in quiete
Il Sito di Gianfranco Bertagni

 

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(Bayazid al-Bistami)

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Tempo e mutamento (Jiddu Krishnamurti)


da: La ricerca della felicita' [Jiddu Krishnamurti]


 

Vorrei ora discutere brevemente cos'è il tempo, perché credo che l'esperienza della ricchezza, bellezza e significato di ciò che è atemporale, di ciò che è vero, sia possibile soltanto quando si comprende l'intero processo del tempo. In fin dei conti, noi tutti cerchiamo, ognuno a modo suo, un senso di felicità, di arricchimento. Certamente una vita che ha significato, che conosce le ricchezze della vera felicità, è fuori dal tempo. Come l'amore, tale vita è atemporale; e per comprendere ciò che è atemporale, non dobbiamo accostarci ad esso attraverso il tempo, ma piuttosto comprendere il tempo. Non dobbiamo utilizzare il tempo come mezzo per raggiungere l'atemporale, per coglierlo e farlo nostro. Ma è proprio questo che facciamo per la maggior parte della vita: passiamo il tempo a cercare di afferrare ciò che è senza tempo; ecco perché è così importante comprendere cosa significa per noi il tempo, perché credo sia possibile esserne liberi. E' molto importante comprendere il tempo nel suo insieme, non parzialmente.

E' interessante rendersi conto che le nostre vite trascorrono per lo più nel tempo - il tempo inteso non come sequenza cronologica di minuti, ore, giorni e anni, bensì nel senso di memoria psicologica. Viviamo secondo il tempo, siamo il risultato del tempo. Il presente è semplicemente la transizione dal passato al futuro. Le nostre menti, le nostre attività, il nostro essere sono fondati sul tempo; senza tempo non possiamo pensare, perché il pensiero è il risultato del tempo, è il prodotto di molti ieri, e non c'è pensiero senza memoria. La memoria è tempo; esistono, infatti, due tipi di tempo, quello cronologico e quello psicologico. C'è un ieri dell'orologio e un ieri della memoria. Non si può rifiutare il tempo cronologico; sarebbe assurdo - come si farebbe a sapere quando parte il treno? Ma esiste davvero il tempo, indipendentemente dal tempo cronologico? Esiste il tempo così come la mente lo concepisce? Esiste il tempo al di fuori della mente? Senza dubbio il tempo, il tempo psicologico, è un prodotto della mente. Senza il fondamento del pensiero, non esiste tempo - il tempo non è altro che memoria dell'ieri in rapporto all'oggi, che forgia il domani. In altri termini, ciò che crea il futuro è il ricordo dell'esperienza passata in risposta al presente - il che è, ancora una volta, il frutto del processo del pensiero, un percorso mentale.

Il processo del pensiero genera la progressione psicologica nel tempo: ma è davvero qualcosa di reale, reale come il tempo cronologico? E possiamo servirci di quel tempo che è della mente come mezzo per comprendere l'eterno, l'atemporale? Come ho già detto, la felicità non appartiene all'ieri, non è il prodotto del tempo; la felicità è sempre nel presente, uno stato Temporale. Non so se avete notato che nell'estasi, nel momento della gioia creativa - una serie di nubi luminose circondate da nubi scure - il tempo non esiste: c'è solo l'immediato presente. La mente, intervenendo dopo l'esperienza situata nel presente, la ricorda e desidera proseguirla, e perciò accumula sempre più esperienze su di sé, creando in tal modo il tempo. Dunque il tempo è creato dal "più": il tempo è acquisizione ed è anche distacco, che a sua volta è un'acquisizione della mente. Di conseguenza, limitarsi a disciplinare la mente nel tempo, a condizionare il pensiero nel contesto del tempo, certamente non rivela ciò che è Temporale.

Ma il cambiamento dipende dal tempo? La maggior parte di noi è abituata a pensare che il tempo sia necessario al cambiamento: io sono questo, e cambiare ciò che sono in ciò che dovrei essere richiede tempo. Sono avido, con tutte le conseguenze dell'avidità in termini di confusione, antagonismo, conflitto e infelicità; per produrre una trasformazione, ossia l'assenza di avidità, crediamo che il tempo sia necessario. In altri termini il tempo è considerato un mezzo per evolvere in qualcosa di superiore, per diventare qualcos'altro.
Il problema è questo: siamo violenti, avidi, invidiosi, rabbiosi, viziosi o appassionati. Per trasformare ciò che è, davvero è necessario il tempo? Innanzitutto, perché vogliamo cambiare ciò che è o produrre un cambiamento?

Perché? Perché ciò che siamo non ci soddisfà: crea conflitto, turbamento, e dunque, non piacendoci tale condizione, aspiriamo a qualcosa di migliore, di più nobile, di più idealistico. Desideriamo il cambiamento perché nella nostra vita c'è dolore, disagio, conflitto. Ma il conflitto si supera col tempo? Se affermate che è solo questione di tempo, siete ancora invischiati nel conflitto. Potete sostenere che ci vorranno venti giorni o vent'anni per sbarazzarvi del conflitto, per cambiare ciò che siete; ma per tutto quel tempo siete ancora in conflitto e quindi il tempo non genera alcun mutamento.
Quando ci serviamo del tempo come di un mezzo per acquisire una qualità, una virtù o uno stato dell'essere, in effetti non facciamo altro che posticipare o evitare ciò che è; credo che sia importante comprendere questo punto.

L'avidità o la violenza provocano sofferenza e turbamento nel mondo del nostro rapporto con gli altri, ossia nella società; ed essendo consci di questo stato di turbamento, che definiamo avidità o violenza, diciamo a noi stessi: "Col tempo ne uscirò fuori; praticherò la non violenza, praticherò l'assenza di invidia, praticherò la pace". Trovandoci in uno stato di conflitto, aspiriamo a raggiungere uno stato esente da conflitti. Orbene, tale stato di assenza di conflitto è forse il risultato del tempo, di una durata? Ovviamente no; perché, mentre siamo impegnati nel conseguimento di uno stato di non violenza, siamo ancora violenti e, dunque, ancora in conflitto.

Il nostro problema è stabilire se un conflitto, un turbamento, possano essere superati nell'arco di un periodo di tempo, che si tratti di giorni, di anni o dello spazio di un'intera esistenza. Cosa accade quando qualcuno dice: "Praticherò la non violenza per un certo periodo di tempo?". Il fatto stesso di doverla praticare indica che si è in conflitto, non è Così? Se non si opponesse resistenza al conflitto, non ci sarebbe bisogno di praticarla.
Si afferma che la resistenza al conflitto è necessaria allo scopo di superare il conflitto stesso e che per attuare tale resistenza bisogna avere tempo. Ma la resistenza al conflitto è in se stessa una forma di conflitto.

Impieghiamo la nostra energia a resistere al conflitto, che si presenta sotto forma di ciò che chiamiamo avidità, invidia o violenza, ma la nostra mente è ancora in conflitto; perciò è importante percepire la falsità del processo di dipendenza dal tempo come mezzo per superare la violenza e in tal modo liberarsene. Allora si è capaci di essere ciò che si è realmente: un turbamento psicologico che è la violenza stessa.

Per comprendere qualunque cosa, qualunque problema umano o scientifico, che cosa è importante, essenziale? Una mente tranquilla, non è così? Una mente che sia intenta a comprendere, non una mente che escluda ogni altra cosa, una mente che cerchi di concentrarsi - il che equivarrebbe, ancora una volta, a uno sforzo di resistenza. Se davvero voglio comprendere qualcosa, immediatamente si determina nella mente uno stato di quiete.
Quando volete ascoltare un brano musicale o guardare un quadro che amate, al quale siete particolarmente sensibili, qual è lo stato della vostra mente?

Subito si crea una quiete, non è così? Quando ascoltate la musica, la vostra mente non vaga: ascolta. Allo stesso modo, quando volete davvero comprendere il conflitto, non dipendete più dal tempo, in alcun modo; siete semplicemente di fronte a ciò che è, ossia al conflitto. Ecco allora sorgere immediatamente una quiete, un'immobilità della mente.
Quando non si dipende più dal tempo come mezzo per trasformare ciò che è perché si è percepita la falsità di tale processo, allora ci si confronta con ciò che è; ed essendo interessati a comprendere ciò che è, naturalmente si ha una mente tranquilla. In quello stato mentale vigile e tuttavia passivo, c'è comprensione. Fin tanto che la mente è in conflitto, biasima, resiste, condanna, non può esserci comprensione. Se voglio comprendere qualcuno, ovviamente non devo condannarlo. E' la mente tranquilla, la mente immobile, che produce il cambiamento.

Quando la mente non oppone più resistenza, non evita più ciò che è, né lo scarta o lo critica, ma ne è solo passivamente consapevole, allora in quella passività della mente, se davvero approfondite il problema, scoprirete che si verifica una trasformazione.
La rivoluzione è possibile solo adesso, non in futuro; la rigenerazione è oggi, non domani. Se farete l'esperienza che ho descritto in queste pagine, scoprirete che da essa ha origine un'immediata rigenerazione, una novità, una qualità di freschezza; la mente, infatti, è sempre immobile quando è interessata, quando desidera o ha l'intenzione di comprendere. La difficoltà che la maggior parte di noi deve fronteggiare sta nel fatto che non abbiamo l'intenzione di comprendere; temiamo infatti che, se davvero comprendessimo, ciò potrebbe produrre un effetto rivoluzionario sulla nostra vita, e per questo resistiamo. Nell'utilizzazione del tempo o di un ideale come mezzi di trasformazione graduale si evidenzia l'azione di un meccanismo di difesa.

Dunque la rigenerazione è possibile solo nel presente, non nel futuro, non domani. Un individuo che faccia affidamento sul tempo come mezzo attraverso il quale conquistare la felicità o realizzare la verità o conoscere Dio non fa altro che ingannare se stesso; vive nell'ignoranza e, dunque, nel conflitto. Un individuo il quale capisca che il tempo non è la via d'uscita dalle difficoltà e che perciò è libero dal falso, ha un'intenzione naturale di comprendere; perciò la sua mente è spontaneamente tranquilla, senza che ci sia bisogno di costrizioni o di esercizi. Quando la mente è immobile, tranquilla, quando non cerca alcuna risposta o soluzione, quando non resiste né evita, soltanto allora può esserci rigenerazione, poiché la mente è capace di percepire il vero; ed è la libertà che rende liberi, non lo sforzo per liberarsi.

 

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