Con
L’elogio del nulla (trad. it. di Federico Francucci, Edizioni Servitium,
Gorle, Bg, 2002), il poeta e filosofo cristiano francese riporta il lettore alla
riflessione su un tema che attraversa non poca della tradizione filosofica del
novecento, ma senza approdare ad esiti nichilistici, cui alcune correnti
pervennero. Il nulla è invece promosso ed elogiato non come categoria
della disperazione e dell’angoscia ma modalità della percezione del
mondo. Il nulla arricchisce perché con esso la vita si dà nella
dimensione gratuita, oblativa, con un finalismo non precostituito che non sia
quello connaturato nel tessuto intimo della vita stessa (”la vita non
contaminata da altri fini che non sia il puro vivere”, scrive Mario Bertin
nella introduzione). Il nulla è fungente in ogni plenum, cosicchè
in ogni operazione è presente il movimento della decostruzione, il
ritorno al momento iniziale ove la vita si dà e si esibisce nella sua forma
selvaggia e indivisa. La struttura viva nell’agire è la speranza, in
quanto sempre oltre ciò che siamo, ma non nel senso di una proiezione
progressiva ad infinitum del nostro essere. La speranza non è di
per sé qualcosa di ascensionale; per Bobin il bambino nel suo esistere
ripristina radicalmente lo statuto della vita, in quanto legato intimamente al
suo essere, alla sua carne, ad una totalità percepita senza alcun schermo
categoriale, senza alcun filtro fuorviante e distanziante. Più che salire,
troviamo qui un’etica deldiscendere, del minimum opposto
al maximum, tema questo non estraneo alla riflessione di Bobin e che
ritorna, ampiamente sviluppato, nell’ampio saggio Francesco e l’infinitamente
piccolo, ove l’intera vita ed esperienza dell’uomo di Assisi è letta e
rivisitata con la lente della piccolezza, mediante la quale intercettare
e cogliere il grande. L’adulto invece è capace della “menzogna profonda”
che è il nascondimento del suo nulla, scaltro attore dell’arte della parvenza.
L’eclissi del nulla nella nostra vita è infatti rimozione della nostra
radice, del nostro destino che è un continuo dare senso alla lacuna iniziale e
che sempre si ripresenta e ci attende. In tal modo il nulla altro non è
che la fonte sorgiva della nostra vita, alla quale si torna negando e su quel
bordo irrealizzando l’esistente, come in un lavacro purificatore, con
echi che ci rimandano alla filosofia di Andrea Emo che individuò nel
negativum il motore dell’atto umano. Il pensiero decostruzionista di Bobin
(applicato peraltro anche a se stesso, e in tal senso vedasi il suo
Autoritratto) installa il nulla come luogo vuoto, dimora pneumatica
ineffabile e incomprensibile, non soggetta ad alcuna categorizzazione. La stessa
attività di scrittura (cioè l’habitus stesso di Bobin scrittore) è
attraversata da questo vento che riconduce la prassi dello scrivere alla
condizione della tabula rasa, scrivere non presuppone il possesso di un
sapere organizzato né di una gerarchia dei saperi. Si scrive partendo da una
condizione di vuoto, da uno stato di lacuna e di mancanza: “Si può scrivere
solo muovendosiverso l’ignoto – e non per conoscerlo, ma per amarlo”.
Si accede al sapere così per una disposizione affettiva più che
cognitiva , per una corrente calda che ci avvicina alle cose come se
ne fossimo richiamati. Esse non sono in noi ma dall’esterno ci attraggono e ci
convocano al loro contatto, come Francesco fece il nulla in sé e rispose ad una
chiamata. Una filosofia del plenum impone a questi impulsi dei “pesanti
pastrani” che ingolfano il cammino. Si tratta invece di alleggerire, di un
ritornare al semplice. Quindi il nulla si contrappone al pieno entro uno
schema bipolare non necessariamente di ordine dialettico; in tale schema il
nulla assorbe il plenum ripristinando la vita sorgiva che era stata
ostruita dai pesanti condizionamenti della ragione. La stessa filosofia, intesa
come sapere istituzionale e categorico, organizzata attorno ad un canone e
sclerotizzata entro formule precostituite, entra in crisi, in quanto
allontanatasi dalla fonte sorgiva. “I filosofi mi annoiano. La loro lingua è
amara”, scrive Bobin riecheggiando nelle sue parole la critica ai filosofi
che formulò Paul Valéry, identificandoli come portatori di un sapere chiuso;
invece “la filosofia è impercettibile. Essa non è mai negli scritti dei
filosofi. Essa appare nell’unionedell’uomo e di ogni soggetto o scopo
particolare. Sparisce non appena l’uomovuole perseguirla” (P. Valéry,
Quaderni, ed. it., vol. II, p. 14). Ma anche i mistici, osserva ancora
Bobin, possono allontanarsi dalla fonte sorgiva, allorchè placano il loro atto
impetuoso d’amore verso Dio nel ghiaccio del pensiero. La preghiera è quindi
associata allo stato della ubriacatezza, di un coinvoilgimento affettivo
ed empatico, di uno slancio oblativo. Occorre un atto di annullamento. Non si
può pregare con il pensiero; il cogito comporta il riconoscimento di sé
fino alla degenerazione dell’egotismo e alla ipertrofia del mondano. “Slegato
da sé.Distaccato da qualsiasi reame”, il viandante s’accorge di non
avere più nome, che è una modalità del riconoscere e del classificare. “Scoprire,
rapiti, la certezzadi non essere nulla”. Qui si svela per Bobin la
funzione terapeutica del nulla che è il fondamento nascosto ma
fungente al quale ritornare. Solo l’apertura sul nulla può essere
l’inizio ad un cammino di senso, in quanto prevede la rimozione del mondano, la
messa a nudo della radice. L’amore come gratuità è senso per la mia vita “rendendola
insensata a se stessa”. Non si tratta di un artificio linguistico né di un
gioco filosofico perché il senso non può mai essere presupposto (e quindi
categorizzato come un possesso) ma sempre riaperto entro la fenditura che noi
siamo. “La mia vita mi sfugge. Non mi raggiunge che in mia assenza”, nota
Bobin, perché il senso non è precostituito. Devo andare verso di esso,
incamminarmi, cercarlo. In questo viaggio euristico dal nulla al
nulla si riconosce il mio essere che in realtà è sempre un passaggio, un
transito da una condizione di mancanza ad un’altra mancanza dalla quale
ripartire. Non c’è quindi acquisizione che si possa considerare come
ultimativa. Questo habitus contemplativo protegge l’uomo da una visione
autoreferenziale e autocentrica della verità, come emerge da questo passo di
Bobin gettato sulla pagina, in un coincidere della visione e della
scrittura: “ La mia vita fiorisce lontano da me. Me ne separo quando vado nel
mondo. La ritrovo contemplando il cielo. Il cielo materiale, senza appartenenza.
Senza avidità. Un amore che non vi domanda niente, se non diesserci.
Che, mentre passa, vi dona l’eterno”. Scopriamo così che la
non-appartenenza non è un approdo nichilistico, ma lo stato di distacco e di
distanziamento che ci consente la fruizione vera del mondo. Il sapere di non
possedere, di non essere. L’attesa, quindi, stato virtuoso che
tuttavia non coincide con la passività e l’inazione. L’attesa non è l’accidia o
l’inedia, ma il varco che apro in me stesso perché il mondo entri in me,
cosicchè “il tempo dell’attesa è un tempo di liberazione”. Essa opera
nascostamente e non è misurabile sul tempo ordinario quantitativo, perché se
fosse misurabile e prevedibile o oggettivata nell’attesa di qualche cosa, si
ergerebbe come una categoria. L’attesa è infatti un non-sapere
(simile al sapere- di- non-sapere), assimilabile non ad un concetto ma semmai ad
una condizione. L’attesa infatti viene vissuta come una
Erlebnis, una esperienza diretta, non conosciuta e non conoscibile e quindi
non sussumibile ad alcuna ratio. Essa è assenza, mancanza, vuoto, lacuna,
caverna, cioè un vacuum che aspetta un riempimento o descrivibile, scrive
Bobin nella sinuosità del suo linguaggio poetico e allusivo, come “una
fiducia, un mormorio, una canzone”. L’esplicitazione di questo afflato
avviene non con un ragionamento ma attraverso la via immaginativa e
rappresentativa, come in una parabola. L’insegnamento, in una maieutica
della natura, perviene dagli alberi, la cui esistenza ci fronteggia in
una accettazione totale della vita; essi ci cantano e ci parlano (nel solo atto
di esistere) dell’estrema indivisione con la natura. Cade ogni filtro e
l’emergenza della physis si svela nelle molteplici forme e modalità del
manifestarsi. Così gli alberi accettano e vivono il sole cocente o il
sopraggiungere di una pioggia, “tuttoè nutrimento per loro”, il
senso non è cercato, perché già dato e gettato nel loro esistere. Il
senso non è quindi sovrapponibile ma sgorgante dalla vita stessa, dallo
scaturire fontale, dall’emersione selvaggia del vissuto che nulla chiede e nulla
sa. Ci troviamo davanti ad una implicatio in cui io e mondo sono l’uno
contenuto nell’altro in una condizione di reversibilità per cui sempre
variante è il punto d’appoggio: “Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede”.
Da questa angolazione essere e sguardo coincidono, non danno luogo
ad una sdoppiamento, ad una scissione, attraverso la quale vita e pensiero si
distinguono e si separano in una lacerante dicotomia. Il primato della natura
indivisa è riaffermato con forza da Bobin attento a non anteporre le rigide
schematizzazioni della ragione al fluente scorrere della vita. “La natura
sommerge i libri. L’erba ricopre il pensiero. Il verde assorbe l’inchiostro.
Attraversare una terra è come esaurire un amore”. Lo stesso paesaggio
esteriore “affluisce nel corpo” che è esso paesaggio nel paesaggio, cosicchè,
esteriore e interiore assieme. Nel camminare il paesaggio fluisce in me ed io in
esso perché “l’arte di camminare è un’arte contemplativa”. Noi siamo
a poco a poco, ma sempre più intimamente, il paesaggio che attraversiamo. Ci
nascondiamo in esso e al contempo ci manifestiamo. Ma ciò richiede un
abbandono totale, uno stupore che nasce dal nulla, dal vuoto
sempre riaperto in noi. L’abbandono ci riporta alle radici, all’atto
iniziale di entrata nel mondo e di fruizione della sua insensatezza. Questo
eros iniziale non va dimenticato proprio perché esso è mancanza, desiderio.
Via via esso si trasforma in amore che è per Bobin l’evoluzione dell’eros
iniziale in una disposizione più vasta all’accoglimento del mondo, alla
meraviglia di un rinnovato spettacolo. A questo appello del mondo non c’è
risposta con le parole perché siamo nel regno dell’inafferrabile. “Certo, non
rispondo più veramente: io canto. Ma si può chiedere all’uccello la ragione del
suo canto?"