in quiete
Il Sito di Gianfranco Bertagni

 

"La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano"
(Bayazid al-Bistami)

"Chi non cerca è addormentato, chi cerca è un accattone"
(Yun Men)

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Energia, attenzione, consapevolezza, violenza
(Jiddu Krishnamurti)

 

Da: Il libro della vita (Aequilibrium ed.)
 

 

1.

 

È l’energia stessa che controlla la propria attività

La ricerca della realtà richiede immensa energia. Quando l’essere umano non cerca la realtà, spreca la sua energia facendo dei danni e così induce la società a tenerlo sotto controllo. Ora, è possibile dedicare energia alla ricerca di Dio, della verità, ed essere nello stesso tempo delle persone che, nel portare avanti questo processo di scoperta della verità, comprendono i fatti fondamentali della vita e non possono venire distrutte dalla società?

Vedete, gli esseri umani sono energia e se non cercano la verità la loro energia diventa distruttiva; così la società li tiene sotto controllo e impone loro uno schema che soffoca l’energia di cui dispongono... Forse vi sarete accorti di un altro fatto interessante e molto semplice: quando volete veramente fare qualcosa, ecco che avete a disposizione l’energia che vi serve... E l’energia stessa è in grado di controllare la propria attività; non avete alcun bisogno di imporle dall’esterno una disciplina. Nella ricerca della realtà, l’energia crea il proprio ordine, la propria disciplina. L’essere umano che cerca la realtà si comporta spontaneamente in maniera corretta e questa correttezza non potrà mai essergli imposta né dalla società, né dal governo.

2.

 

La dualità crea conflitto

Qualsiasi conflitto, che sia fisico, psicologico o intellettuale, e uno spreco di energia. È straordinariamente difficile rendersene conto e liberarsi da ogni conflitto, perché quasi tutti noi siamo stati educati a lottare, a fare sforzi. Questa è la prima cosa che ci insegnano a scuola: fare sforzi. Così continuiamo a lottare e a sforzarci per tutta la vita. Per essere buoni è necessario lottare; bisogna combattere il male, bisogna essere capaci di resistere, di controllarsi. Così, in qualsiasi campo, da quello dell’educazione a quello sociologico o religioso, agli esseri umani si insegna a lottare.

Vi dicono che per trovare Dio dovete lavorare, dovete sottoporvi a una disciplina, dovete praticare degli esercizi, dovete torturare la vostra anima, tormentare la vostra mente e il vostro corpo; dovete rifiutare, reprimere; non dovete guardare certe cose; dovete lottare, lottare sempre per ottenere qualcosa al cosiddetto livello spirituale, che in realtà non è affatto spirituale! così nella società ognuno si preoccupa solo di se stesso e della propria famiglia.

...In qualunque direzione ci muoviamo, noi non facciamo altro che sprecare energia. E questo spreco di energia e fondamentalmente conflitto: un conflitto tra quello che “devo” o “dovrei” fare e quello che “non devo” o “non dovrei” fare. Quando si è creata una dualità, il conflitto diventa inevitabile. Allora bisogna capire la dualità, come si produce e come funziona. È evidente che ci sono l’uomo e la donna, il rosso e il verde, la luce e il buio, l’ato e il basso; questi sono fatti. Ma quando facciamo uno sforzo per separare l’idea dal fatto, è lì che sprechiamo energia.

3.

 

La formulazione di un’idea

Se chiedete: “Come faccio a non sprecare energia?”, vi aspettate di poter fare ricorso a un’idea per risparmiare energia. E se vivete secondo quell’idea, così come e stata formulata, vi trovate di nuovo immersi nella contraddizione. Ma se vi rendete conto di come sprecate le vostre energie, capite che la causa principale di questo spreco e il conflitto. c’è conflitto quando avete un problema e non lo risolvete mai, quando vivete nel ricordo di qualcosa che ormai non c’è più, quando vivete attaccati alla tradizione.

È essenziale capire la natura stessa dello spreco di energia e questa comprensione non vi viene da Shankara, da Buddha o da qualche santo, ma dall’effettiva osservazione del conflitto che esiste nella vostra vita quotidiana. Allora,  il conflitto determina il piu grande spreco di energia, ma per evitarlo non potete mettervi a sedere pigramente da qualche parte, smettendo di fare qualsiasi cosa. IL conflitto ci sarà sempre finché l’idea sarà più importante del fatto.

4.

 

Dove c’è contraddizione, c’è conflitto

Potete vedere che la maggior parte di noi vive nel conflitto è nella contraddizione, non solo esteriormente ma anche interiormente. Contraddizione implica sforzo... e uno sforzo e uno spreco di energia. Dove c’è contraddizione, c’è conflitto. E dove c’è conflitto, c’è anche lo sforzo per superarlo, che è un modo per opporsi al conflitto. Quando vi opponete a qualcosa, si genera una certa energia; lo sapete quando opponete resistenza, proprio da questa resistenza scaturisce energia.

Tutte le nostre azioni si basano su un attrito: quello che devo fare incontra la resistenza di quello che non devo fare. Da questa contrapposizione, che è una forma di conflitto, scaturisce energia; ma, se la osservate bene, è un’energia molto distruttiva, non è creativa...

La maggior parte della gente vive nella contraddizione. In quelle persone che possiedono un dono, un talento, come quello di saper scrivere o dipingere, si genera una tensione che consente loro di trovare l’energia necessaria ad esprimersi, a creare, a scrivere, ad essere. Maggiore e la tensione, più forte e il conflitto e piu importante quello che viene prodotto. Questa noi la chiamiamo creazione, ma non lo è affatto. È il risultato del conflitto. Affrontare il fatto che siete in conflitto, che siete in contraddizione, lascia affiorare un’energia che non ha nulla a che fare con la resistenza e il conflitto.

5.

 

L’energia creativa

La questione è: esiste un’energia che non faccia parte del campo del pensiero, che non nasca dalla contraddizione, che non sia frutto di un’imposizione, che non scaturisca dalla frustrazione per non essere arrivati al successo? Avete capito la domanda? Spero di essere stato chiaro. Perché, se non scopriamo quell’energia che possiede una qualità che non ha nulla a che fare col pensiero e con l’energia frammentaria e meccanica del pensiero, la nostra azione sarà distruttiva, qualunque cosa faremo, sia che ci occupiamo di riforme sociali, che scriviamo ottimi libri, che concludiamo buoni affari, che alimentiamo i nazionalismi o ci dedichiamo alla politica. Chiediamoci se questa energia esiste realmente, non in teoria, perché, quando si tratta di affrontare i fatti, inventarsi delle teorie è davvero un segno di infantilismo e di immaturità. È come quando una persona deve essere operata di cancro: è inutile che vi mettiate a discutere su quali strumenti verrànno usati; dovrete affrontare il fatto che quella persona sarà operata. Allo stesso modo, la mente deve smettere di essere schiava del pensiero. Il pensiero opera nel tempo e produce continuamente invenzioni: qualsiasi genere di apparecchiatura, gli aerei a reazione, i frigoriferi, i razzi, l’esplorazione dell’atomo e dello spazio sono frutto del pensiero e della conoscenza che il pensiero ha accumulato. Tutte queste cose non hanno nulla a che fare con la creazione; inventare non è creare; la capacità di fare qualcosa non c’entra con la creazione. Il pensiero non sarà mai creativo, perché e sempre condizionato e quindi non sarà mai libero. Solo quell’energia che non è un prodotto del pensiero è creativa.

6.

 

 L’energia suprema

L’idea che ci facciamo dell’energia e del tutto diversa da quel fatto che è l’energia. Usando concetti e formule, vorremmo far affiorare un’energia della più alta qualità. Ma nessuna formula potrà mai trasmettere quella qualità dell’energia che è costante rigenerazione e rinnovamento.

...La forma suprema di questa energia, il suo culmine, e quello stato della mente nel quale non affiora alcuna idea, alcun pensiero, alcuna scelta, alcun motivo. Quello stato e pura energia. Non ci si può mettere a cercare quest’energia. Non potete chiedere: “Dimmi che cosa devo fare per averla, qual e il modus operandi”. Non c’eun modo per ottenerla. Se vogliamo scoprire per conto nostro la natura di quest’energia, dobbiamo cominciare a capire come consumiamo la nostra energia quotidiana, quando parliamo, quando ascoltiamo cantare un uccello o una persona, quando guardiamo un fiume, l’immensità del cielo e gli abitanti di un villaggio, sporchi, affamati, malati; o quando guardiamo un albero che diventa sempre più scuro nella penombra della sera. L’osservazione di qualsiasi cosa è in se stessa energia. Quest’energia la traiamo dal cibo, dai raggi del sole. L’energia fisica di cui disponiamo quotidianamente può ovviamente essere aumentata, migliorata, mangiando cibi di qualità e così via. È necessario preoccuparsi di questo. Ma quando quella stessa energia diventa energia psichica, cioè energia che alimenta il pensiero, e accoglie in sé delle contraddizioni, va completamente sprecata.

7.

 

L’arte di ascoltare e l’arte dell’abbandono

Qualcuno vi sta dicendo qualcosa e voi ascoltate. È come se vi abbandonaste in quell’ascolto. Nell’atto di ascoltare c’è un abbandonarsi. Vedere un fatto, percepire un fatto, significa abbandonarlo. L’ascoltare un fatto, il guardare qualcosa hanno un effetto straordinario quando non interviene il minimo sforzo del pensiero.

Prendiamo, per esempio, l’ambizione. Abbiamo parlato a sufficienza di quali effetti l’ambizione produce. Una mente ambiziosa non conoscerà mai la simpatia, la pietà, l’amore. Una mente ambiziosa è crudele, a qualsiasi livello, esteriormente, interiormente, spiritualmente. Voi ascoltate un’affermazione del genere. La ascoltate, la interpretate a modo vostro e chiedete: “Come faccio a vivere in questo mondo, che è tutto basato sull’ambizione?”. Questo significa che non avete ascoltato. Avete risposto ad un’affermazione, avete reagito a un fatto; ma non avete guardato Il fatto. Lo avete interpretato, ve ne siete fatti un’opinione. Avete reagito a un fatto, ma non l’avete guardato...

Se possiamo ascoltare senza esprimere valutazioni, senza reagire, senza giudicare, allora certamente il fatto genera quell’energia che distrugge e toglie di mezzo l’ambizione da cui scaturisce il conflitto.

8.

 

L’attenzione senza resistenza

Sapete che cos’è lo spazio. In questa stanza c’è spazio. Spazio è la distanza che dovete percorrere per arrivare a casa vostra, è la distanza tra il ponte e la vostra casa, tra questa riva e l’altra riva del fiume. Ora, c’è spazio nella vostra mente? Oppure la vostra mente e così affollata che non ha più alcuno spazio? Se nella vostra mente c’è spazio, in quello spazio c’è silenzio e da quel silenzio proviene ogni altra cosa, perché in quel silenzio potete ascoltare, potete fare attenzione senza opporre la minima resistenza. Per questo è molto importante che nella mente ci sia spazio. Se la mente non è affollata, non è occupata senza sosta dal pensiero, allora può ascoltare il cane che abbaia, il rumore del treno che passa su quel ponte lontano ed essere anche pienamente consapevole di quello che una persona sta dicendo qui. Allora la mente e viva, non è morta.

9.

 

L’attenzione senza sforzo

C’è attenzione quando la mente non  è assorbita da nulla? C’è attenzione quando non ci si concentra su alcun oggetto? C’è attenzione quando nella mente non affiorano motivi, pressioni, obblighi? La mente può essere completamente attenta senza escludere nulla? Certamente, solo così c’è attenzione; in ogni altra situazione la mente può solo illudersi di essere attenta. Se potete dare tutta la vostra attenzione a qualcosa senza lasciarvi assorbire e senza alcun senso di separazione, scoprirete che cosa significa meditare, perché in quell’attenzione non c’è il minimo sforzo, non c’è divisione, né lotta, né la ricerca di un risultato. La meditazione è un processo che libera la mente da qualsiasi sistema; consente di essere attenta senza farsi assorbire e senza doversi sforzare per concentrarsi.

10.

 

Un’attenzione che non esclude nulla

Credo che ci sia differenza tra l’attenzione che è rivolta ad un oggetto e l’attenzione che non ha oggetto. Ci concentriamo su un’idea, su quello in cui crediamo o su un oggetto; ma la concentrazione è un processo che separa. C’è però un’attenzione, una consapevolezza che non producono alcuna separazione. E c’è una scontentezza che non ha alcun motivo, che non è la conseguenza di una frustrazione, che non può essere orientata in una direzione prestabiliita, ne può venire soddisfatta. Forse non sto usando la parola giusta per definire questo stato, ma ritengo che questa straordinaria scontentezza sia essenziale. Sotto qualsiasi altro aspetto si manifesti, la scontentezza diventa immediatamente una ricerca di soddisfazione.

11.

 

L’attenzione non ha limiti, non ha frontiere

Per educare la mente, dovremmo dare importanza all’attenzione, non alla concentrazione. La concentrazione costringe la mente a focalizzarsi su un punto determinato, mentre l’attenzione non ha frontiere. Quando la mente si concentra, si restringe, si limita entro determinati confini; ma se vogliamo capire la mente nella sua totalità, la concentrazione diventa un ostacolo. L’attenzione non ha limiti, non è ristretta entro i confini della conoscenza. La conoscenza richiede concentrazione e per quanto possa essere estesa, rimarrà sempre chiusa entro i suoi limiti. In quello stato che è attenzione la mente può usare, e usa, la conoscenza, che necessariamente è il risultato della concentrazione. Ma una parte non potrà mai essere la totalità; sommando le varie parti non si arriverà mai alla percezione dell’intero. La conoscenza, che è un processo di accumulo basato sulla concentrazione, non porterà mai alla comprensione dell’incommensurabile. L’intero non potrà mai stare entro i confini di una mente concentrata.

Quindi l’attenzione ha un’importanza fondamentale e non ha nulla a che fare con lo sforzo della concentrazione. L’attenzione e uno stato in cui la mente impara di continuo e in questo stato non c’è un centro ove si accumulano esperienza e conoscenza. Una mente concentrata su se stessa si serve della conoscenza per espandere le proprie ambizioni: così, inevitabilmente, la sua attività è piena di contraddizioni e diventa antisociale.

12.

 

L’attenzione totale

Che cosa intendiamo per attenzione? C’è attenzione quando forziamo la mente ad essere attenta? Quando dico a me stesso: “Devo fare attenzione, devo controllare la mente ed eliminare ogni pensiero”, questa voi la chiamereste attenzione? È evidente che non lo è. Che cosa succede quando la mente si impone di fare attenzione? Crea una resistenza che impedisce il formarsi di altri pensieri; la mente è occupata a resistere, a respingere i pensieri che si presentano e quindi non è in grado di stare attenta. È così, vero?

Per capire fino in fondo una cosa dovete darle tutta la vostra attenzione. E scoprirete subito quanto sia difficile, perché la vostra mente e abituata a farsi distrarre. Allora dite: “Per Giove, bisogna fare attenzione, ma come devo fare per stare attento?”. Così siete di nuovo alle prese col desiderio di ottenere qualcosa e la vostra attenzion e non potrà mai essere completa... Per esempio, quando vedete un albero, non siete attenti se dite: “Quella è una quercia”. Oppure, quando vedete un uccello, non siete veramente attenti se dite: “Quello e un pappagallo” e subito dopo vi voltate per andare altrove. Dando un nome a quello che vedete, smettete di essere attenti... Mentre se foste pienamente consapevoli, se foste capaci di guardare qualcosa con un’attenzione totale, scoprireste che avviene una completa trasformazione e questa attenzione totale e bene. Non c’è nient’altro al di fuori di questa e non potete ottenerla con la pratica. Esercitandovi potete diventare capaci di concentrarvi, cioè di costruire intorno a voi delle pareti protettive, che isoleranno “colui che si concentra”. Ma questa non è attenzione, è separazione.

13.

 

La fine della paura è il principio dell’attenzione

Come è possibile che sorga uno stato di attenzione? Non lo si può produrre con la persuasione, il confronto, la punizione o la ricompensa, che sono tutte forme di coercizione. L’eliminazione della paura è il principio dell’attenzione. La paura esisterà sempre finché ci sarà la spinta ad essere qualcosa, a diventare qualcosa, a cercare il successo, non potendo evitare tutte le frustrazioni e le contraddizioni che questo comporta. Potete insegnare come si fa a concentrarsi, ma non potete insegnare l’attenzione, proprio come non è possibile insegnare la libertà dalla paura. Quando ne comprenderete le cause, la paura verrà eliminata. L’attenzione Sorge spontaneamente quando lo studente wive in un’atmosfera di benessere, quando si sente al sicuro, a suo agio e si rende conto che solo l’amore può portare ad un’azione disinteressata. L’amore non fa confronti e quindi si dissolvono l’invidia e quella tortura che è  il cercare di diventare qualcosa.

14.

 

Non c’è un traguardo da raggiungere

Ci si può esercitare ad essere umili? Se vi rendete conto di essere umili, non lo siete. Voi volete la certezza di essere arrivati. Questo significa che state sempre cercando di arrivare da qualche parte, di conseguire uno stato nel quale nulla vi possa disturbare, nel quale sperimenterete una felicità eterna e una benedizione senza fine. Ma, come dicevo prima, non c’è alcun traguardo da raggiungere, c’è solo un apprendimento costante. Nell’ininterrotto fluire dell’atto di imparare sta la bellezza della vita. Se raggiungete una meta, non avete più nulla da fare. E siccome tutti volete arrivare, o siete arrivati, da qualche parte, non solo nel campo degli affari, ma in qualsiasi campo vi troviate ad agire, scoprite di essere insoddisfatti, frustrati, infelici. Signori, non ci sono traguardi da raggiungere, c’è solo un imparare, che diventa faticoso solo quando accumulate conoscenza. Una mente che ascolta con un’attenzione totale non si preoccupa dei risultati, perché scorre di continuo, è sempre in movimento come un fiume. Una mente simile è inconsapevole delle sue attività, nel senso che non esiste l’alimentazione di un sè, di un “me” che pretende di raggiungere una meta.

15.

 

La conoscenza non è consapevolezza

La consapevolezza è uno stato nel quale la mente osserva qualcosa senza accettarlo o rifiutarlo; lo guarda per quello che e. Solo se guardate un fiore mettendo da parte le vostre conoscenze botaniche, lo vedrete nella sua interezza; ma quando la mente osserva il fiore attraverso la conoscenza botanica che possiede, non vi consente di vederlo veramente. Nulla impedisce di avere delle conoscenze botaniche, ma se questa conoscenza occupa per intero la mente e la oscura, non potete guardare veramente il fiore che vi sta di fronte.

Così, guardare un fatto significa esserne consapevoli e in questa consapevolezza non c’è scelta, non c’è condanna, non c’è simpatia o antipatia. Ma quasi tutti noi non siamo capaci di questa consapevolezza, perché per tradizione, per abitudine, non affrontiamo mai un fatto mettendo da parte i nostri condizionamenti. Dobbiamo renderci conto di quello sfondo di condizionamenti che si manifesta tutte le volte che siamo di fronte a un fatto. Solo quando l’unica cosa che vi interessa è osservare un fatto, quello sfondo condizionato smette di interferire. Quando il vostro interesse principalè e quello di capire un fatto e vi rendete conto che il vostro condizionamento vi impedisce di comprenderlo, proprio il vostro vitale interesse a capire spazza via il condizionamento.

16.

 

L’introspezione non è mai completa

Nella consapevolezza c’è solo il presente. Quando siete consapevoli vi rendete conto che l’influenza del passato controlla il presente e modifica il futuro. La consapevolezza e un processo integrale che non crea alcuna divisione. Per esempio, se mi pongo la domanda: “Credo in Dio?”, se sono consapevole, nel momento stesso in cui me la pongo, posso osservare che Cosa mi induce a fare questa domanda; se sono consapevole, percepisco quali sono le forze che mi costringono a porre una domanda del genere. Mi rendo conto della paura e delle tante forme in cui si manifesta; è per paura che i miei antenati hanno creato un’idea di Dio, che hanno trasmesso anche a me. Questa idea si e mescolata con le mie reazioni, così io ho cambiato, ho modificato il loro concetto di Dio. Se sono consapevole, percepisco in tutta la sua interezza quel processo che è il passato e i suoi effetti sul presente e sul futuro.

Quando siamo consapevoli ci rendiamo conto di come sotto l’influsso della paura ognuno di noi si forma il concetto di Dio. Forse c’è stato qualcuno che ha avuto un’esperienza autentica della realtà, di Dio e ne ha parlato ad altri, che si sono avidamente impossessati di questo racconto e hanno dato il via all’imitazione. La consapevolezza è completa in se stessa, mentre l’introspezione rimarrà sempre qualcosa di incompleto. Dall’introspezione scaturisce qualcosa di scadente, di doloroso, mentre la consapevolezza porta sempre con sè entusiasmo e gioia.

17.

 

Vedere l’intero

Come guardate un albero? Lo vedete nella sua interezza? O lo vedete per intero o non lo vedete affatto. Passandogli accanto potete dire: “Guarda quell’albero, com’è bello!”, “È un mango”, oppure dite: “Non so che alberi siano quelli, forse sono tamarindi”. Quando vi fermate a guardare un albero, non lo vedete mai nella sua totalità; e questo significa che non lo state affatto vedendo.

Accade la stessa cosa con la consapevolezza. Se non vedete come funziona la vostra mente in tutte le sue attività, non potete dire di essere consapevoli. Un albero è fatto di radici, di un tronco, di rami grossi e sottili, di ramoscelli estremamente delicati, di foglie verdi, di foglie morte e di foglie appassite, di foglie brutte e di foglie mangiate dagli insetti, di foglie che stanno per cadere; e poi ci sono i fiori e i frutti. Tutto questo fa parte dell’interezza dell’albero. Similmente, se osservate come funziona la vostra mente proprio come osservereste un albero nella sua interezza, vedrete affiorare l’approvazione, la condanna, la negazione, Il conflitto, il senso di inutilità, la frustrazione, la disperazione e la speranza. Tutto questo fa parte della consapevolezza. Non c’è nulla che debba essere lasciato fuori. Allora siete consapevoli in modo estremamente semplice della vostra mente, osservandola nella sua interezza; non guardate soltanto un angolino del quadro, chiedendovi: “Chi ha dipinto questo quadro?”

18.

 

Consapevolezza e disciplina

La consapevolezza, quando viene perseguita attraverso una pratica, ed è ridotta ad un’abitudine, diventa noiosa e pesante. La consapevolezza non sottostà alle regole che vorremmo imporle. Seguire una pratica implica istituire un’abitudine, implica fare uno sforzo, esercitare la volontà. Tutto questo esclude la consapevolezza. Dove c’è sforzo c’è distorsione.

Consapevolezza non è soltanto il rendersi conto di quello che è fuori di noi – il volo degli uccelli, le ombre e la luce, il movimento inarrestabile del mare, gli alberi, il vento, il mendicante, le automobili lussuose , ma e anche il rendersi conto di tutto quello che avviene psicologicamente, le tensioni e i conflitti che sono dentro di noi. Voi non condannate il volo di un uccello: lo osservate, ne cogliete la bellezza. Ma quando siete di fronte alla lotta che si scatena dentro di voi, la condannate o la giustificate. Non siete capaci di osservare il vostro conflitto interiore senza pendere da una parte o dall’altra, o senza cercare giustificazioni.

Essere consapevoli dei vostri pensieri, dei vostri sentimenti senza identificarvi, senza reprimerli, non è affatto noioso, non genera sofferenza; se però siete in cerca di un risultato o di un guadagno, allora il conflitto aumenta e vi assale la noia di dover continuare a lottare.

19.

 

Quando un pensiero fiorisce

In quello stato che è consapevolezza la mente accoglie tutto: i corvi che volano veloci nel cielo, i fiori sui rami, le persone che ti stanno sedute di fronte, i colori dei loro abiti; è una consapevolezza senza barriere, che richiede la capacità di vedere, di osservare, di accogliere il profilo di una foglia, la forma di un tronco; ti permette di accorgerti di come è fatta la testa della persona che ti sta accanto e di vedere che cosa sta facendo. Essere pienamente consapevoli e agire con questa consapevolezza significa essere consapevoli di tutto Il proprio essere. È una mente mediocre quella che possiede qualche capacità particolare, limitata ad un campo specifico, e che cerca di affinare le sue capacità limitate, da cui trae la propria esperienza. Una mente mediocre è limitata, ristretta. Ma quando c’è la con sapevolezza di tutto il proprio essere, che coglie ogni pensiero, ogni sentimento, senza mai limitarli, ma anzi lasciandoli sbocciare e fiorire, questa consapevolezza non ha nulla a che fare con la concentrazione, che può essere sviluppata come una capacità particolare e che quindi sarà sempre limitata.

Far sì che un pensiero o un sentimento fioriscano richiede attenzione, non concentrazione. Quando parlo di far fiorire un pensiero o un sentimento, intendo dire che si debba lasciare ad essi la libertà di manifestarsi per vedere che cosa succede. Qualsiasi cosa per fiorire ha bisogno di libertà, ha bisogno di pace, non può venire repressa. Non potete imprigionarla nelle vostre valutazioni, come quando dite: ‘”Questo è giusto, questo e sbagliato; dovrebbe essere così; non dovrebbe essere così”. Così facendo, impedite al pensiero di fiorire. Il pensiero può fiorire solo nella consapevolezza, perciò, se approfondite veramente la questione, scoprirete che il fiorire del pensiero e anche la fine del pensiero.

20.

 

La consapevolezza passiva

Nella consapevolezza non c’è divenire, non c’è nulla da guadagnare. C’è un’osservazione silenziosa senza scelta, senza condanna, da cui scaturisce la comprensione. Quando, in uno stato nel quale non esiste il minimo sforzo per accumulare o accettare qualcosa, i pensieri e i sentimenti possono affiorare e manifestarsi, c’è una consapevolezza incredibilmente vasta, nella quale gli strati più profondi e nascosti della coscienza rivelano il loro significato. Questa consapevolezza rivela un vuoto creativo che non si può né immaginare ne definire. La vastità della consapevolezza e il vuoto creativo sono una cosa sola, costituiscono un processo unitario, non sono due cose diverse. Quando osservate in silenzio un problema senza condannarlo o giustificarlo, affiora una consapevolezza passiva nella quale il problema viene capito e risolto. La consapevolezza implica una straordinaria sensibilità, nella quale il pensiero smette di fare affermazioni e scopre i suoi limiti. Finché la mente proietta o definisce qualcosa, non potrà esserci creazione. Solo quando la mente ha smesso di creare problemi, quando e calma, vuota, in uno stato di vigile passività, allora c’è creazione. Creazione implica negazione, che però non è l’opposto dell’affermazione. L’essere niente non è antitetico all’essere qualcosa. Un problema esiste solo quando siamo in cerca di un risultato. Quando non cerchiamo più alcun risultato, anche  il problema scompare.

21.

 

Quello che viene veramente capito, non torna più

Nella consapevolezza di sé non c’è bisogno di confessioni, perché questa consapevolezza è lo specchio nel quale tutto si riflette senza la minima distorsione. Ogni pensiero, ogni sentimento, vengono, per così dire, scaraventati sullo schermo della consapevolezza per essere osservati, studiati, capiti. Ma il fluire della comprensione viene interrotto quando cominciamo a condannare, ad approvare, a giudicare, a identificarci. Più si osserva quello schermo – non per dovere o per una pratica imposta, ma perché il dolore e la sofferenza hanno creato un’insaziabile bisogno di capire che porta in sé la propria disciplina – più si osserva quello schermo, piu si fa intensa la consapevolezza che porta con sé una comprensione sempre piu profonda.

... Potete osservare una cosa solo quando questa si muove lentamente; una macchina veloce deve rallentare, se vogliamo studiarne il movimento. Allo stesso modo, si possono studiare e capire pensieri e sentimenti solo quando la mente e in grado di rallentare il proprio funzionamento. E quando la mente risveglia la sua capacità di rallentare il proprio funzionamento, allora può tornare a muoversi molto velocemente. E questo la rende estremamente calma. Quando girano molto rapidamente, le pale di un ventilatore sembrano essere un’unica e solida lamina di metallo. Per noi è molto difficile fare in modo che la mente si muova con una lentezza tale da consentirci di percepire e capire ogni pensiero, ogni sentimento. Tutto quello che viene veramente capito fino in fondo, non si ripresenta più.

22.

 

La violenza

Che cosa succede quando date tutta la vostra attenzione a quella cosa che chiamiamo violenza? La violenza non è soltanto qualcosa che, servendosi delle fedi e dei condizionamenti, divide gli esseri umani; ma accompagna anche la nostra ricerca di sicurezza personale e la nostra richiesta di protezione rivolta alle istituzioni della società. Si può guardare la violenza con un’attenzione totale? Se la osservate con tutta la vostra attenzione, che cosa succede? Che cosa succede quando dedicate tutta la vostra attenzione a qualcosa, allo studio della storia o della matematica, oppure quando usate tutta la vostra attenzione per guardare vostra moglie o vostro marito? Non so se lo avete mai fatto. Probabilmente la maggior parte di noi incapace di dedicare tutta la propria attenzione a qualcosa. Ma se lo faceste, che cosa accadrebbe? Signori, che cos’è l’attenzione? Certamente, quando dedicate a qualcosa tutta la vostra attenzione c’è cura, c’è riguardo; ma non potete avere riguardo se non c’è affetto, se non c’è amore. E quando siete attenti, e nella vostra attenzione c’è amore, come può esserci violenza? Capite? Formalmente condanno la violenza, cerco di fuggirla o di giustificarla, oppure dico che è naturale che ci sia. Tutto questo però è frutto della disattenzione. Ma quando dedico tutta la mia attenzione a quello che chiamo violenza, e in questa attenzione c’è riguardo, affetto, amore, allora dove è più lo spazio in cui può entrare la violenza?

23.

 

È possibile porre fine alla violenza?

Che cos’è secondo voi la violenza? È davvero molto interessante chiedersi se un essere umano che viva in questo mondo possa smettere di essere violento. Alcuni gruppi sociali, alcune comunità religiose, hanno cercato di smettere di uccidere gli animali. E altre persone sono arrivate perfino a dire: “Visto che non volete uccidere gli animali, allora perché distruggete i vegetali?”. Andando avanti di questo passo, arrivate ad un punto in cui non potreste più esistere nemmeno voi. Dove traccerete allora la linea di demarcazione? La traccerete arbitrariamente, basandovi sui vostri ideali, sulle vostre immaginazioni, sulle vostre regole, sul vostro carattere, sul vostro condizionamento? Direte: “Arrivero fin lì, ma non andrò oltre”?

Che differenza c’è tra la rabbia e la violenza di una persona e la violenza organizzata di una società, che mette in piedi e mantiene un esercito per andare a distruggere un altro gruppo sociale? Quando parlate di violenza, a quale forma di violenza vi riferite? Oppure vorreste scoprire se l’essere umano possa mai liberarsi dalla violenza, da tutta quanta la violenza e non da qualche suo aspetto particolare?...

Sappiamo che cos’è la violenza; non abbiamo bisogno di parole per descriverla o di azioni per manifestarla. Dopo secoli di cosiddetta civilizzazione io sono ancora un essere umano violento, un essere umano nel quale gli istinti animali sono ancora molto forti. Allora da dove comincio a prendere in considerazione la violenza? Comincio dalla periferia, cioè dalla società, oppure comincio dal centro, cioè da me stesso? Tu vieni a dirmi che devo smettere di essere violento, perché la violenza e una cosa brutta. Me lo spieghi in tutti i modi e io mi rendo conto che la violenza negli esseri umani è una cosa terribile, sia che esploda fuori di noi o dentro di noi. Ma allora, è possibile eliminarla?

24.

 

La causa fondamentale del conflitto

Per avere la pace nel mondo, non pensate che basti desiderarla., se poi nelle vostre relazioni quotidiane siete aggressivi, possessivi e alla costante ricerca di sicurezza in questa vita o nell’altra. Dovete capire qual e la causa fondamentale del conflitto, del dolore e toglierla di mezzo. Non vi basta mettervi a cercare la pace fuori di voi. Ma, vedete, noi siamo molto pigri. Siamo troppo pigri per prenderci la responsabilità di capire noi stessi e questa tremenda pigrizia, che in realtà e una forma di presunzione, ci fa pensare che spetti ad altri risolvere il problema e procurarci la pace.

Oppure pensiamo che basti togliere di mezzo quelle persone, che a quanto sembra non sono nemmeno tante, che hanno il potere di scatenare le guerre. Quando una persona e in conflitto dentro di sé, semina il conflitto anche fuori di sé. Solo noi possiamo portare la pace in noi stessi e nel mondo, perché noi siamo il mondo.

25.

 

Rendetevi conto che siete violenti

Gli aniimali sono violenti. E anche gli esseri umani sono violenti, perché provengono dal mondo animale. Fanno parte del loro essere la violenza, la rabbia, la gelosia, l’invidia, la ricerca del potere e di una posizione di prestigio. Vogliono dominare; sono aggressivi. L’essere umano e violento, come dimostrano migliaia di guerre, e ha sviluppato un’ideologia a cui ha dato il nome di “non-violenza”... Così, quando esplode effettivamente la violenza, come quando scoppia una guerra tra due nazioni, tutti quanti tirano in ballo questa “non-violenza”; un ideale che piace a tutti. Ora, quando siete violenti e tuttavia nutrite un ideale di non-violenza, siete in conflitto. Il vostro continuo cercare di diventare non-violenti fa parte del conflitto. Vi imponete una disciplina che vi impedisca di essere violenti; e anche questo è conflitto, è attrito. Così, quando siete violenti e tuttavia perseguite un ideale di non-violenza, rimanete essenzialmente violenti. La prima cosa da fare non è cercare di diventare non-violenti, ma rendervi conto che siete violenti. È vedere la violenza per quello che è, senza cercare di interpretarla, di disciplinarla, di sopraffarla, di reprimerla; dovreste guardarla come se la vedeste per la prima volta, cioè senza la minima interferenza del pensiero. Ho gia spiegato che cosa voglia dire guardare un albero con innocenza, guardarlo senza farsene alcuna immagine. Ed è proprio così che dovreste guardare la violenza, cioè lasciando da parte l’immagine che la parola stessa evoca. Quando guardate la violenza senza che intervenga il minimo movimento del pensiero, la vedete per la prima volta e quindi la guardate con innocenza.

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Libertà dalla violenza

Potete vedere il fatto della violenza, non solo fuori di voi ma anche dentro di voi, senza che si frapponga il tempo tra la percezione e l’azione? Questo comporterebbe che nel momento stesso in cui percepite la violenza, ne sareste liberi. Ne sareste completamente liberi, perché non avreste consentito né al tempo, né ad un’ideologia di intervenire.

Naturalmente non basta che siate piu o meno d’accordo a parole con tutto questo; avete bisogno di meditare profondamente su queste cose. Noi non ascoltiamo mai; la nostra mente, le cellule del nostro cervello sono talmente condizionate dall’ideologia che abbiamo costruito intorno alla violenza, che ci è impossibile guardare direttamente il fatto della violenza. Lo guardiamo attraverso lo schermo di un’ideologia e quindi facciamo intervenire il tempo. Ma nel momento in cui consentite al tempo di intromettersi, impedite che la violenza scompaia. Continuerete a tenervi la violenza, mentre predicate la non-violenza.

27.

 

La causa principale della violenza

La causa principale della violenza consiste nel fatto che ognuno di noi, dentro di sé, psicologicamente, cerca continuamente la sicurezza. Ognuno di noi vuole sentirsi sicuro psicologicamente, vuole sentirsi interiormente protetto e questa esigenza interiore alimenta una costante richiesta di sicurezza anche fuori di noi. Tutti quanti interiormente vogliamo delle certezze. Per questo ci sono tutte quelle leggi che riguardano il matrimonio, per consentirci di possedere un uomo o una donna mediante una relazione che non rimanga confinata nell’incertezza. E quando questa relazione viene messa in discussione, diventiamo violenti, perché dentro di noi, nella nostra psiche, c’è l’esigenza costante di avere relazioni stabili con qualsiasi cosa. Ma la stabilità, la certezza non esistono in alcuna relazione. Interiormente, psicologicamente, ci piacerebbe essere sicuri, ma non esiste una sicurezza che duri in eterno...

Tutto questo contribuisce a scatenare la violenza, che è tanto diffusa in ogni parte del mondo. Credo che chiunque abbia osservato, anche solo superficialmente, quello che sta succedendo nel mondo, specialmente in questo sfortunato Paese, possa vedere e scoprire dentro di sé, anche senza un grande impegno intellettuale, tutto quello che, proiettato all’esterno, diventa la causa di una spaventosa brutalità, insensibilità, indifferenza, violenza.

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Il fatto e che siamo violenti

Vediamo tutti l’importanza di porre fine alla violenza. Ma come faccio a liberarmi personalmente dalla violenza, non solo da quella che si manifesta all’esterno, ma da tutta quanta la violenza che mi porto dentro? Visto che l’ideale della non-violenza non libera la mente dalla violenza, mi aiuterà a eliminarla l’analisi delle cause della violenza?

In fondo questo e uno dei più grossi problemi che ci opprimono. Tutto il mondo è in preda alla violenza, e dilaniato dalle guerre; la struttura stessa della nostra società, che tende costantemente ad accumulare, e fondamentalmente violenta. E se voi ed io dobbiamo essere personalmente liberi dalla violenza, completamente liberi e non liberi a parole, allora che cosa dobbiamo fare senza cadere in un profondo egoismo?

Capite il problema? Se per liberare la mente dalla violenza metto in pratica una disciplina che pretende di controllare la violenza pertrasformarla in “non-violenza”, certamente alimenterò pensieri e azioni egoistiche, perché la mia mente sarà continuamente impegnata a cercare di eliminare qualcosa per acquisire qualcos’altro. Tuttavia mi rendo conto di quanto è importante che la mente sia del tutto libera dalla violenza. Allora che devo fare? Non si tratta di sapere come fare a non essere violenti. Il fatto è che siamo violenti e chiedersi: “Come faccio a non essere violento?” crea un ideale che, secondo me, è del tutto inutile. Mentre, se fossimo capaci di guardare la violenza e di comprenderla, allora forse potremmo toglierla completamente di mezzo.

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Distruggere l’odio

Il mondo costruito sull’odio sta raccogliendo ora le sue messi. È lì da vedere. Questo mondo di odio è stato costruito dai nostri padri e dai loro antenati; e anche noi vi abbiamo contribuito. L’ignoranza affonda le sue radici in un lontanissimo passato. Questo mondo di odio non si e formato per conto suo; è il risultato dell’ignoranza umana, è il frutto di un processo storico. Anche noi abbiamo contribuito all’opera dei nostri antenati e dei loro progenitori per mettere in moto questo processo di odio, di paura, di avidità. E ora noi facciamo parte di questo mondo finché accettiamo il modo in cui funziona.

Il mondo è l’estensione di voi stessi. Se davvero desiderate distruggere l’odio, allora dovete smettere di odiare. Se volete distruggere l’odio, dovete smettere di alimentarlo nei suoi aspetti più sottili o più grossolani. Finché vi lascerete prendere dall’odio, farete parte di un mondo di ignoranza e di paura. il mondo è un’estensione di voi stessi, è una duplicazione, una moltiplicazione di voi stessi. Il mondo non esiste separatamente dalle persone che lo costituiscono: può esistere come idea, come stato, come organizzazione sociale, ma per formulare quell’idea, per far funzionare un’organizzazione sociale o religiosa, sono necessarie le persone. La loro ignoranza, la loro avidità, la loro paura tengono in piedi la struttura dell’ignoranza, dell’avidità, dell’odio. Se la persona cambia, ci sarà un cambiamento anche in questo mondo di avidità e di odio?... Il mondo è la riproduzione della. vostra incapacità di riflettere, della vostra ignoranza, del vostro odio, della vostra avidità. Se foste seri, attenti, consapevoli, non solo non avreste piu nulla a che fare con le brutalità che generano dolore e sofferenza, ma trovereste nella vostra comprensione interezza e pienezza.

30.

 

Voi diventate quello contro cui combattete

Voi diventate quello contro cui combattete... Se io mi arrabbio e anche tu ti arrabbi, che risultato otterremo? Un’arrabbiatura ancora più grande. Tu diventi quello che sono io. Se io sono cattivo e tu a tua volta mi affronti con cattiveria, questo significa che anche tu sei cattivo, per quanto tu possa credere di essere nel giusto. Se io sono brutale e tu per sopraffarmi usi metodi brutali, anche tu sei brutale quanto me. Siamo andati avanti così per migliaia di anni. Esiste una maniera diversa di porsi di fronte all’odio che non sia quella di contrapporgli altro odio? Se per calmare la rabbia che esplode dentro di me uso la violenza, mi sto servendo di un mezzo sbagliato per conseguire un fine giusto, ma in questo modo il fine giusto scompare. In questo modo di agire non c’è comprensione, non c’è alcuna possibilità di trascendere la rabbia. La rabbia va pazientemente studiata e capita; non può essere messa da parte con la violenza. La rabbia può essere l’effetto di un’infinità di cause; sono queste che vanno capite, altrimenti la rabbia non se n’andrà mai.

Noi abbiamo creato il nemico, il bandito, e a nostra volta siamo diventati i nemici; così non sarà mai possibile porre fine all’inimicizia. Dobbiamo capire la causa che crea l’inimicizia e smettere di alimentarla con i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre azioni. Questo è un compito veramente difficile, che richiede costante consapevolezza di sé ed un’intelligenza estremamente flessibile. La società, lo stato sono l’esatta espressione di quello che siamo noi.

Il nemico e l’amico sono il frutto del nostro modo di pensare e di agire. Noi siamo responsabili dell’inimicizia che creiamo; quindi è molto più importante essere consapevoli di quello che pensiamo e facciamo, piuttosto che preoccuparci dei nemici e degli amici, perché solo pensando in maniera corretta porremo fine a qualsiasi divisione. L’amore e al di là sia dell’amico che del nemico.

 

 

 

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