienze, pensano molto volentieri che gli altri siano contagiati dal vizio al
quale si sono dati, o da qualche altro equivalente; pensano che il fatto di
trovarsi ad essere in molti colpevoli dello stesso crimine, riduca la gravità. Molti si lasciano andare
al giudizio temerario per il solo piacere di filosofeggiare e fare gli indovini
sulle abitudini e i capricci della gente, quasi per esercitarsi! Che se poi, per
disgrazia, qualche volta azzeccano i loro giudizi, l'audacia e la brama di
andare avanti diventa tanto forte in essi, che solo a fatica si può riuscire a
distoglierli. Altri ancora giudicano per passione e pensano sempre bene di ciò
che amano e sempre male di ciò che odiano. Soltanto in un caso, sorprendente fin
che si vuole, ma reale, l'eccesso di amore spinge ad emettere un giudizio
negativo su ciò che si ama: come risultato è mostruoso, ma lo spieghi facilmente
se pensi che viene da un amore equivoco, imperfetto, agitato, malato, che si
chiama gelosia, che, come tutti sanno, per un semplice sguardo, per il minimo
sorriso di questo mondo, condanna le persone accusandole di perfidia e di
adulterio. Infine, spesso e molto,
contribuiscono alla formazione di sospetti e giudizi temerari il timore,
l'ambizione e altre simili debolezze dello spirito. Quali sono i rimedi?
Coloro che bevono un estratto di un oppiaceo detto ofiusa, che cresce in
Etiopia, credono di vedere ovunque serpenti e altre cose orribili: coloro che
hanno trangugiato orgoglio, invidia, ambizione, odio, vedono tutte le cose come
cattive e riprovevoli; chi ha bevuto l'oppiaceo, se vuol guarire, deve bere vino
di palma; la stessa cosa devono fare i viziosi di cui sopra. Bevi più che puoi il sacro
vino della carità; ti libererai da quegli umori perversi che ti fanno dare
giudizi temerari. La carità teme l'incontro
con il male, tanto meno lo cerca; quando ci si imbatte volge altrove lo sguardo
e fa finta di niente, anzi chiude gli occhi prima di vederlo, alle prime
avvisaglie e finisce con il credere, con santa semplicità, che quello non era
male, ma soltanto un'ombra o un fantasma del male; se poi l'evidenza la
costringe ad ammettere che è proprio male, se ne allontana immediatamente e
cerca di dimenticarne l'aspetto. Per tutti i mali il grande
rimedio è la carità; in modo particolare per questo. Tutto sembra giallo agli
occhi degli ammalati gravi di itterizia; si dice che per guarirli da questo male
bisogna obbligarli a mettere un po' d'erba detta celidonia sotto la pianta dei
piedi. Il peccato del giudizio
temerario è un'itterizia spirituale, che, agli occhi di coloro che ne sono
affetti, trasforma tutte le cose in cattive; chi vuole guarirne, non deve curare
gli occhi, ossia l'intelletto, ma gli affetti, che sono i piedi dell'anima: se i
tuoi affetti sono dolci, se sono caritatevoli, anche i tuoi giudizi lo saranno. Voglio raccontarti tre
esempi notevoli. Isacco aveva detto che
Rebecca era sua sorella, Abimelech vide che gioiva con lei, ossia che
l'accarezzava con tenerezza, e subito concluse che era sua moglie: un occhio
maligno avrebbe invece pensato che era la sua amante, o caso mai, se realmente
era sua sorella, che erano due incestuosi; Abimelech segue l'interpretazione più
benevola del fatto. Bisogna agire sempre in questo modo, Filotea, interpretando
sempre in favore del prossimo; e se un’azione avesse cento aspetti, tu ferma
sempre la tua attenzione al più bello. La Madonna era incinta: S.
Giuseppe lo vedeva bene. D'altra parte la vedeva tutta santa, tutta pura, tutta
angelica; non poteva credere che fosse rimasta incinta mancando al suo onore.
Decide allora di abbandonarla, lasciando a Dio il giudizio. Benché ci fossero
tutte le circostanze evidenti per farsi una cattiva opinione di quella Vergine,
egli non volle giudicarla. Perché? Perché era giusto, dice lo Spirito di Dio.
L'uomo giusto quando non può scusare né il fatto né l'intenzione, di chi sa per
altre vie essere uomo per bene, rifiuta di giudicare, se lo toglie dallo
spirito, lascia a Dio solo la sentenza. Il Salvatore non può
scusare completamente il peccato di coloro che lo stanno crocifiggendo; ne
diminuisce la malizia, adducendo l'ignoranza. Quando non ci è possibile scusare
il peccato, rendiamolo almeno degno di compassione, attribuendolo alla causa più
comprensibile che si possa pensare, quali l'ignoranza e la debolezza. Ma allora, non è mai
permesso giudicare il prossimo? No, mai! t Dio solo, Filotea, che giudica i
colpevoli secondo giustizia. t vero che si serve della voce dei magistrati per
renderla intelligibile alle nostre orecchie: sono il suo tramite e i suoi
interpreti e devono pronunciare soltanto quello che hanno sentito da Lui, quasi
come oracoli. Se agiscono diversamente, seguendo le loro passioni, in tal caso
chi giudica sono loro e dovranno renderne conto essendo a loro volta giudicati,
perché agli uomini, in quanto uomini, è proibito di giudicare. Vedere o conoscere una
cosa, non è giudicare, perché il giudizio, stando al detto della Scrittura,
presuppone la necessità di chiarire una difficoltà, che può essere piccola o
grande, vera o apparente; infatti dice che coloro i quali non credono sono già
giudicati; non ci sono dubbi sulla loro condanna eterna. Non c'è nulla di male
nel dubitare del prossimo, perché non è proibito dubitare, ma giudicare!
Tuttavia non e permesso dubitare o sospettare se non proprio quando
rigorosamente non se ne può fare a meno, e siamo costretti a dubitare da motivi
e ragioni serie. Al di fuori di ciò i dubbi e i sospetti sarebbero temerari. Se qualche occhio maligno
avesse visto Giacobbe mentre baciava Rachele vicino al pozzo, e se avesse visto
Rebecca accettare in dono braccialetti e orecchini da Eleazaro, forestiero in
quel paese, avrebbe, senza alcun dubbio, pensato male di quei due modelli di
virtù, ma senza ragione e senza fondamento; perché quando un'azione è per se
stessa indifferente, tirarne cattive conclusioni è un sospetto temerario, a meno
che siamo costretti al sospetto da molte indicazioni inequivocabili. Concludere da un'azione
mal fatta la condanna della persona è un giudizio temerario; ma su questo, tra
breve, parlerò con maggior chiarezza. E per finire ti dico che
chi ha molta cura della propria coscienza non è quasi mai portato ai giudizi
temerari; come le api vedendo la nebbia o il tempo nuvoloso s ' i rifugiano
nelle loro arnie a sistemare il miele, allo stesso modo i pensieri delle anime
buone non si posano su oggetti confusi, né sulle azioni poco chiare del
prossimo. Anzi, per evitare il pericolo, si raccolgono all'interno del loro
cuore per curare i buoni propositi del proprio emendamento. Soltanto un'anima
insulsa può perdere tempo ad esaminare la vita degli altri. Faccio eccezione per
quelli che hanno la responsabilità di altri, sia in famiglia che nella società:
per essi gran parte della coscienza sta nel guardare e vegliare su quella degli
altri. Adempiano al loro dovere
con amore; al di fuori di ciò, si comportino come tutti.
Capitolo XXIX
LA MALDICENZA Il giudizio temerario
causa preoccupazione, disprezzo del prossimo, orgoglio e compiacimento in se
stessi e cento altri effetti negativi, tra i quali il primo posto spetta alla
maldicenza, vera peste delle conversazioni. Vorrei avere un carbone ardente del
santo altare per passarlo sulle labbra degli uomini, per togliere loro la
perversità e mondarli dal loro peccato, proprio come il Serafino fece sulla
bocca di Isaia. Se si riuscisse a togliere
la maldicenza dal mondo, sparirebbero gran parte dei peccati e la cattiveria. A
chi strappa ingiustamente il buon nome al prossimo, oltre al peccato di cui si
grava, rimane l'obbligo di riparare in modo adeguato secondo il genere della
maldicenza commessa. Nessuno può entrare in Cielo portando i beni degli altri;
ora, tra tutti i beni esteriori, il più prezioso è il buon nome. La maldicenza è
un vero omicidio, perché tre sono le nostre vite: la vita spirituale, con sede
nella grazia di Dio; la vita corporale, con sede nell'anima; la vita civile che
consiste nel buon nome. Il peccato ci sottrae la prima, la morte ci toglie la
seconda, la maldicenza ci priva della terza. Il maldicente, con un sol colpo
vibrato dalla lingua, compie tre delitti.- uccide spiritualmente la propria
anima, quella di colui che ascolta e toglie la vita civile a colui del quale
sparla. Dice S. Bernardo che sia colui che sparla come colui che ascolta il
maldicente, hanno il diavolo addosso, uno sulla lingua e l'altro nell'orecchio.
Davide, riferendosi ai maldicenti dice: Hanno affilato le loro lingue come
quelle dei serpenti. Il serpente ha la lingua
biforcuta, a due punte, come dice Aristotele; tale e quale è quella del
maldicente, che con un sol morso ferisce e avvelena l'orecchio di chi ascolta e
il buon nome di colui di cui parla male. Per questo ti scongiuro,
carissima Filotea, di non sparlare mai di alcuno, né direttamente, né
indirettamente. Sta attenta a non attribuire delitti e peccati inesistenti al
prossimo, a non svelare quelli rimasti segreti, a non gonfiare quelli
conosciuti, a non interpretare in senso negativo il bene fatto, a non negare il
bene che sai esistere in qualcuno, a non fingere di ignorarlo, tanto meno poi
devi sminuirlo a parole; agendo in questo modo offenderesti seriamente Dio,
soprattutto se dovessi accusare falsamente il prossimo o negassi la verità a lui
favorevole; mentire e contemporaneamente nuocere al prossimo è doppio peccato. Coloro che per seminare
maldicenza fanno introduzioni onorifiche, e che la condiscono di piccole frasi
gentili, o peggio di scherno, sono i maldicenti più sottili e più velenosi. Protesto, dicono, che gli
voglio bene e che per il resto è un galantuomo, ma, continuano, la verità va
detta: ha avuto torto nel commettere quella perfidia; quella è una ragazza
virtuosissima, ma si è lasciata sorprendere..., e simili piccole cornici! Non capisci dov'è l'arte?
Chi vuol scoccare una freccia, la tira più che può a sé, ma è soltanto per
scagliarla con maggior forza: si può anche avere l'impressione che costoro
tirino a sé la maldicenza, ma è soltanto per scoccarla con maggior sicurezza,
per farla penetrare più a fondo nel cuore di coloro che ascoltano. La maldicenza portata
sotto forma di scherno è la più cattiva di tutte; fa pensare alla cicuta che, di
per sé, non è un veleno molto forte, anzi ha un'azione lenta e facilmente vi si
può porre rimedio, ma se viene '1 vino, è senza scampo; lo stesso è di una presa
con maldicenza che, di natura sua, secondo il detto, entrerebbe da un orecchio e
uscirebbe dall'altro e che invece penetra fortemente nella mente degli
ascoltatori quando è presentata in un contesto di parole sottili e gioviali. Dice Davide: Hanno il
veleno dell'aspide sotto le loro labbra. La puntura dell'aspide è quasi
impercettibile, e il suo veleno dà sulle prime un prurito gradevole, che allarga
così il cuore e le viscere e favorisce così l'assorbimento del veleno, contro il
quale non ci sarà più nulla da fare. Non dire mai: Il tale è un
ubriacone, anche se l'hai visto ubriaco davvero; quello è un adultero, perché
l'hai visto in adulterio; è incestuoso perché l'hai sorpreso in quella
disgrazia; una sola azione non ti autorizza a classificare la gente. Il sole si
fermò una volta per favorire la vittoria di Giosuè e si oscurò un'altra volta
per la vittoria del Salvatore; a nessuno viene in mente per questo di dire che
il sole è immobile e oscuro. Noè si ubriacò una volta;
e così anche Lot e questi, in più, commise anche un grave incesto: non per
questo erano ubriaconi, e non si può dire che quest'ultimo fosse incestuoso. E
non si può dire che S. Pietro fosse un sanguinario perché una volta ha versato
sangue, né che fosse bestemmiatore perché ha bestemmiato una volta. Per classificare uno
vizioso o virtuoso bisogna che abbia fatto progressi e preso abitudini; è dunque
una menzogna affermare che un uomo è collerico o ladro, perché l'abbiamo visto
adirato o rubare una volta soltanto. Anche se un uomo è stato
vizioso per lungo tempo, sì rischia di mentire chiamandolo vizioso. Simone il lebbroso chiamò
Maddalena peccatrice, perché lo era stata prima; mentì, perché non lo era più,
anzi era una santa penitente; e Nostro Signore la difese. Quell'altro Fariseo
vanesio considerava grande peccatore il pubblicano, ingiusto, adultero, ladro;
ma si ingannava, perché proprio in quel momento era giustificato. Poiché la bontà di Dio è
così grande che basta un momento per chiedere e ottenere la sua grazia, come
facciamo a sapere che uno, che era peccatore ieri, lo sia anche oggi? Il giorno
precedente non ci autorizza a giudicare quello presente, e il presente non ci
autorizza a giudicare il passato. Solo l'ultimo li classificherà tutti. Non potremo mai dire che
un uomo è cattivo senza pericolo di mentire. In caso che sia necessario parlare
possiamo dire che ha commesso tale o tal'altra azione cattiva, che ha condotto
una vita disordinata in tale periodo, che agisce male al presente; ma non è
lecito da ieri tirare delle conclusioni per oggi, né da oggi per ieri, e ancor
meno da oggi per domani. Se è vero che bisogna
essere molto attenti a non parlare mai male del prossimo, però bisogna anche
guardarsi dall'estremo opposto, in cui cadono alcuni, i quali, per paura di fare
della maldicenza, lodano e dicono bene del vizio. Se ti imbatti in un
maldicente senza pudore, per scusarlo, non dire che è una persona libera e
franca; di una persona apertamente vanesia, non dire che è generosa e senza
complessi; le libertà pericolose non chiamarle semplicità e ingenuità; non
camuffare la disobbedienza con il nome di zelo, l'arroganza con il nome di
franchezza, la sensualità con il nome di amicizia. Cara Filotea, per fuggire
il vizio della maldicenza, non devi favorire, accarezzare, e nutrire gli altri
vizi; ma con semplicità e franchezza, devi dire male del male e biasimare le
cose da biasimare; solo se agiamo in questo modo diamo gloria a Dio. Fa però attenzione ed
attienti a quello che ora ti dirò. Si possono lodevolmente
biasimare i vizi degli altri, anzi è necessario e richiesto, quando lo esige il
bene di colui di cui si parla o di chi ascolta. Facciamo degli esempi:
supponi che in presenza di ragazze vengano raccontate delle licenziosità
commesse da Tizio e da Caia: è una cosa senz'altro pericolosa; oppure supponi
che si parli della dissolutezza verbale di un tale o di una tale, sempre
esemplificando; o ancora di una condotta oscena: se io non biasimo chiaramente
quel male, o, peggio, tento di scusarlo, quelle tenere anime che ascoltano,
avranno la scusa per lasciarsi andare a qualche cosa di simile; il loro bene
esige che, con molta franchezza, biasimi all'istante quelle sconcezze. Potrei
riservarmi di farlo in un altro momento soltanto se sapessi di ricavarne
sicuramente un miglior risultato togliendo allo stesso tempo importanza ai
colpevoli. P, necessaria anche
un'altra cosa: per parlare del soggetto devo averne l'autorità, o perché sono
uno di quelli più in evidenza nel gruppo; nel qual caso se non parlo, avrò
l'aria di approvare il vizio: se invece nel gruppo non godo di molta
considerazione, devo guardarmi bene dal fare censure. Più di tutto Poi è
necessario che io sia ponderato ed esatto nelle parole, per non dirne una sola
di troppo: per esempio. se devo riprendere le eccessive libertà di quel
giovanotto e di quella ragazza, perché chiaramente esagerate e pericolose, devo
saper conservare la misura per non gonfiare la cosa nemmeno di un soffio. Se c'è soltanto qualche
sospetto, dirò soltanto quello; se si tratta di sola imprudenza, non dirò di
più; se non c'è né imprudenza, né sospetto di male, ma soltanto materia perché
qualche spirito malizioso faccia della maldicenza, non dirò niente del tutto o
dirò soltanto quello che è, Quando parlo del prossimo,
la mia bocca nel servirsi della lingua è da paragonarsi al chirurgo che maneggia
il bisturi in un intervento delicato tra nervi e tendini: il colpo che vibro
deve essere esattissimo nel non esprimere né di più né di meno della verità. Un'ultima cosa: pur
riprendendo il vizio, devi fare attenzione a non coinvolgere la persona che lo
porta. Ti concedo di parlare liberamente soltanto dei peccatori infami, pubblici
e conosciuti da tutti, ma anche in questo caso lo devi fare con spirito di
carità e di compassione, non con arroganza e presunzione; tanto meno per godere
del male altrui. farlo per quest'ultimo motivo è prova di un cuore vile e
spregevole. Faccio eccezione per i
nemici dichiarati di Dio e della Chiesa; quelli vanno screditati il più
possibile: ad esempio, le sette eretiche e scismatiche con i loro capi. E’
carità gridare al lupo quando si nasconde tra le pecore, non importa dove. Tutti si prendono la
libertà di giudicate e censurare i governanti e parlar male di intere reazioni,
lasciandosi guidare dalla simpatia: Filotea, non commettere quest'errore. Tu,
oltre all’offesa a Dio, corri il rischio di scatenare mille rimostranze. Quando senti parlare male,
se puoi farlo con fondatezza, metti in dubbio l'accusa; se non è possibile,
dimostra compassione per il colpevole, cambia discorso, ricorda e richiama alla
mente dei presenti che coloro i quali non sbagliano lo devono soltanto a Dio.
Riporta in se stesso il maldicente con buone maniere; se sai qualche cosa di
bene della persona attaccata, dilla.
Capitolo XXX
ALTRI CONSIGLI SUL PARLARE Il tuo modo di parlare sia
pacato, schietto, sincero, senza fronzoli, semplice e veritiero. Tienti lontano
dalla doppiezza, dall'astuzia e dalle finzioni. t vero che non tutte le verità
devono sempre essere dette; ma per nessun motivo è lecito andare contro la
verità. Abituati a non mentire
coscientemente, né per scusa, né per altro, ricordandoti che Dio è il Dio della
verità. Se hai mentito inavvertitamente e puoi rimediare spiegando e
correggendo, fallo subito: le scuse sincere hanno più delicatezza e più forza
convincente per scusarci di qualunque menzogna. Qualche volta è permesso,
con prudenza e discrezione, alterare e nascondere la verità con un giro di
parole; ma soltanto per motivi seri; quando lo richiedono, senza ombra di
dubbio, la gloria di Dio e il suo servizio. Fuori di ciò, i giri di parole o le
astuzie verbali sono pericolose perché, come dice la Parola di Dio, lo Spirito
Santo non abita in un'anima falsa e doppia. Nessuna finezza è migliore
e più desiderabile della semplicità. La prudenza mondana e le
arti della carne sono caratteristiche dei figli di questo secolo; i figli di Dio
invece camminano senza astuzie e hanno il cuore senza misteri. Chi cammina con
semplicità, dice il Saggio, avanza con fiducia. La menzogna, la doppiezza, la
simulazione sono segni di uno spirito debole e vile. S. Agostino, nel IV libro
delle Confessioni, dice che l'anima sua e quella del suo amico formavano
un'anima sola, e che odiava la vita dopo la morte dell'amico, perché non se la
sentiva di vivere a metà e, nello stesso tempo, temeva di morire, perché in tal
modo anche l'amico avrebbe cessato di vivere totalmente. In seguito queste
parole gli parvero troppo artificiose e studiate e così, nel Libro delle
Ritrattazioni, le sconfessa e le chiama inezie. Cara Filotea, pensa quanto
quella bella e sant'anima fosse sensibile all'affettazione delle parole! Senza
dubbio il parlare in modo schietto, senza fronzoli e con sincerità, è un
prezioso ornamento della vita cristiana. "Ho detto, farò attenzione
alle mie vie per non peccare in parole; Signore, metti le sentinelle alla mia
bocca e una porta a chiusura delle mie labbra " cantava Davide. E’ un consiglio del grande
Re S. Luigi: Non contraddire mai nessuno a meno che non sia peccato o dal
consenso ne consegua un grave danno; questo ti eviterà contestazioni e litigi.
Quando è necessario contraddire qualcuno e opporsi all'opinione di un altro,
bisogna usare molta dolcezza e una grande abilità, senza aver l'aria di
aggredire chicchessia; non ci si guadagna mai a prendere le cose con asprezza.
Il parlare poco, tanto raccomandato dagli antichi saggi, non va inteso nel senso
di dire poche parole, ma di non dirne di inutili. Nel campo delle parole non si
guarda alla quantità, ma alla qualità. Secondo me bisogna evitare i due estremi:
darsi troppo un contegno sostenuto e severo, rifiutandosi di partecipare alla
conversazione familiare, il che mi sembra che denoti mancanza di fiducia e anche
un certo disprezzo degli altri; d'altra parte il ciarlare e il cicalare senza
soste, senza mai lasciare spazio agli altri per dire una sola parola, sarebbe
segno di leggerezza e insulsaggine. |