La quiete di Epicuro (Corrado Colorno)

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La quiete di Epicuro (Corrado Colorno)
Malintesi ed etica dell'alfa privativo

di CORRADO COLORNO


 

"me pinguem et nitidum bene curata cute vises
cum ridere voles, Epicuri de grege porcum"

(Orazio, Epist., I, 4)

L'ironia che Orazio rivolge a se stesso, mentre si definisce come uno che va ad iscriversi nelle fila della saggezza epicurea, puntando l'attenzione prevalentemente sull'aspetto godereccio, per così dire, della dottrina, non dice tutta la complessità dell'etica insegnata da Epicuro.
Del resto Orazio non intende esporre che principi generali - e non dottrinali - all'amico Albio Tibullo, allo stesso modo in cui esorta al carpe diem o rivendica l'aurea mediocritas. Orazio recepisce delle suggestioni che influenzavano i poeti del circolo di Mecenate. Una assai diversa sensibilità lo anima rispetto a Lucrezio, che ci ha tramandato la più compiuta esposizione dell'epicureismo in ambito romano.
I sistemi filosofici dell'ellenismo si configurano in parte come regole pratiche del buon vivere, in parte rielaborano le eredità platonica e aristotelica, assimilandone alcune istanze e polemizzando con altre. Se vogliamo fare un breve confronto, ciò che resta più lontano dalla modernità è comunque la concezione del bene come virtù e piacere, razionalmente individuabili e saldati in una unità coincidente con la piena realizzazione della natura umana. Oggi sembra del tutto fuori luogo credere e far credere che nel mondo lacerato da sempre più profonde differenze sociali (anche nel cosiddetto primo mondo) ciascuno può realizzare il proprio piacere sapendosi accontentare di ciò che si ha, ma in fondo anche filosofie ellenistiche confortavano le differenze sociali lasciandole così com'erano.
Non veramente diffuso a livello popolare, l'epicureismo arrivava nella satira e nel pensiero comune in forme becere e immediate, di elogio e pratica del piacere sensibile fine a se stesso.
Una contestualizzazione storica suggerisce di affiancare, almeno cronologicamente, l'epicureismo alla nascita delle filosofie stoica, scettica, cinica, cioè a quelle forme di pensiero che prediligono l'aspetto etico rispetto a quello teoretico, proprio delle filosofie precedenti, come il platonismo o l'aristotelismo, e pratico (o pratico-politico).
La creazione e istituzionalizzazione di scuole, il prestigio dei maestri di filosofia erano un punto di riferimento nel mondo ellenistico, considerati come modelli di comportamento oltre che di insegnamento, ed essi esercitavano, nelle vesti di guida spirituale, la pratica dei giovani che per la propria formazione volevano accedere al più alto livello di preparazione ed elevarsi al di sopra della massa degli stolti. Trasmettendo una sapienza su "come vivere", la scuola fornisce così un riferimento per la definizione dell'identità, un luogo in cui un gruppo abbastanza ristretto può riconoscersi e condividere dei valori, primo fra tutti l'amicizia, le scelte intellettuali e di vita.
Nell'ellenismo, con la specializzazione dei saperi, la formazione di circoli, la condivisione di principi e valori, il saggio si allontana dal contesto politico e si ritira ai margini, inseguendo un'ideale serenità o allontanamento dagli affanni del vivere, una felicità "privata". A differenza dello stoicismo e dello scetticismo, infatti, proprio l'epicureismo resta sempre piuttosto marginale e passa indenne nel mondo romano attraverso le epoche, i poteri e i climi culturali, rigidamente cristallizzato nell'insegnamento del suo fondatore e per sua natura poco adatto a farsi coinvolgere nelle istanze politiche e del potere, restando legato a ristretti circoli aristocratici. L'epicureismo, poco permeabile, arriva ad estinguersi senza aver subito sostanziali modifiche e adattamenti. Lucrezio riprende organicamente il pensiero di Epicuro invocando pace e serenità per i Romani oramai pericolosamente vicini alla guerra civile, facendo leva sulla saggezza che deriva dalla giusta conoscenza delle cose, che si dovrebbe seguire, poiché realizza la virtù e perché cancella le superstizioni che inducono gli uomini all'errore e ad atti empi, a scelte sbagliate, "suicide" diremmo noi.

Le dottrine etico-pratiche, dunque, si concentrano sul raggiungimento della serenità stabile: il piacere dell'epicureo è affare abbastanza complesso e si definisce per sottrazione e negazione: il piacere è assenza di dolore. Vivere saggiamente è esercizio continuo di saggezza pratica o prudenza (phronesis), che conduce al mantenimento costante del piacere catastematico, frutto di una pratica non irriflessa ma, appunto, risultato dello sforzo, del calcolo, di comprendere quale sia la gioia stabile dell'esistenza, non la soddisfazione effimera, ma il risultato dell'eliminazione del dolore e di ciò che lo provoca. La vita umana è afflitta da timori e false credenze che la costringono entro i lacci dell'angoscia e della paura, ma dai quali la riflessione razionale può aiutare a svincolarsi, e giungere a vedere la realtà o verità delle cose, meno spaventosa dei frutti della nostra immaginazione.
La filosofia, il percorso di sapienza è, in altre parole, un mezzo per raggiungere la felicità, l'eudaimonia degli antichi, il buon equilibrio della vita, la lontananza dal male, sia esso il dolore fisico (a-ponia) o i tormenti dell'anima (a-tarassia). Il "buon demone" è dunque assenza di fatica, afflizione e una sorta di calma piatta, senza scuotimenti, agitazioni, ansie; detto altrimenti, un piacere caratterizzato dall'alfa privativo. Il saggio non si fa perciò trascinare dagli eventi, ma decide in libertà del proprio destino, secondo il calcolo (logismos, attività razionale) e l'inclinazione, compie scelte valutando cosa sia il piacere duraturo e se valga la pena sopportare un male passeggero in vista di un bene più grande.
Il valore della scelta epicurea risiede soprattutto nella gnoseologia, che, con il suo empirismo e la lontananza da qualsiasi metafisica trascendente, libera l'uomo dalla superstizione, da timori infondati, per pervenire alla serenità necessaria per affrontare prove "insuperabili", che riempiono gli uomini di terrore, come la morte, o dagli errori di valutazione che possono avere nefaste e tragiche conseguenze, quale l'assurdo sacrificio di Ifigenia, come si legge in Lucrezio, e servire da esortazione per evitare catastrofi collettive come la guerra. Non credere a ciò che è vano e falso significa non prestare fede a null'altro che alla propria percezione, senza trarre conclusioni (elaborare opinioni) non supportate da essa.
Riguardo a come affrontare la morte ecco il celebre passaggio della Lettera a Meneceo:

"il più terribile dei mali, dunque, la morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c'è, e quando essa sopravviene noi non siamo più. Essa non ha alcun significato né per i viventi né per i morti, perché per gli uni non è niente, e, quanto agli altri, essi non sono più... Abituati a pensare che la morte non è nulla per noi, perché ogni bene e ogni male risiede nella facoltà di sentire, di cui la morte è appunto privazione. Perciò la retta conoscenza che la morte non è niente per noi rende gioiosa la stessa condizione mortale della nostra vita."
(Epist. a Meneceo 125,124)


 

Vulgata redatta dallo stesso Epicuro, prontuario di massime e regole da imparare mnemonicamente anche per chi non possa seguire in profondità la speculazione fisica e gnoseologica, la Lettera è un compendio che l'autore stesso raccomanda di mandare a memoria per fare fronte ad ogni frangente ricorrendo alla dottrina. Come si è detto, il piacere è assenza, la "retta conoscenza" è negazione: affidarsi completamente alla sensazione evita di cadere in errore, libera dalla paura e concede la tranquillità, vale a dire il piacere duraturo.
Ma bisogna distinguere: la dottrina indica diversi tipi di piaceri o desideri: Epicuro considera "naturali e necessari quei piaceri che portano alla soppressione del dolore, per esempio bere quando si ha sete; naturali e non necessari quelli che rendono vario il piacere senza però comportare la cessazione di una sofferenza, per esempio il desiderio di cibi opulenti; non naturali e non necessari quelli, ad esempio, di corone e statue in proprio onore". (Massime Capitali XXIX). Siamo così lontani dalla volgarizzazione che vorrebbe vedere nell'epicureo il porcello liscio e ben nutrito votato alla crapula.
Le tesi esposte nell'Epistola a Meneceo riprendono alcuni precetti del cosiddetto tetrafarmakon sintesi minima, estrema, del pensiero di Epicuro, dove si ribadisce che la morte non è niente per noi, si afferma che il piacere è sempre raggiungibile, e che il dolore è sempre sopportabile perché o è intenso, e allora dura poco, o non lo è, e allora ci si abitua. Per una beffa del destino (ma egli non avrebbe accettato questa determinazione) (1), sembra che Epicuro abbia sofferto di una lunga e dolorosa malattia, sopportando questo male fino alla fine con grande forza d'animo, sorretto dalle proprie teorie.

Note

1. "E in verità sarebbe meglio credere ai miti sugli dei che non rendersi schiavi di quella necessità che predicano i fisici; quel mito infatti offre una speranza con la possibilità di placare gli dei con onori, mentre nel fato vi è una necessità implacabile." (Epist. a Meneceo 133-134)

Da: http://magazine.enel.it/golem/Puntata25/articolo.asp?id=1147&num=25&sez=329&tipo=
&mpp=&ed=&as=

 

 

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