Opera arcana della filosofia ermetica, 1623 (Jean D'Espagnet)

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Il Sito di Gianfranco Bertagni

 

"La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano"
(Bayazid al-Bistami)

"Chi non cerca è addormentato, chi cerca è un accattone"
(Yun Men)

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Opera arcana della filosofia ermetica, 1623 (Jean D'Espagnet)


 

1. Il principio di questa scienza divina è il timor di Dio: il fine la carità e l'amore del prossimo. Una tal messe aurea sia consacrata a costituire e dotar Templi ed Ospitali, affinché ciò che da Dio vien concesso torni, bene accetto, a Dio: ed anche sia aiuto alla patria in pericolo, libertà ai tenuti in carcere o in prigionia, e dagli affetti da povertà sia cercato come sollievo.

 

2. Il dono di questa scienza è dono di Dio, che egli largisce a chi vuole, per grazia. Nessuno dunque si volga allo studio di tale scienza, senza aver prima purificato il cuore e, liberato dall'amore e dal desiderio delle cose mondane, essersi votato completamente a Dio.

 

3. La Scienza del fabbricare la Pietra dei Filosofi è perfetta conoscenza della universa Natura e dell'arte intorno al regno dei metalli, il cui procedere è nell'investigare analiticamente i principi dei metalli e, resili ancor più perfetti di quel che prima non fossero, si risolve nel riunirli nuovamente, affinché ne possa risultare una medicina universale assai potente per sanare i metalli imperfetti e i corpi malati, di qualunque genere siano.

 

4. Coloro i quali occupano pubblici onori e cariche, od anche badano continuamente ad occupazioni private e necessarie, non si affannino verso l'altissima vetta di questa filosofia: essa infatti desidera l'uomo completamente per sé, e, trovatolo, se ne impossessa: impossessatasene lo tien lontano da ogni seria e lunga occupazione, reputando estranee tutte le altre cose e considerandole un nulla.

 

5. Lo studioso di questa dottrina liberi l'animo da tutte le prave tendenze, massimamente dalla superbia, che è abominio del Cielo e porta dell'inferno, preghi frequentemente; eserciti opere di carità; poco badi alle cose del Mondo; fugga le riunioni degli uomini; sia costantemente tranquillo, affinché la Mente nella solitudine possa più liberamente pensare ed elevarsi più in alto: se, infatti, non è accesa da un raggio di divina luce non penetrerà gli arcani della verità.

 

6. Gli Alchimisti che con le loro innumerevoli sublimazioni, distillazioni, soluzioni, congelazioni, con la molteplice estrazione di spiriti e tinture e con altre operazioni più sottili che utili, avvezzarono gli animi loro e attraverso vari errori, quasi carnefici, lo distrassero, mai torneranno con la loro propria mente alla semplice via della Natura ed alla luce della verità, da cui li allontanò la troppo laboriosa acutezza loro, e per giri simili a Sirti sommerse le loro menti intricate; una sola speranza di salvezza resta loro: trovare una guida ed un fido precettore, che, liberati i loro occhi dalle tenebre, renda loro visibile il puro Sole.

 

7. Lo studioso novizio, perspicace d'ingegno, costante di animo, ardente dello studio della filosofia, abbastanza perito della Fisica, puro di cuore, integro di costumi, assai devoto a Dio, seppur ignaro del modo di procedere della Chimica, fidente entri nella regia via della Natura, apra i libri dei candidi filosofi, si cerchi un ingegnoso e studioso compagnone e non disperi di veder attuato il suo desiderio.

 

 8. Si guardi assai bene lo studioso dell'arcano dalla lettura e dal frequentare gli pseudo filosofi, perché nulla è più pericoloso per chi apprende una qualunque scienza che trattare con una mente imperita od ingannatrice, dalla quale vengano inculcati dei principi falsi per veri con cui in buona fede un animo candido si imbeve di falsa dottrina.

 

9. L'amatore della verità usi pochi autori ma di ottima qualità e di provata fede; consideri sospette le cose facili a comprendersi, massimamente nei nomi mistici e nelle operazioni arcane; la verità infatti si nasconde nelle cose oscure; né mai i filosofi scrivono più ingannevolmente che quando scrivono apertamente, né più realmente che quando scrivono oscuramente.

 

10. Fra gli autori di miglior forma, che acutamente e veracemente trattarono degli arcani fisici e della filosofia occulta, secondo me tengono il primo posto fra gli antichi Ermete e Morieno Romano; fra i contemporanei il compagno Trevisano e Raimondo Lullo, per me venerabile al di sopra di tutti: quel che infatti questo acutissimo dottore omise, quasi nessuno disse: consulti dunque lo studioso, anzi dopo aver più volte letto riapra il suo testamento più antico ed anche il Codicillo, come per trovarvi legato qualcosa di insigne pregio: aggiunga a questi due volumi l'una e l'altra pratica del medesimo Lullo; da tali opere si può cavar fuori tutto ciò che si desidera, specialmente la verità della materia, il grado del fuoco ed il regime del tutto, cose con cui tutta quanta l'opera si risolve, ed anche ciò che gli antichi con troppa cura si affannarono ad occultare. Le cause occulte delle cose, ed i moti segreti della Natura in nessun luogo sono mostrati più chiaramente e più fedelmente. Lullo poco vi mise intorno alla prima e mistica Acqua dei Filosofi, ma quel poco è assai significativo.

 

11. Invero di quell'Acqua limpida da molti cercata, da pochi trovata, che pure è dinanzi agli occhi di tutti, di cui tutti si servono, che è la base dell'opera filosofica, il nobile Polacco, forte non meno di dottrina che di ingegno, Anonimo, il cui nome nullameno mostrò un duplice anagramma, nel suo nuovo lume chimico, in Parabola ed Enigma, ed anche nel suo trattato intorno al solfo, di quell'Acqua, dicevo, trattò diffusamente e sottilmente; intorno ad essa, anzi, manifestò ogni cosa tanto chiaramente che, per chi desideri di più, non c'è nulla da aggiungere.

 

12. I filosofi si esprimono con tipi e figure enigmatiche, come con un discorso muto, più liberamente e più significativamente che non a parole. Servano di esempio la tavola di Senio, le pitture allegoriche del Rosario, le figure di Abramo Ebreo, presso Flamel, e fra i più recenti, gli emblemi del dottissimo Michele Maier, in cui i misteri degli antichi sono racchiusi tanto abbondantemente che pongono vicina ai nostri occhi ed assai bene in vista, quasi nuova visione, la verità antica e lontana da anni.

 

13. Chiunque afferma che l'Arcana Pietra dei Filosofi è al di fuori delle forze della Natura e dell'arte è del tutto cieco, poiché non conosce il Sole e la Luna.

 

14. Dell'occulta materia della loro Pietra, i Filosofi scrissero la stessa cosa in diversa maniera, sicché i più, pur dissentendo a parole, sono concordi nella sostanza, né la loro differente maniera di parlare accusa la scienza di ambiguità o falsità, poiché una medesima cosa può esprimersi in più lingue, con multiforme carattere ed anche può dirsi una o molteplice, a seconda dei casi.

 

15. Lo studioso lettore faccia attenzione alle varie interpretazioni delle parole, poiché i filosofi, con ingannevoli tortuosità e con parole a doppio senso, ed il più delle volte perfino di senso opposto, spiegano i loro misteri, con grande cura di complicare ed occultare la verità ma non di alterarla o distruggerla. Così i loro scritti abbondano di voci ambigue ed omonime: ché in nulla tanto si accaniscono quanto nel celare il loro ramo d'oro

cui tutto il bosco copre
ed ombre chiudono con oscure convalli
(En. VI, 138, 139)

 

e che non cede ad alcuna forza, ma facilmente e volentieri si lascia prendere da colui che

 

i materni uccelli riconosce,

(En. VI, 193)

 

e cui due colombe venner dal ciel volando
avanti a lui
(En. VI, 190, 191)

 

16. Chiunque cerca al di là della Natura dei metalli l'arte di risanare e moltiplicare i metalli imperfetti, è sulla via dell'errore, poiché dai metalli bisogna ricercare la specie metallica, come dall'uomo l'umana e dal bove la bovina.

 

17. Bisogna dire che i metalli non si possono moltiplicare per istinto o con le forze della sola natura; pertanto è lecito affermare che una virtù moltiplicativa si cela nel profondo di essi e che tale virtù si manifesta per opera dell'arte. In tale opera, la natura ha bisogno dell'aiuto dell'arte, e l'una e l'altra assolvono il tutto.

 

18. I corpi perfetti sono dotati di un seme più perfetto, e così sotto la dura scorza dei metalli perfetti si cela un seme perfetto, e chi sa estrarlo per mezzo di una soluzione filosofica è entrato nella via regia, poiché

nell'oro

sono i semi dell'oro, sebbene nascosti si ritirino più lontano

(Augur. Chrysop. lib. I)

 

19. La maggior parte dei filosofi ha affermato che la loro opera regia è composta completamente dal Sole e dalla Luna. Ad altri piacque aggiungere al Sole Mercurio: alcuni scelsero il solfo ed il mercurio: parecchi attribuirono una non esigua parte, in sì grande opera, al sale della Natura misto a quei due metalli. Essi medesimi dichiararono che la loro pietra si crea ora da una cosa soltanto, ora da due, da tre, da quattro e perfino da cinque, poiché in tale vario modo scrivono della medesima cosa, ma vogliono dire sempre lo stesso.

 

20. Noi, per agire, tolte le insidie, candidamente ed in buona fede, sosteniamo che tutta I'opera si conduce a termine con due soli corpi, cioè il Sole e la Luna, preparati secondo il rito. Questa infatti è una pura generazione che si attua attraverso la Natura, con l'arte come ministra, in cui si verifica l'unione del maschio e della femmina, donde nasce una prole assai più nobile dei genitori.

 

21. É pertanto necessario prendere quei corpi che hanno una verginità intemerata ed incorrotta, vivi ed animati, non morti quali sono quelli trattati dal volgo; chi infatti può attendersi la vita dai morti? Corrotti poi si chiamano quei corpi che hanno subito l'unione; morti invero quelli che, spinti dal sommo tiranno del mondo, sparsero l'animacol sangue nel martirio: fuggi il fatricida, dal quale è costante il pericolo durante tutta l'operazione.

 

22. Il Sole è il maschio e perciò emette il seme attivo ed informante; la Luna è la femmina che si chiama matrice e vaso della Natura, perché accoglie nel suo utero il seme del maschio, e lo alimenta col suo mestruo. Essa tuttavia non è del tutto priva di virtù attiva; essa infatti, presa per prima dalla furia amorosa, monta il maschio finché non avrà ottenuto da lui le estreme delizie di Venere ed un seme fecondo; né desiste dall'amplesso, finché, resa pregna, non si ritira lentamente.

 

23. Col nome di Luna i filosofi non intendono la Luna volgare, che nelle loro operazioni fa le parti del maschio anche nel connubio; perciò nessuno presuma di tentare una unione empia e contro natura di due maschi, né da una tale unione abbia speranza di prole; ma Gabrizio a Beia, il fratello alla sorella

con stabile connubio unisca, e dedicherà la propria,

affinché ne derivi il generoso figlio del Sole.

 

24. Per coloro per i quali la materia della Pietra sono il Solfo ed il Mercurio, il nome di Solfo indica il comune Sole e Luna, quello di Mercurio indica la Luna dei filosofi: così, allontanato il fuoco, il pio Lullo consiglia l'amico di non operare se non con Mercurio e Luna per argento e Mercurio e Sole per oro (cap. 62 del Primo Testamento).

 

25. Nessuno perciò sbagli aggiungendo ai due un terzo, poiché Amore non ammette un terzo e con due si conchiude il connubio; un Amore che oltrepassi tale limite è adulterio, non matrimonio.

 

26. Un amore spirituale tuttavia non viola una vergine; perciò Beia poté, senza peccare, prima della fede data a Gabrizio contrarre un amore spirituale per divenire più alacre, più candida e più atta alle cose coniugali.

 

27. La procreazione dei figli è il fine di un legittimo matrimonio, ma affinché possa nascere un figlio più robusto e più forte, l'uno e l'altro dei coniugi si mondi di ogni macchia prima di ascendere insieme il letto nuziale e nulla abbiano con sé di estraneo e di superfluo, poiché da un puro seme deriva una pura generazione, e così si consumerà il casto connubio del Sole e della Luna quando saranno entrati nel talamo d'amore, e quella adulandolo si sarà presa l'anima del coniuge; da tale unione nascerà un Re potentissimo, che avrà per padre il Sole e per madre la Luna.

 

28. Chi cerca la tintura fisica al di 1à del Sole e della Luna, perde l'olio e l'opera; infatti il Sole produce una magnifica tinta rossa e la Luna una bianca; queste due soltanto, infatti, si dicono perfette, perché risultano di sostanza di purissimo Solfo perfettamente ripulita dall'ingegno della Natura. Tingi dunque il tuo Mercurio con uno di questi Luminari; prima che tinga, infatti, occorre che sia tinto.

 

29. I metalli perfetti contengono in sé due cose che possono comunicare ai metalli imperfetti: la tintura e la fissazione: essi infatti, poiché sono tinti e fissati con puro Solfo, cioè in bianco e rosso, così tingono e fissano perfettamente, se sono stati bene preparati con il loro proprio Solfo e Arsenico; diversamente, non hanno la forza di moltiplicare la loro tintura.

 

30. Il solo Mercurio fra i metalli imperfetti è adatto a prendere la tintura del Sole e della Luna nell'opera della Pietra filosofale, affinché egli stesso, assai ricco di tintura, possa tingere abbondantemente gli altri metalli. Tuttavia dev'essere prima impregnato di solfo insolubile, affinché sia più largamente imbibito dalla tintura dei corpi perfetti e la comunichi con larghezza.

 

31. Tutta quanta la plebe dei filosofanti suda ed assai si affanna per estrarre la tintura dall'Oro; essi credono, infatti, che si possa separare la tintura dal Sole e, separatala, aumentarne la virtù; ma

alla fine la speranza deluse gli agricoltori con spighe vuote.

(Virgilio, Georg.)

Non è infatti possibile separare completamente la tintura Solare dal suo corpo naturale, poiché non può esservi alcun corpo elementare fatto dalla natura più perfetto dell'Oro, la cui perfezione deriva dalla forte e indissolubile unione del Solfo puro e tingente con il Mercurio, costituendo questa unione l'ottima preparazione secondo Natura, e la Natura non permette all'arte una loro reale separazione: ché, se un qualche liquido permanente si estrae dal Sole, liquefatto per forza di fuoco o di acque, oppure una porzione di corpo disciolto per forza, non deve ritenersi separazione della tintura. La tintura infatti segue il suo corpo, né mai da esso si separa. Essa è illusione d'arte ignota agli stessi artefici.

 

32. Si conceda pure che la tintura si può separare dal suo corpo, bisogna però dire che non si può separare senza la corruzione del corpo e della tintura. Infatti, quegli artisti attaccano l'Oro con il fuoco che distrugge la fusione della Natura, e con acque forti che corrodono piuttosto che sciogliere. Così è logico che il corpo spogliato della sua tintura e del suo vello d'oro divenga affatto guasto, e, come peso inutile, diventi dannoso per il suo artefice, ed è logico anche che la tintura corrotta operi di meno.

 

33. Introducano pure essi la loro tintura nel Mercurio od in qualunque altro corpo imperfetto, ed assai strettamente li uniscano secondo le forze dell'arte, tuttavia due volte saranno delusi nelle loro speranze; prima perché al disopra delle forze e del peso della Natura la tintura né penetrerà né tingerà; perciò nessun guadagno ne deriverà, con cui risarcire le spese e la iattura di un corpo spogliato ed abbietto, così:

Quando il lavoro è in danno cresce la miseria mortale.

In secondo luogo quella tintura straniera, applicata ad un corpo estraneo, non darà una perfetta fissazione e permanenza sì da sopportare un forte esame e resistere a Saturno esploratore.

 

34. Lì dunque riportino il piede e risparmino tempo e spese gli studiosi dell'arte chimica che fino a questo punto hanno seguito con fiducia ciarlatani ed impostori simili e volgano realmente la loro mente all'opera filosofica, affinché, come i Frigi, non mettano giudizio troppo tardi ed alla fine non siano costretti ad esclamare con il Profeta: «altri sfruttarono la mia forza» (Osea, cap. 7).

 

35. Nell'opera filosofica si consumano più lavoro e tempo che spesa, poiché chi possiede la materia adatta deve ancora sopportare piccole spese, perciò coloro i quali vanno prima in cerca di grande quantità di danaro, e pongono nelle spese la meta dell'opera, si basano più sulle sostanze altrui che sulla propria arte. Si guardi dunque da tali predoni il novizio troppo credulo, perché quando promettono monti d'oro, tendono insidie all'oro: prima di andare chiedono il Sole, perché viaggiano nelle tenebre.

 

36. Come i naviganti che fra Scilla e Cariddi sono in pericolo da una parte e dall'altra, ad un pericolo non minore sono esposti coloro i quali, bramando la preda del vello d'oro, si portano fra i due scogli del Solfo e del Mercurio dei filosofi. I più perspicaci, con l'assidua lettura degli autori più seri e di buona fede e con l'irraggiamento del Sole hanno conseguita la conoscenza del Solfo, ma rimangono fissi sulla soglia del Mercurio dei filosofi, poiché gli scrittori lo hanno contorto con tanti giri e meandri e lo hanno mascherato con tanti nomi equivoci che si mostra a chi lo ricerca più facilmente per intuizione che per ragionamento e studio.

 

37. Per immergere più profondamente nelle tenebre il loro Mercurio, lo hanno moltiplicato, ed in ogni parte e regime dell'opera hanno stabilito il loro Mercurio, diverso tuttavia; né potrebbe conseguirne perfetta conoscenza quegli che ignorerà una qualche parte dell'opera.

 

38. In particolare, i Filosofi hanno riconosciuto un loro triplice Mercurio: cioè, dopo aver raggiunta la preparazione del primo grado e la sublimazione filosofica, allora lo chiamano loro Mercurio e Mercurio sublimato.

 

39. Poi, nella seconda preparazione, che è chiamata prima dagli autori che omettono la prima, quando già il Sole è reincrudato e risolto nella sua prima materia, il Mercurio, quando è di tal genere, viene propriamente detto dei corpi o dei filosofi; ed allora la materia si chiama Rebis, Caos, Mondo intero, in cui si trova tutto quanto è necessario all'opera, poiché quello soltanto basta per ottenere la Pietra.

 

40. A volte, poi, i filosofi chiamano, seppure impropriamente, loro Mercurio l'Elisir perfetto e la medicina tingente; infatti, il nome di Mercurio non conviene propriamente se non ad una cosa volatile; perché quel che si sublima in qualunque regime dell'opera, lo chiamano Mercurio. Ma l'Elisir, poiché è ben fisso, rifugge il semplice nome di Mercurio, perciò lo chiamarono loro Mercurio a differenza del volatile. La retta via per investigare e discernere tanti Mercuri si mostra soltanto a quelli

...cui benigno predilesse
Giove, o uno slancio di virtù sublime
portò alle stelle.
(En. VI, 129, 30, 31)

 

41. L'Elisir è detto Mercurio dei Filosofi a causa della somiglianza e della grande conformità che esso ha con il Mercurio celeste; questo, infatti, benché privo di qualità elementari, è ritenuto massimamente propenso ad influenzarle; questo Proteo versatile indossa ed accresce la natura ed il genio degli altri Pianeti, secondo l'opposizione, la congiunzione e l'aspetto. Similmente opera il bifronte Elisir; poiché privo di qualsiasi qualità propria, prende la qualità e la tendenza della cosa a cui si unisce, ed in modo mirabile ne moltiplica le virtù e le qualità.

 

42. Nella sublimazione filosofica del Mercurio, o prima preparazione, una fatica Erculea incombe nell'operante; senza l'Alcide, infatti, inutilmente Giasone avrebbe tentato la spedizione nella Colchide:

uno dei prìncipi dal noto vertice la dorata pelle mostra
perché tu possa prenderla;
l'altro ti mostra a quanto peso ti sottoponga.

(Ang. Chrjsop. lib. II)

 

La porta, infatti, è custodita da belve cornute, che senz'altro tengono lontani non senza danni quelli che si avvicinano; e soltanto le insegne di Diana e le colombe di Venere addolciranno la loro ferocia, se sei predestinato.

 

43. É chiaro che con questo carme il poeta ha indicato la qualità Naturale della Terra Filosofica ed il modo di coltivarla:

Il pingue suolo immediatamente, dai primi mesi

dell'anno, sconvolgano i forti tori

(Georg. I, 64-65)
Allora la gleba imputridita, con lo zefiro, si dissolve
(Georg. I, 44)

 

44. Quegli che chiama il Mercurio volgare Luna dei filosofi o loro Mercurio, o vuole ingannare, o si inganna. Infatti gli scritti di Geber (Cap. 4 par. tit. lib. 2 del Perfetto Magistero) ci insegnano che il Mercurio dei filosofi è argento vivo, non volgare.

 

45. L'esperienza concorda con l'opinione dei filosofi più autorevoli che quel Mercurio dei filosofi non è argento vivo in tutta la sua natura, né in tutta la sua sostanza, ma solo la media e pura sua essenza che da esso prese origine e fu creata.

 

46. Questo Mercurio dei filosofi viene chiamato in vari modi, ora vien detto acqua, ora terra, per diverse ragioni; anche perché scaturisce naturalmente dall'uno e dall'altra. Tale Terra è sottile, bianca, sulfurea; in essa si modellano gli elementi, e si semina l'oro filosofico. Tale Acqua è acqua della vita od ardente, acqua permanente, acqua limpidissima, acqua chiamata d'argento e d'oro. Questo Mercurio, invero, poiché ha in sé un proprio solfo, che artificialmente si moltiplica, merita d'esser chiamato solfo di Argento vivo. Infine questa sostanza preziosissima è la Venere Ermafrodita degli antichi, forte dell'uno e dell'altro sesso.

 

47. L'Argento vivo è in parte naturale, in parte innaturale; intrinseco ed occulto ha radice nella Natura, perché non può essere estratto se non attraverso una precedente purificazione ed ingegnosa sublimazione. Estrinseco è al di là della Natura ed accidentale. Separa dunque il puro dall'impuro, la sostanza dagli accidenti, e rendi manifesto l'occulto attraverso la via della Natura, altrimenti fermati, poiché questo è il fondamento di tutta quanta l'arte e l'opera.

 

48. Quel liquore secco e preziosissimo costituisce l'umido radicale dei metalli; perciò da alcuni degli antichi venne chiamato vetro; il vetro infatti si estrae dall'umido radicale fortemente attaccato alle ceneri, che non cede se non alla estrema fiamma. Pertanto il nostro Mercurio centrale si mostra per un benignissimo seppure più lungo fuoco di Natura.

 

49. Alcuni cercarono la Terra filosofica per calcinazione, altri per sublimazione, parecchi fra i vasi di vetro; alcuni fra il vetriolo ed il sale, quasi che si nascondesse fra i vasi naturali. Noi pertanto impariamo dal Profeta (Gen. cap. I) che in principio Dio creò il cielo e la terra. Ma la terra era inane e vuota e le tenebre erano sulla faccia dell'Abisso, e lo spirito di Dio si muoveva sulle acque e Dio disse: sia la luce, e la luce fu fatta e Dio provvide che la luce fosse buona, e separò le luce dalle tenebre ecc. La benedizione a Giuseppe, riportata dal medesimo profeta, basterà al sapiente: la terra di lui fu benedetta dal Signore pei frutti del cielo, per la rugiada e l'abisso sottostante, per i frutti che sono prodotti dal Sole e dalla Luna, e che nascono sui vertici degli antichi monti e per i frutti degli eterni colli. Dall'intimo del tuo cuore prega Dio, figlio, affinché ti sia largita una parte della terra benedetta.

 

50. L'Argento vivo fu inquinato dal peccato originale sl da riceverne due danni; contrasse l'uno dalla terra immonda, che si immischiò nella sua generazione ed aderì per congelamento: l'altro, simile all'idropisia, è dovuto ad acqua intercutanea, derivante dall'acqua grassa ed impura mista alla limpida, che non poté Natura separare per congelamento; e poiché è estranea fugge ad un tenue calore. Questa lebbra che infesta il corpo del Mercurio non è dalla sua radice e sostanza, ma accidentale, perciò è separabile da essa. La lebbra terrea si elimina attraverso un bagno umido ed un lavoro della Natura; quella acquea si volge in fuga col benigno fuoco generativo attraverso un bagno secco. Così attraverso una triplice abluzione e purificazione il Drago, spogliato delle antiche squame e della squallida veste, si rinnova.

 

51. Con due operazioni si conduce a termine la sublimazione filosofica del Mercurio: togliendogli ciò che è superfluo e introducendovi ciò che manca. Superflui sono gli accidenti esterni, che dalla fosca sfera di Saturno annebbiano il rutilante Giove: separa dunque l'emergente livore di Saturno, finché non ti arrida purpurea la stella di Giove. Aggiungi il Solfo di Natura, il cui grano e fermento Mercurio in sé possiede quanto a lui basta, ma fa che sia sufficiente anche agli altri. Moltiplica dunque quell'invisibile Solfo dei filosofi, finché non si manifesti il latte vergine: allora si mostra la prima porta.

 

52. L'ingresso dell'orto dei filosofi è custodito dal Dragone Esperio. Quando esso si mostra, un fonte di limpidissima acqua scaturente da una settemplice sorgente si diffonde ovunque; in essa per ventuno volte, magico numero, fa bere il Dragone, e beva finché, ebbro, non venga fuori dalla sua squallida veste. E ti siano propizi i Numi della Lucifera Venere e della cornuta Diana.

 

53. Bisogna cercare, anzi trovare, i tre generi dei bellissimi fiori nell'orto dei sapienti: le nere viole, il Giglio candido ed il purpureo ed immortale Amaranto. Non lungi da quel fonte che fa da confine, sul principio troverai le viole primaverili, che attraverso rivoli irrigate da un largo fiume d'oro prendono il nitidissimo colore dello Zaffiro piuttosto scuro; il Sole ti farà da guida. Tali preziosi fiori non separerai dalla radice loro finché non avrai composta la Pietra; strappati freschi, infatti, hanno maggior quantità di succo e di tintura. Allora, astuto, prendili con mano abile ed ingegnosa. Se, infatti, i fati lo vorranno, li prenderai facilmente e, strappato un fiore, non ne mancherà un altro, aureo. Con maggiore cura e fatica terranno dietro il Giglio e l'Amaranto.

 

54. Anche i filosofi hanno il loro mare, nel quale si generano dei pingui pesciolini che si muovono con squameargentee. Chi imparerà a prenderli ed estrarli con la sottile rete sarà da considerarsi peritissimo pescatore.

 

55. La Pietra dei filosofi si trova sui monti più antichi e defluisce da rivoli perenni, e quei monti sono di argento e quei rivoli d'oro; da qui si producono l'oro e l'argento e tutti í tesori dei Re.

 

56. Chiunque vorrà conquistare la Pietra dei filosofi cominci un lungo pellegrinaggio; infatti è necessario che visiti le due Indie per riportarne gemme candidissime ed oro purissimo.

 

57. I filosofi estraggono la loro Pietra da sette pietre di cui le due principali sono di diversa natura e virtù: l'una infonde il Solfo invisibile, l'altra il Mercurio spirituale; quella il caldo e il secco, questa il freddo e l'umido; così, con la loro opera, si moltiplicano nella Pietra le forze degli elementi: la prima nella piaga orientale, l'altra nella occidentale; l'una e l'altra hanno il potere di tingere e moltiplicare. E se la pietra non riceverà da loro la prima tintura, non tingerà né moltiplicherà.

 

58. Alla vergine alata, ottimamente lavata e purificata, impregnata del seme spirituale del primo maschio, gravida per la rimanente gloria di una intemerata verginità, si addicono le guance tinte di nero. Essa dall'unione di un secondo maschio, lungi dal sospetto di adulterio, concepirà nuovamente dal suo corporeo seme e genererà alla fine una veneranda prole dell'uno e dell'altro sesso, d'onde sorgerà immortale prosapia di potentissimi Re.

 

59. Chiudi ed accoppia l'Aquila ed il Leone, tutti e due ottimamente purificati nel loro covo spellucido dopo aver chiuso e sigillato fortemente assai il vestibolo, affinché non esca il loro alito o vi si insinui l'aere estraneo. Nell'unione l'Aquila sbranerà e divorerà il Leone e quindi, presa da un lungo sonno, e resa idropica per la turgidità dello stomaco, si trasformerà, con una mirabile metamorfosi, in nerissimo corvo, che messe le penne a poco a poco incomincerà a volare e col suo volo farà cadere l'acqua dalle nubi, finché, bagnato più volte, da se stesso abbandonerà le penne e di nuovo caduto si trasformerà in Cigno candidissimo. Attoniti stiano ad ammirare coloro i quali non conoscono le cause delle cose, considerando che il Mondo non è altro se non continua metamorfosi: si meraviglino che i semi delle cose, perfettamente digeriti, si trasformino in sommo candore. Il filosofo nella sua opera imiti la Natura.

 

60. La Natura, nell'informare le sue opere e nel condurle a termine, procede in modo che, dall'inizio della generazione attraverso diversi stadi, quasi gradi, conduce la cosa all'ultimo termine di perfezione; a poco a poco perciò e per gradi, non attraverso salti, raggiunge il fine a cui tende, racchiudendo e definendo la sua opera fra due estremi distinti e separati e numerosi stadi, quasi intervalli. La prassi filosofica, che è simile alla Natura, nel trattare la sua opera e nel dirigere la ricerca della sua benedetta Pietra, non deve deflettere dalla via e dall'esempio della Natura: ché qualunque cosa si verifichi al di là dei limiti della Natura, o è errore oppure all'errore è assai vicino.

 

61. Le parti ultime della pietra sono l'Argento vivo e l'Elisir perfetto; le medie, che si interpongono, e grazie alle quali si verifica un progresso dell'opera, sono di tre generi;esse infatti si riferiscono o alla materia, o alle operazioni, oppure ai segni rivelatori: in tali estreme e medie parti si risolve tutta intera l'opera.

 

62. I passaggi materiali della Pietra sono di diversi gradi. Gli uni, infatti, derivano successivamente dagli altri. Prima sono il Mercurio filosoficamente sublimato ed i metalli perfetti, che, pure essendo le parti estreme nell'opera .della Natura, sono considerate intermedie nell'opera filosofica: da quelle prime si traggon fuori le seconde, cioè i quattro elementi che successivamente circolano e si formano: dalle seconde si formano le terze, cioè l'uno e l'altro Solfo, la cui moltiplicazione pone termine alla prima opera. Le quarte ed ultime parti medie sono i fermenti od unguenti prodotti successivamente da una ponderata mistione delle sopraddette cose nell'opera dell'Elisir. Da un retto regime di tutte le predette cose si crea alla fine un Elisir perfetto, che è il supremo termine di tutta quanta l'opera, in cui si placa, come nel suo Centro, la Pietra dei filosofi, la cui moltiplicazione non è altro se non una breve ripetizione delle premesse operazioni.

 

63. Le parti intermedie operative o regimi (che si dicono anche chiavi dell'opera) sono quattro. La prima, Soluzione o Liquefazione; la seconda Abluzione; la terza, Riduzione; la quarta Fissaggio. Colla Liquefazione i corpi si ridisciolgono nella loro primitiva materia, i cotti tornano crudi, e si verifica l'unione del maschio con la donna da cui vici fuori il Corvo. Poi la Pietra si separa in quattro elementi confusi, il che accade per una retrogradazione dei Luminari. L'Abluzione insegna a dealbare il Corvo ed a creare Giove da Saturno, il che si verifica per la trasformazione del corpo in spirito. Il compito della riduzione è quello di restituire l'Anima alla Pietra che ne era restata priva, e nutrirla con rugiadoso e spirituale latte, finché non avrà conquistata una perfetta potenza: in tutt'e due queste ultime operazioni il Dragone si rivolta contro se stesso e, divorando la sua coda, si esaurisce completamente ed alla fine si trasforma in Pietra. Da ultimo, la operazione del Fissaggio fissa l'uno e l'altro Solfo sul proprio corpo mediante lo spirito delle tinture; cuoce i fermenti attraverso le proprie gradazioni, matura le cose crude e rende dolci le amare. Alfine l'Elisir, defluendo, penetrando e tingendo, genera e conduce a termine ed eleva al sommo vertice della sublimità.

 

64. Le parti medie o segni dimostrativi sono i colori che la materia assume successivamente e con ordine e che dimostrano le sue affezioni e passioni e tra essi bisogna notarne tre principali, o critici, a cui parecchi ne aggiungono un quarto: il prima è il nero, che a causa della somma negrezza che emerge vien chiamato testa di corvo. Il suo crepuscolo segna l'inizio dell'azione del fuoco di Natura e della soluzione, mentre la notte nerissima indica la perfezione della liquefazione e della confusione degli elementi. Poi il grano imputridisce e si corrompe, per essere più atto alla generazione. Al colore nero succede il bianco, con cui si dà la perfezione del primo grado e del solfo bianco. Questa si chiama pietra benedetta: questa terra in cui i filosofi seminano il loro seme è bianca fogliata. Il terzo colore è il citrino, che si produce nel passaggio dal bianco al rosso, quasi medio e misto dell'uno e dell'altro, ed è come l'Aurora dai rossi capelli che annuncia il Sole. Il quarto colore rosso o sanguigno si estrae soltanto dal sangue bianco. La bianchezza, poiché è facilmente alterata da un qualunque altro colore, subito perde quel suo antelucano biancore: il Rosso denso, invece, compie l'opera del solfo Solare, che è chiamato sperma maschile, Fuoco della pietra, Corona Regia e figlio del Sole, ed in esso ha termine il primo lavoro di chi opera.

 

65. Oltre quei segni indicatori, che sono radicalmente aderenti alla materia ed indicano le sue essenziali mutazioni, quasi infiniti altri colori illudono e si mostrano in vapori, come Iride fra le nubi, che in breve effluiscono e vengono cancellati da quelli successivi, che interessano più l'acre che la terra. Di essi, poco deve curarsi colui che opera, poiché non sono permanenti, né partono da una intrinseca disposizione della materia, ma dal fuoco che con il colore dipinge e rappresenta qualcosa nel tenue umido, secondo un disegno od a caso.

 

66. Tuttavia, tra questi colori passeggeri, alcuni, chiamati fuori tempo, sono di cattivo presagio per l'opera: così la nerezza ripetuta; bisogna, infatti, lasciare che i piccoli dei corvi, dopo aver lasciato il nido, vi ritornino. Così pure il rosso precoce: essa, infatti, una sola volta, ed alla fine, dà sicura speranza di successo: se la materia diventa rossa prima, è segno di massima aridità, non senza un gravissimo pericolo che può scongiurarsi soltanto se allora il cielo elargisce un acquazzone.

 

67. La Pietra, attraverso successive digestioni, come per gradi, si esalta, ed alla fine raggiunge la perfezione. Pertanto, le quattro digestioni, accordandosi con le quattro sopraddette operazioni o regimi, compiono tutta quanta l'opera. Ne è autore il Fuoco che le differenzia.

 

68. La prima disposizione comporta la soluzione del corpo, per cui si verifica la prima unione del maschio con la femmina, l'unione dei loro semi, la putrefazione, la risoluzione degli elementi in un'acqua omogenea, l'Eclissi del Sole e della Luna sulla testa del Dragone; quindi tutto il Mondo ritorna nell'antico caos e nell'abisso tenebroso. Questa prima digestione avviene come nello stomaco con un calore digerente e debilitante, adatto più alla corruzione che alla generazione.

 

69. Nella seconda digestione lo Spirito del Signore si muove sulle acque; incomincia a farsi la Luna e la separazione delle acque dalle acque; si rinnovano il Sole e la Luna; gli elementi emergono dal Caos, affinché, perfettamente misti nello spirito, costituiscano il nuovo mondo; si formano un nuovo cielo ed una nuova terra, e quindi si formano tutti i corpi spirituali. I piccoli dei corvi, mutate le penne, incominciano a trasformarsi in colombe; l'Aquila e il Leone si uniscono in un eterno amplesso. Questa rigenerazione del mondo si verifica per opera dello Spirito Igneo che discende sotto forma di Acqua, e lava il peccato originale. Infatti l'Acqua dei filosofi è fuoco che vien mosso dal calore del bagno che la eccita. Ma bada che la separazione delle acque si verifichi secondo il peso e la misura, perché quelle che rimangono sotto il cielo non sommergano la terra, o quelle che vengono trasportate al di sopra del cielo non la lascino troppo arida.

Qui quel poco di umore

non abbandoni la sterile arena.

(Georg. I, 70)

 

70. La terza digestione dona alla terra nata da poco latte rugiadoso e tutte le spirituali virtù della quinta essenza, e unisce al corpo, mediante lo spirito, l'anima vivificante; allora la terra custodisce in sé un grande tesoro e diviene prima simile alla corruscante Luna e poi al Sole rubicondo; la prima vien chiamata terra della Luna, la seconda del Sole. Essa infatti è nata dal connubio del Sole con la Luna, né l'una teme più dell'altra le pene del fuoco, poiché tutt'e due sono prive di macchia. Attraverso il Fuoco, infatti, furono più volte purificate dal loro peccato, e sopportarono un grave martirio finché non furono digeriti tutti gli elementi.

 

71. La quarta digestione assomma tutti i misteri del Mondo, e per essa la Terra, trasformata in prestantissimo fermento, fa fermentare tutti i corpi imperfetti, poiché prima è passata nella celeste natura della quinta essenza. La sua virtù scaturita dallo spirito dell'Universo, è Panacea presente ed universal medicina per tutte le malattie di tutte le creature. Un tal miracolo della Natura e dell'Arte ti vien mostrato dal forno dei filosofi dopo che avrai ripetute le digestioni della prima opera. Sii retto nelle tue opere per aver propizio Dio; differentemente, vana sarà la triturazione della tua Terra, perché non

Risponderà quella terra seminata ai voti dell'avido agricoltore

(Georg. I, 47)

 

72. Tutto quanto il processo dell'opera filosofica non è altro se non soluzione e congelamento; soluzione dei corpi e congelamento dello spirito, ma una sola è l'operazione per tutt'e due le cose. Infatti ii fisso ed il volatile perfettamente si mescolano ed uniscono nello spirito, e ciò non può attuarsi se prima il corpo fisso non si sia disciolto e sia divenuto volatile. Attraverso la Riduzione il corpo volatile

si figge nel corpo permanente e la natura volatile soltanto allora migra nella fissa, così come prima si era trasformata in volatile. Tuttavia per tutto il tempo che le nature errano confuse nello spirito, quello spirito misto comporta una natura media tra corpo e spirito, tra fisso e volatile.

 

 73. La generazione della Pietra si attua sull'esempio della generazione del Mondo, poiché è necessario che abbia il suo Caos e la sua materia prima, in cui confusi fluttuano gli elementi, finché non vengano separati dallo spirito igneo, e così gli elementi lievi si portano in alto ed i pesanti in basso. Quando sia nata la Luna le tenebre si ritirano; in un solo luogo si uniscono le acque ed appare l'Arida. Alla fine successivamente emergono i due gran lumi, e sulla terra filosofica si producono le virtù minerali, vegetali ed animali.

 

 74. Dio creò Adamo dal limo della terra, in cui erano le infinite virtù di tutti gli elementi, e specialmente della Terra e dell'acqua, che maggiormente costituiscono la mole sensibile e corporea. In questa massa Dio alitò la vita e la santificò col Sole dello Spirito Santo. Al maschio diede in moglie Eva, e benedicendoli diede loro l'ordine e la facoltà di moltiplicarsi. La generazione della Pietra dei filosofi non è dissimile dalla creazione di Adamo. Infatti, da un corpo terrestre e pesante, disciolto nell'acqua, in un primo tempo si forma il limo, che ha meritato l'insigne nome di Terra Adamica, e nel quale sono tutte le qualità e virtù degli elementi. Alla fine, una celeste Anima, attraverso lo Spirito influsso della quinta essenza e del Sole, discende in essa, ed, attraverso la benedizione e la pioggia del Cielo, le si dà la virtù di moltiplicarsi all'infinito mediante la unione dei due sessi.

 

75. Il massimo Arcano di quest'opera consiste nel modo di operare, che si aggira tutto quanto intorno alla razionalità. Infatti la materia della Pietra passa di natura in natura, gli elementi si estraggono successivamente, e vicendevolmente prendono il potere; ciascuno poi si agita attraverso i cicli dell'umido e del secco, finché ogni cosa si volge al basso e quivi si ferma in pace.

 

76. Nell'opera della pietra tutti gli altri elementi circolano nella figura dell'acqua, poiché la terra si risolve nell'acqua, in cui sono gli altri elementi; l'acqua si sublima in vapore; e così attraverso un circolo continuo si muove l'acqua, finché, fissa, non si ferma al basso. Fissatasi quella, tutti gli elementi sono fissi. Così in quella si risolvono, per quella si estraggono, con quella vivono ed in quella muoiono. La Terra è il tumulo ed il supremo termine di tutti quelli.

 

77. L'ordine della Natura richiede che ogni generazione incominci dall'umido e nell'umido. Nell'opera filosofica bisogna seguire la Natura nel suo ordine, sicché la materia della Pietra, che è terrestre, compatta e secca, prima di tutto si disciolga e fluisca nell'elemento dell'acqua, più vicino a sé; allora dal Sole si genererà Saturno.

 

78. All'acqua, attraverso sette giri, o rivoluzioni circolari, succede l'aere, che ruota per altrettanti circoli o riduzioni, finché non è fissato al basso, e, cacciato Saturno, Giove prenda le insegne ed il comando del regno. Al suo avvento si forma il fanciullo filosofico, si nutre nell'utero, ed alla fine viene alla luce, riportando con la sua faccia candida e serena lo splendore della Luna.

 

79. Ora il fuoco della natura assolvendo al succedersi degli elementi, spinto dal fuoco esterno, da occulto si fa manifesto: il croco ora tinge il Giglio ed un rosso occupa le guance del bianco fanciullo già divenuto più forte: si prepara la corona per il futuro Re. A questo assomma la prima opera, e la perfetta rotazione degli elementi, che si compie quando tutto è terminato nel secco, ed il corpo privo di spirito giace senza polso né moto. Così, alla fine, nella terra riposano tutti gli elementi.

 

80. Il fuoco insito nella Pietra è archeo della Natura, figlio e vicario del Sole, che muove e digerisce la materia, e tutto opera in essa fino al compimento, se ha conseguito la libertà. Infatti esso giace sotto la dura scorza, invalido. Procuragli dunque la libertà, affinché, libero, ti sia utile. Ma bada di non spingerlo oltre misura poiché, non sopportando tirannia, diverrebbe fuggitivo senza lasciarti alcuna speranza di ritorno; dunque evocalo blandamente, adulandolo, e custodiscilo con prudenza.

 

81. Il primo motore della Natura è il fuoco esterno, che modera il Fuoco interno e tutta l'opera. Perciò il Filosofo sia assai pratico del suo regime; osservi i passaggi e i punti: da esso infatti dipendono la salvezza o la rovina dell'opera. Così l'arte aiuta la Natura, e delle due è ministro il Filosofo.

 

82. Con quei due strumenti dell'arte e della Natura la Pietra con grande ingegno si solleva soavemente dal suolo e va verso il cielo, e dal cielo ridiscende in terra, poiché la terra è sua nutrice e portata nell'utero del vento prende la forza delle cose superiori ed inferiori.

 

83. La circolazione degli elementi si svolge attraverso una duplice ruota, la maggiore o estesa, la minore o contratta. La ruota estesa fissa sulla terra tutti gli elementi, ed il suo circolo non si compie se non con il termine dell'opera del Solfo. La rivoluzione della ruota minore termina con la estrazione e preparazione di qualsiasi elemento. In questa ruota sono tre circoli, che con un certo moto disordinato ed intricato continuamente e variamente agitano la materia, e numerose volte, sette almeno, portano in giro ciascun Elemento succedendosi alternativamente e con ordine, e con tale consentaneità che se uno solo venisse meno, diverrebbe inutile l'opera degli altri. Questi sono gli strumenti della natura con cui si preparano gli elementi. Consideri dunque il filosofo il processo della Natura, più ampiamente descritto nel trattato di fisica a questo scopo.

 

84. Ogni circolo ha un proprio moto; ma tutti i moti dei circoli si producono dalla parte dell'umido e dalla parte del secco, e sono concatenati in tal modo che danno luogo ad un'unica operazione e ad un unico concento di natura. Di essi due sono opposti in ragione dei termini ed in ragione delle cause e degli effetti; l'uno infatti muove le cose verso l'alto, essiccando con il calore, l'altro le spinge verso il basso, inumidendo con il freddo. Il terzo invece, riprendendo l'immagine della quiete e del sonno, digerendo in grandissimo equilibrio fa cessare l'uno e l'altro.

 

85. Dei tre cerchi il primo è l'evacuazione, che ha per compito di togliere l'umido superfluo ed ancora di separare il puro, il mondo, il sottile dalle feci crasse e terrestri. Vi è grandissimo pericolo in questo circolo, poiché tratta le cose spirituali e trascende la Natura.

  

86. Due cose bisogna principalmente badare nel muovere questo circolo; l'una, che non si muova troppo velocemente, l'altra, che non si muova più del giusto. Il moto accelerato genera confusione nella materia, sicché le cose crasse, impure ed indigeste si elevano insieme con le pure e sottili, ed il corpo non disciolto si mescola con lo spirito disciolto e con esso si eleva. Con un simile moto precipitoso, si confondono la natura celeste con la terrestre, e lo spirito della quinta essenza, corrotto dall'unione con la terra, diviene ebete ed invalido. Attraverso un moto troppo prolungato, la terra viene privata dello spirito più del necessario, e così diventa languente, arida e priva di spirito, tanto che non è facile rinforzarla e farla tornare nella sua giusta posizione. L'uno e l'altro errore bruciano la tintura o la mettono in fuga.

 

87. Il secondo circolo è la Restaurazione, che ha per compito il ridare le forze con la bevanda al corpo anelante ed indebolito: il primo circolo fu l'organo del lavoro e del sudore, questo è l'organo del refrigerio e della consolazione. La sua azione si esplica nel triturare e nell'ammollire la terra alla maniera dei vasai, affinché meglio si mescoli, si plasmi ed anche si cuocia.

 

88. Occorre che il moto di questo circolo sia più lieve del moto del circolo precedente, massimamente al principio della sua rivoluzione, affinché i piccoli del corvo non siano sommersi nel loro nido da un ampio fiume, ed il mondo nascente non sia rovinato da un diluvio. Questo è il moderatore dell'acqua e delle misure, perché distribuisce l'acqua secondo i precetti delle ragioni Geometriche. Non deve, in tutta la prassi dell'opera, quasi nessuna cosa essere considerata più arcana del moto intelligente e librato secondogiustizia di questo circolo. Esso, infatti, informa il Bambino filosofico e gli inspira Anima e vita.

 

89. Le leggi di questo circolo sono che scorra lento ed a poco a poco, e parcamente sparga l'acqua, per non oltrepassare la misura coll'andare in fretta, e non faccia che il Fuoco insito, architetto dell'opera, sovraccarico d'acqua, perda vigore o, addirittura, si spenga. Ed occorre che scorra lento ed a poco a poco, perché il cibo e la bevanda si somministrino alternativamente, perché si attui migliore digestione, ed una ottima mistura del secco e dell'umido. Il fine e lo scopo dell'opera è infatti la loro indissolubile unione. Perciò bada di aggiungere irrigando tanto umido quanto ne è venuto a mancare con il soffiar su, affinché la Restaurazione corroborando ridia le forze perdute, tanto quanto ne ha tolte indebolendo l'evacuazione.

 

90. L'ultimo circolo, la Digestione, agisce con moto tacito ed insensibile; così dai filosofi è detto che si fa nel forno secreto. Cuoce il nutrimento preso, e lo trasforma in parti omogenee del corpo; perciò vien chiamato Putrefazione, perché come il cibo nello stomaco si corrompe prima di trasformarsi in sangue e simili parti, così questa operazione trita il cibo con un calore digerente e stomacale, ed in un certo modo lo putrefà, affinché meglio sia fissato e mutato da natura mercuriale in sulfurea. Che anzi si chiama anche Inumazione, perché attraverso questa operazione lo spirito si inuma e, quasi morto, si seppellisce nella terra. Poiché poi progredisce assai lentamente, ha bisogno di maggiore tempo. I due circoli precedenti lavorano principalmente nella soluzione, questo, invece, nel congelamento, sebbene tutti compiano le due operazioni.

 

91. Le leggi di questo circolo sono che si muova con calore febbrile e lentissimo, perché non possano fuggire le parti volatili, né si turbi lo spirito durante la sua strettissima unione con il corpo: allora infatti si conduce l'operazione nella più alta tranquillità ed ozio. Sicché bisogna stare attenti che la terra non sia agitata da piogge e da venti di alcuna specie. Infine, che questo circolo sempre succeda immediatamente al secondo, come il secondo al primo. Così, attraverso opere interrotte ed avvicendandosi, quei tre cerchi erratici compiono una sola circolazione completa che, più volte ripetuta, volge ogni cosa verso la terra e stabilisce la pace fra i nemici.

 

92. Del Fuoco si serve la Natura e cos]. pure l'Arte, secondo il suo esempio, come di strumento e martello, nel battere le sue opere. Dunque, nelle operazioni dell'uno e dell'altro il fuoco è maestro e prefetto. Perciò per il filosofo è massimamente necessaria la conoscenza dei fuochi, senza la quale, come un altro Issione legato ad un lavoro vano, inutilmente trascinerà la ruota della Natura.

 

93. Il nome di Fuoco è lo stesso presso i filosofi, perché talvolta viene metonimicamente usato invece di calore: così, quanti calori, tanti fuochi. Nella generazione dei metalli e dei vegetali la Natura riconosce un triplice fuoco: celeste, terrestre ed insito. Il primo dal Sole, come dalla sua fonte, defluisce nel seno della terra; muove i fumi o vapori mercuriali e sulfurei da cui si creano i metalli, ad essi si mescola ed eccita il fuoco insito intorpidito nei semi dei vegetali e vi aggiunge dei focherelli, quasi stimoli alla vegetazione. Il secondo si nasconde nelle viscere della terra, e sotto il suo impulso ed azione i vapori sotterranei vengono spinti verso l'alto attraverso i pori ed i tubuli e sono espulsi dal centroverso la superficie terrestre, putrefacendo ed emolliendo i loro semi, ora per la composizione dei metalli quando la terra ha delle protuberanze, ora per la produzione dei vegetali, e preparandoli alla generazione. I1 terzo fuoco, figlio del primo, cioè del Solare, generato nel vaporoso fumo dei metalli ed anche infuso nel mestruo cresce insieme con la materia umida, e nella sua stessa forza viene tenuto, come carcerato, o, piuttosto, come la forma è legata al misto. Insito nei semi dei vegetali vi aderisce, finché non sia tratto fuori spinto dalla puntura dei raggi paterni; allora, mosso intrinsicamente, muove la materia e l'informa e diviene artefice e dispensatore di tutto il misto. Nella generazione degli animali, poi, il fuoco celeste coopera insensibilmente con quello animale. Esso infatti è il primo agente della Natura. Il calore della donna corrisponde al calore terrestre quando putrefà, aumenta e prepara il seme. Il fuoco insito invece dispone la materia e, dispostala, la informa.

 

 94. Nella loro opera i filosofi osservarono tre fuochi, Naturale, non naturale e contro natura. Chiamano Naturale quel fuoco igneo, celeste, insito, custodito nel profondo della materia, e ad essa assai strettamente avvinto, che si istupidisce, reso ebete dalla forza dei metalli, finché, eccitato dall'ingegno filosofico e dal calore esterno e reso libero, non avrà conquistata la facoltà di far muovere il proprio corpo; allora, esplicando, penetrando, dilatando e congelando alla fine informa la sua materia umida. In ogni misto, dunque, il Fuoco di Natura è il principio del calore e del moto. Chiamano Fuoco non naturale quello, che, venendo chiamato ed attirato dall'esterno con mirabili artifici, è introdotto nella materia, per aumentarne e moltiplicarne le forze naturali. Chiamano contro natura quel fuoco che putrefà il corpo composto e corrompe la proporzione della Natura. É imperfetto perché, non valido per la generazione, non si porta oltre i termini della corruzione; tale è il fuoco o calore del mestruo: impropriamente, pertanto, è chiamato Fuoco contro Natura, poiché in un certo modo esso è secondo Natura, poiché, salva la forma specifica, corrompe la materia sì da disporla alla generazione.

 

95. Pertanto, il Fuoco corruttore detto contro Natura non è cosa differente dal fuoco insito; bisogna piuttosto pensare che ne sia un primo grado. L'ordine della Natura, infatti, richiede che la corruzione preceda la generazione, e così il Fuoco insito, consenziente alle leggi di Natura, compie l'uno e l'altro ufficio, eccitando in due maniere la materia, prima nell'operazione più lenta di corruzione suscitata da un tenue calore, per rammollire e preparare il corpo; poi nell'operazione più forte della generazione spinta da un maggior calore, per animare il corpo elementare già disposto attraverso la precedente operazione e per informarlo completamente. Dunque si produce un doppio moto, in conseguenza di un duplice grado di calore del medesimo Fuoco, e non bisogna ritenere che vi siano due fuochi. Ma con assai maggior ragione bisogna dare il nome di Fuoco contro Natura al Fuoco violento e distruttore.

 

96. Il Fuoco Innaturale per successivi gradi di digestione si trasforma in Fuoco naturale ed insito e lo accresce e moltiplica. Pertanto, tutto l'arcano consiste nella moltiplicazione del Fuoco naturale, che non può, semplice, né agire né comunicare la tintura perfetta ai corpi imperfetti con le sue sole forze, poiché basta soltanto a se stesso e non ha nulla da dare. Ma, moltiplicando attraverso il Fuoco Innaturale che massimamente abbonda di virtù moltiplicativa, assai più potentemente agisce, tingendo gli altri corpi imperfetti e rendendoli perfetti a causa della sovrabbondante tintura e del nascosto tesoro del Fuoco moltiplicato.

 

97. I Filosofi chiamano Fuoco anche la loro Acqua; poiché è sommamente calda e impregnata di spirito del fuoco, per questo la chiamano fuoco, perché crema i corpi dei metalli perfetti e brucia più del fuoco comune, poiché essa Acqua è un perfetto solvente: tuttavia, poiché resiste al nostro Fuoco, né si lascia da esso disciogliere, viene chiamata anche acqua ardente. Il Fuoco della tintura si occulta nel ventre dell'acqua, ed appare manifesto attraverso il doppio effetto della soluzione e della moltiplicazione del corpo.

 

98. Di due fuochi si serve la Natura nell'opera della generazione, l'intrinseco e l'Esterno. 11 primo, insito nei semi delle cose e nei misti, si occulta nel loro centro e quale moto e principio vitale muove il suo corpo e lo vivifica, l'altro invece, quello cioè avventizio, sia che si effonda dal cielo che dalla terra, eccita il precedente assopito, quasi dormiente, e lo spinge ad agire. Infatti i focherelli vitali innati nei semi mancano di un motore esterno, per potersi muovere ed agire da soli.

 

99. In tal modo va la faccenda dell'opera filosofica, poiché la materia della Pietra possiede un suo fuoco interiore, che in parte è innato ed in parte è aggiunto filosoficamente; poiché quei due si uniscono e vivono interiormente insieme, perché sono omogenei. Quello interno sente la mancanza del Fuoco esterno, che il Filosofo ministra secondo i precetti dell'arte e della Natura; questo spinge il precedente al moto. Quei fuochi sono come due ruote, e di esse quella occulta viene mossa più o meno rapidamente, percossa da quella sensibile. Così l'arte è di ausilio alla Natura.

 

100. Il Fuoco interno è medio fra il suo motore e la materia, per cui accade che nel modo in cui è mosso da quello, allo stesso modo muove questo; se è stato spinto intensamente o piano, nel medesimo modo opererà sulla materia sua, per cui l'Informazione di tutta quanta l'Opera dipende dalla misura del Fuoco esterno.

 

101. Chi ignora il grado e i punti del Fuoco esterno non incominci l'opera filosofica; mai, infatti, trarrà la luce dalle tenebre se i calori non passano per i mezzi; e così pure gli Elementi, gli estremi dei quali non si trasformano se non attraverso i mezzi.

 

102. Poiché tutta quanta l'opera consiste nella separazione e nella perfetta preparazione dei quattro elementi della Pietra, perciò sono necessari per tale opera altrettanti gradi del Fuoco, poiché ogni Elemento si estrae con un proprio grado di Fuoco.

 

103. I quattro gradi del Fuoco si chiamano Fuoco di bagno, delle ceneri, dei carboni e della fiamma, che si chiama anche ottetico. Ogni grado ha poi i suoi punti, a volte due, ed altre tre. Bisogna, infatti, muovere il Fuoco a poco a poco e secondo i punti, sia che si aumenti, sia che si diminuisca, affinché, secondo l'esempio della Natura, la materia a poco a poco e di sua volontà progredisca verso la informazione ed il completamento, poiché nulla è tanto alieno dalla Natura, quanto la violenza. Perciò il Filosofo prenda in considerazione il lento avvicinarsi ed allontanarsi del Sole, la cui face e lampada dispensa il suo calore alle cose del Mondo secondo i tempi e le leggi dell'Universo, ed impartisce la giusta misura.

 

104. Il primo punto del calore del bagno si dice calore febbrile o del fimo, il secondo semplicemente del bagno. Il primo punto del secondo grado è il calore semplice delle ceneri, il secondo è il calore dell'arena. I punti del Fuoco dei carboni e della fiamma in verità non hanno un proprio nome, ma si distinguono attraverso le operazioni dell'Intelletto, secondo la loro maggiore o minore forza.

 

105. A volte, presso i filosofi si hanno soltanto tre gradi del fuoco, cioè del bagno, delle ceneri e quello ardente, che comprende il fuoco dei carboni e quello delle fiamme. Talvolta il calore del fimo si distingue dal fuoco del bagno per il grado. Così la maggior parte degli autori con varia locuzione avvolgono nelle tenebre il lume del Fuoco dei filosofi; la sua conoscenza, infatti, costituisce uno dei loro principali arcani.

 

106. Nell'opera bianca, poiché si estraggono soltanto tre elementi, bastano anche tre gradi del fuoco, poiché l'ultimo, l'ottetico, è riservato per il quarto elemento che compie l'opera rossa. Con il primo grado, si verifica l'eclissi del Sole e della Luna, con il secondo comincia a ricomparire il lume della Luna, con il terzo la Luna consegue il suo splendore in tutta la sua ampiezza; con il quarto, poi, il Sole si eleva al sommo apice della gloria; invero, in ciascuna parte il fuoco viene amministrato secondo la norma della Geometria, perché l'agente risponda alla disposizione del paziente e le loro forze si eguaglino nella giusta misura.

 

107. Il più delle volte i filosofi badarono ad occultare il loro fuoco, cosicché appena hanno osato accennarlo, ed indicarlo attraverso la descrizione delle proprietà e delle qualità piuttosto che col suo nome; donde deriva il fuoco

aereo, vaporoso, umido e secco, chiaro, astrale, che può gradualmente aumentare o diminuire secondo la volontà dell'artefice. Per chi desidera più notizie sul Fuoco, basteranno le opere di Lullo, che candidamente aprì agli animi candidi gli arcani della pratica.

 

108. Sul conflitto dell'Aquila con il Leone variamente fu scritto, poiché il Leone è il più robusto di tutti gli animali; perciò è necessario che più Aquile si uniscano per debellarlo, tre almeno od anche di più, fino a dieci. Quanto di meno saranno, tanto più grave sarà la lotta e più tarda la vittoria; quanto più saranno, tanto più breve sarà la battaglia e più prontamente seguirà la distruzione del Leone. Secondo Lullo, il numero più felice è quello di sette Aquile, o nove secondo Seniore.

 

109. Il vaso, con cui i filosofi cuociono la loro opera, è di due generi, l'uno della Natura, l'altro dell'arte. II vaso della Natura, che si chiama anche vaso filosofico, è terra di pietra, o femmina, o anche matrice, in cui il seme del maschio viene accolto, putrefà e si prepara alla generazione. Il vaso dell'arte, invece, è triplo; infatti in un triplice vaso si cuoce l'arcano.

 

110. Il primo vaso dell'arte è fatto di pietra lucidissima, o di vetro pietroso; alcuni filosofi occultarono la sua forma con una enigmatica descrizione, ora affermando che è composto di tre pezzi con un terzo aggiunto ai due, cioè l'alambicco e la cucurbita, ora composto di tre pezzi, con il terzo aggiunto ai due suddetti, cioè con un coperchio.

 

111. Molti dissero essere necessaria per l'opera filosofica una molteplicità di vasi di tal genere, e diedero loro vari nomi data la diversità delle operazioni, con l'intenzione di occultare l'arcano. E così chiamarono solutorio quello che serviva per la soluzione, putrefattorio quello per la putrefazione, distillatorio per la distillazione, sublimatorio per la sublimazione, calcinatorio per la calcinazione e così via.

 

112. Noi però, per agire candidamente fuori di ogni inganno, diciamo che un solo vaso basta per terminare le due operazioni del Solfo; infatti la diversità delle digestioni per l'altra opera dell'Elisir non esige cambiamento di vaso: ché anzi bisogna massimamente badare a non cambiare od aprire il vaso fino al termine della prima opera.

 

113. Scegli la forma del vaso vitreo come una zucca rotonda od anche ovale, il collo lungo un palmo almeno o più, abbastanza ampio, stretto di bocca, fatto a mo' di ampolla, senza alcun taglio e continuo, e da ogni parte spesso perché possa resistere ad un fuoco lungo e spesso acuto. Viene chiamato zucca cieca o vaso cieco, poiché il suo occhio viene accecato dal sigillo ermetico perché nulla vi entri di estraneo, né lo spirito ne fugga.

 

114. Il secondo vaso dell'arte è legnoso, fatto da un tronco di quercia diviso in due emisferi concavi, in cui cresca l'uovo filosofico finché non figlia; e su ciò vedi la fonte di Trevisano.

 

115. I Pratici chiamarono loro forno il terzo vaso, che custodisce gli altri vasi con la materia e tutta l'opera. Ed anch'esso i filosofi si preoccuparono di occultare fra i loro arcani.

 

116. Il forno custode degli arcani è detto Athanor del fuoco immortale che continuamente custodisce. Infatti mantiene, per l'opera, un fuoco continuo sebbene a volte disuguale, che la ragione richiede sia dato in maggiore o minore quantità secondo la quantità della materia e la capacità del forno.

 

117. La materia del forno è fatta di mattone cotto, o di terra pingue, oppure di argilla ottimamente tritata e preparata con fimo equino misto a peli, perché possa più fortemente aderire e non possa staccarsi a causa di un lungo calore. Le pareti si facciano spesse tre o quattro dita, perché possano trattenere il calore e resistergli più validamente .

 

118. Il forno abbia forma rotonda, l'altezza interna di due piedi o quasi, nel suo centro si ponga una lamina di ferro o di bronzo, rotonda, dello spessore del dorso di un coltello, che occupi quasi la larghezza interna del forno, ma di essa un poco più stretta, affinché non tocchi le pareti. Si sostenga a tre o quattro fulcri di ferro affissi alle pareti, ed abbia molti fori, affinché il calore per essi e tra i fianchi del forno ed i fori della lamina più facilmente possa portarsi in alto. Al di sotto della lamina si lasci un forellino ed un altro al di sopra, nelle pareti del forno, per aggiungere fuoco attraverso il forellino inferiore e sentire la temperatura attraverso quello superiore. Dalla parte opposta si faccia una finestrella a forma di rombo munita di vetro, perché la luce possa mostrare i colori all'occhio che vi si pone. All'ombelico della lamina suddetta si ponga il treppiedi degli Arcani con i due vasi. Alla fine si ricopra il forno assai bene con una testuggine o con il suo tetto, ben connesso e compatto, dopo aver chiusi anche i bucherelli, affinché il calore non sfugga.

 

119. Tu possiedi tutto quanto è necessario alla prima operazione, il cui fine è la generazione dei due Solfi. Così si compiano le loro composizioni e perfezioni: Prendi un Dragone rosso a cui nulla manchi della forza natale, quindi sette o nove Aquile generose, vergini, la cui vista possa sostenere i raggi del Sole: metti gli uccelli con la belva in un carcere chiaro ed assai ben chiuso; sotto di esso metti un bagno, affinché con il tiepido vapore siano eccitati alla lotta: in breve verranno ad un lungo e duro certame, ed alla fine, verso il quarantesimo giorno, le Aquile incominceranno a sbranare e dilaniare la fiera. Quella, morendo, empirà tutto quanto il carcere di sangue corrotto e nero veleno: uccise da questo, le Aquile saranno costrette a spirare anch'esse. Dalla putrefazione dei cadaveri si genererà il Corvo, che a poco a poco, venendo fuori il capo ed essendo alquanto fortificato il bagno, subito comincerà ad estendere le ali ed a volare; ed invero, cercando le fessure, per lungo tempo sarà circondato da venti e da nubi. E tu bada che non ne trovi. Alla fine, dealbato da una lenta e lunga pioggia e da celeste rugiada, si trasformerà in candidissimo cigno. Ma il corvo nascente ti sia indizio della morte del dragone. Nel dealbare il corvo estrai gli elementi e distillali nell'ordine prescritto, perché si fissino nella loro terra ed in nivee e sottilissime polveri terminino. E, fatto ciò, possiederai la prima cosa che desideri per l'opera al bianco.

 

120. Se intendi procedere oltre, al Rosso aggiungi l'elemento del Fuoco, che manca all'opera bianca: dunque, immoto restando il vaso, e rafforzato a poco a poco il fuoco con i suoi punti, premi la materia finché l'occulto non cominci ad apparire manifesto, ed indice di ciò ti sarà l'emergente colore citrino. Reggi con i suoi punti il Fuoco del quarto grado, finché con l'aiuto di Vulcano nascano dal Giglio le purpuree rose ed alla fine I'amaranto tinto del cupo rosso del sangue. Ma non smettere di trarre il fuoco dal fuoco prima di aver visto che la materia è divenuta cenere rossissima ed insensibile al tatto. Questa pietra rossa elevi il tuo animo a cose maggiori, con gli auspici della santa Trinità.

 

121. Coloro i quali suppongono che, ignorando la Natura e l'arte, trovato il Solfo l'opera sia giunta alla meta, assai si sbagliano, ed invano tenteranno la proiezione; infatti la Prassi della pietra assolve un duplice compito; il primo è creare il Solfo, il secondo è preparare l'Elisir.

 

122. Quel Solfo filosofico è terra sottilissima, assai calda e secca, nel cui seno si nasconde il Fuoco di natura abbondantemente moltiplicato, per cui prese il nome di Fuoco della Pietra; ha infatti in sé la virtù di aprire e penetrare i corpi dei metalli e trasformarli nel suo temperamento e la facoltà di produrre un corpo simile a sé, per cui è chiamato padre e seme mascolino.

 

123. Per non lasciare nulla di intoccato, sappiano gli studiosi della filosofia che da quel primo Solfo se ne può generare un secondo, che si può moltiplicare all'infinito: il sapiente che ha trovato la miniera eterna di quel fuoco celeste la custodisca con cura. Infatti, da quella stessa materia dalla quale viene generato, il Solfo è moltiplicato, con l'aggiunta di una particella del primo, naturalmente nella misura giusta. Basti, qui, avere dato l'indicazione: i principianti cerchino il resto in Lullo.

 

124. L'Elisir si compone di tre materie: l'Acqua metallica, o Mercurio sublimato come prima; il fermento bianco o rosso, secondo l'intenzione di chi opera e quel secondo Solfo. Tutto in proporzione.

 

125. Nell'Elisir perfetto sono insite cinque qualità proprie e necessarie: che sia fusibile, permanente, penetrante, tingente e moltiplicante. La tintura ed il fissaggio derivano dal fermento, la penetrazione dal Solfo, la fusione dall'Argento vivo, che è il mezzo per congiungere le tinture, cioè il fermento ed il solfo, la virtù moltiplicativa dallo spirito della quinta essenza.

 

126. I due metalli perfetti danno una tintura perfetta, poiché sono tinti con puro solfo di natura. Dunque nessun fermento di metalli si cerchi oltre questi due corpi. Tingi perciò col Sole e con la Luna il tuo Elisir bianco e rosso. II Mercurio per primo prende la loro tintura e poi la comunica agli altri.

 

127. Nel comporre l'Elisir bada di non scambiare o fondere i Fermenti, poiché i due Elisir godono del loro proprio fermento ed hanno bisogno dei loro propri elementi. E' stato infatti deciso da Natura che le due luci abbiano i loro differenti Solfi e tinture distinte.

 

128. La seconda opera si fa nel medesimo vaso o in uno simile, nel medesimo forno e con i medesimi gradi di fuoco con cui si cuoce la prima, ma in più breve tempo.

 

129. Nella Pietra vi sono tre umori, che bisogna estrarre successivamente: quello acqueo, quello aereo, quello radicale. Dunque, ogni lavoro e cura dell'operante è per gli umori; nessun altro elemento circola nell'opera della Pietra oltre l'umido. E' infatti necessario che la terra si risolva e liquefaccia innanzitutto in umore. L'umore radicale, poi, detto fuoco, è il più tenace di tutti, poiché è legato al centro della Natura, dal quale non si separa facilmente. Dunque, estrai quei tre umori, a poco a poco e successivamente, con le loro ruote, solvendo e congelando; infatti la ruota estensa e tutta quanta l'opera si compie con molteplice ed alterna reiterazione di Soluzione e Congelamento.

 

130. La perfezione dell'Elisir consiste nella stretta unione e nell'indissolubile matrimonio del secco con l'umido, sicché mai si separino, ma il secco fluisca con moderato calore nell'umido che rimane ad ogni pressione del fuoco. Il segno della perfezione è quando un pochino di esso, posto sulla biancheggiante lamina di ferro o di bronzo, immediatamente senza fumo fluisce.

 

131. Si prendano tre parti di terra rossa o fermento rosso, di Acqua ed Aria due parti; si mescolino insieme dopo averle perfettamente tritate; si formi un amalgama simile al burro ed a pasta metallica, sicché la Terra ammollita sia insensibile al tatto: si aggiunga una parte e mezza di fuoco. Tali cose nel loro vaso assai strettamente sigillato siano digerite col fuoco di primo grado, per quanto basti. Poi con i loro gradi di Fuoco si estraggano gli elementi con ordine, e si fissino, rivolti verso il basso con lento moto, nella loro Terra, sicché nessuna parte volatile possa sollevarsi da lì. Alla fine la materia si delimiterà in una rupe illuminata rossa e diafana. Prendine una parte a piacere, e, gettatala nel crogiolo, a lento fuoco, a goccia a goccia bagna ed incera con il suo olio rosso, finché completamente si fonda e fluisca senza fumo. E non temere che fugga, perché la Terra, resa molle dalla dolcezza della bevanda, se ne starà ferma dopo aver preso quell'olio nel suo seno. Allora possiederai l'Elisir compiuto; custodiscilo con cura. Godi in Dio e taci.

 

132. Per comporre e condurre a termine l'Elisir bianco si segue il medesimo ordine, il medesimo metodo, ma nella sua composizione ti servirai soltanto di elementi bianchi. Il suo corpo condotto al termine della cottura si trasformerà in una lamina candida, splendente e quasi cristallina, che, incerata dal suo olio bianco, prenderà la grazia della fusione. Proietta una parte dell'uno e dell'altro Elisir su dieci parti di argento vivo e, stupito, ti meraviglierai dell'effetto.

 

133. Poiché nell'Elisir le forze del Fuoco di Natura sono state in modo straordinario aumentate in grazia dello Spirito ispirato della quinta essenza, e poiché sono stati eliminati i pravi accidenti dei corpi che ostacolavano la loro purezza e circondavano di tenebre il vero lume della Natura, attraverso le lunghe e molteplici sublimazioni e digestioni, liberata dai suoi ceppi la Natura ignea, divenuta forte con l'aiuto delle forze celesti, agisce con grande forza su questo nostro quinto elemento racchiuso. Perciò non meravigli se non solo ha la forza di far perfetto un corpo imperfetto, ma anche di moltiplicare le sue forze. Il fonte della moltiplicazione è nel Principe dei Luminari che, con l'infinita moltiplicazione dei suoi raggi, genera tutto in questo nostro mondo, moltiplica ciò che ha generato, infondendo nei semi la virtù moltiplicativa.

 

134. Vi sono tre vie per moltiplicare l'Elisir: seguendo la prima prendi una parte di Elisir rosso e mescolalo a nove parti della sua acqua rossa, e nel vaso solutorio dissolvilo nell'acqua; coagula poi la materia assai ben disciolta ed unita cuocendola a fuoco lento, sinché non si fortifichi in Rubino o lamina rossa, che poi devi incerare con il suo olio rosso, nel modo prescritto, finché non fluisca. In tal modo avrai una medicina dieci volte più potente della prima: la manipolazione è facile e breve.

 

135. Seguendo la seconda strada, prendi una qualunque porzione del tuo Elisir mista con la sua acqua, conservando le proporzioni. Sigilla benissimo il tutto nel vaso della Riduzione e dissolvilo nel bagno per inumazione; distilla quello che hai disciolto separando successivamente gli elementi con i loro propri Fuochi e fissandoli verso il basso, come si è fatto nella prima e nella seconda opera, finché non si pietrifichi; alla fine incera e versa. Questa via è più lunga, ma rende di più, perché centuplica le forze dell'Elisir. Infatti, quanto più sottile diviene attraverso reiterate operazioni, tanto più trattiene in sé di forze superiori ed inferiori, e più potentemente opera.

 

136. Per ultimo prendi un'Oncia del detto Elisir moltiplicato in virtù e versalo su cento once di Mercurio lavato, ed in poco tempo il Mercurio riscaldato fra i carboni accesi si trasformerà in Elisir puro. E se verserai una sola parte di esso su cento altre di simile Mercurio, il Sole purissimo brillerà ai tuoi occhi. Allo stesso modo si compia la moltiplicazione dell'Elisir bianco. Apprendi le virtù di questa medicina per la cura di ogni genere di malattie e per la conservazione della buona salute ed il suo uso dagli scritti di Arnaldo da Villanova, di Luna, ed anche da quelli di altri filosofi.

 

137. A chi li cerca, lo Zodiaco dei filosofi mostrerà i tempi della Pietra: infatti la prima opera è al Bianco nella casa della Luna; la seconda, invece, dev'essere finita nellaseconda casa di Mercurio. La prima opera, poi, terminerà al rosso nel secondo domicilio di Venere, alla fine terminerà nell'altro regal soglio di Giove, da cui il nostro potentissimo Re prenderà la corona ornata di Rubini preziosissimi.

E così in sé si volge l'anno attraverso le sue vestigia.

 

138. Questo vello d'oro è custodito da un Dragone tricipite, di cui il primo capo deriva dalle acque, il secondo dalla terra ed il terzo dall'aria. É necessario che questi tre capi finiscano in un solo Dragone potentissimo, che divorerà tutti gli altri Dragoni. Allora ti è resa manifesta la via che conduce al vello. Salve, o studioso lettore; leggendo queste cose invoca lo Spirito dell'Eterno Lume; parla poco; per la maggior parte pensa e rettamente giudica.

 

 

Da: www.montesion.it

 

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