1. Rendo onore al sadguru Govinda la cui natura è suprema
beatitudine, il quale si rivela mediante l’insegnamento vedantico che è di là
dal linguaggio e dalla percezione mentale.
2. Per tutte le creature viventi non è agevole avere una nascita umana, in
particolare ottenere un temperamento maschile, più difficile è perseguire il
sentiero della devozione vedica, più difficile ancora è acquisire la perfetta
conoscenza delle Sacre scritture. Altresì è raro discriminare tra il Sé e il
non-Sé e realizzare l’identità del Sé con Brahman. Questo tipo di liberazione
perfetta è il risultato di meriti accumulato nel corso di innumerevoli nascite.
3. I più rari presupposti per la liberazione sono tre e sono dovuti all’influsso
del grande Signore: la nascita in un corpo umano, l’ardente volontà di
liberazione, la protezione di un Saggio già realizzato.
4. Colui che si è innalzato fino a possedere la condizione umana, con un
temperamento maschile, che ha completa conoscenza della sruti (Tradizione) e che
tuttavia trascura la sua emancipazione, aderendo a cose illusorie, commette
senza dubbio un suicidio.
5. Sarebbe senz’altro uno sciocco chi, possedendo una nascita umana con qualità
maschili, si astenesse dal voler realizzare la meta dell’esistenza.
6. Lasciate che il popolo menzioni gli sastra, che invochi gli dei con
sacrifici, che segua i riti e si renda propizie le divinità personali; eppure
vera liberazione non v’è senza la perfetta realizzazione della propria identità
con l’ātman, nemmeno in cento vite di Brahmā.
7. “L’immortalità non si consegue mediante le ricchezze”, dichiara la sruti; è
chiaro che la liberazione non può essere ottenuta con azioni materiali
meritorie.
8. L’intelligente ricercatore, che ha rinunciato al desiderio per gli oggetti
sensoriali, deve avvicinare debitamente un buon e generoso Istruttore,
concentrandosi sul vero significato delle parole e sforzandosi di realizzare la
propria emancipazione.
9. Raggiunto lo stato di yogarudha, con l’ininterrotta discriminazione, il
ricercatore deve strapparsi dall’oceano delle trasmigrazioni nel quale si trova.
10. Il dotto asceta che vuole realizzare il Sé deve trascendere tutte le azioni
e rompere le catene delle nascite e delle morti.
11. Le azioni meritorie servono a purificare la mente, non a comprendere la
realtà.
La realizzazione del Sé è sempre frutto di investigazione discriminante e non di
azioni meritorie per quanto numerose.
12. Solo con la corretta investigazione si finisce per comprendere che la corda
è stata scambiata per l’illusorio serpente, facendo così cessare ogni timore e
sofferenza.
13. Si arriva a conoscere il Sé seguendo i salutari consigli di un Saggio
realizzato, non bagnandosi nelle acque sacre, moltiplicando le offerte o facendo
interminabili pranayama.
14. Il successo finale dipende essenzialmente dalle qualificazioni del
ricercatore; il tempo, il luogo e l’impiego di mezzi ausiliari sono aspetti
secondari.
15. Un ricercatore del Sé deve appoggiarsi alla propria investigazione, dopo
aver abilmente avvicinato un Istruttore, il quale deve possedere la perfetta
conoscenza del Brahman e una grande compassione.
16. La comprensione di sé, la conoscenza oggettiva, l’abilità di riconoscere la
verità nelle Scritture o di capire le contrapposizioni relative, sono le qualità
che deve possedere un candidato alla liberazione degno della conoscenza dell’ātman.
17. Solo colui che usa il discernimento, il distacco, la calma con le qualità
concomitanti, e che aspira ardentemente alla liberazione può investigare sul
Brahman.
18. I Saggi hanno detto che per la realizzazione occorre praticare quattro
qualificazioni, senza le quali l’attuazione del Brahman può fallire.
19. La prima è la discriminazione tra reale e irreale, la seconda è il distacco
da ogni frutto dell’azione sia in questo mondo sia in altri, la terza è
costituita dal gruppo delle sei qualità, quali la calma mentale, ecc., e la
quarta è l’aspirazione ferma e ardente alla liberazione.
20. Il discernimento tra reale e irreale si fonda sull’incrollabile convinzione
che solo Brahman è reale e che l’universo fenomenico è non-reale.
21. Vairāgya è il distacco da tutti i godimenti transitori, da quelli corporali
a quelli corrispondenti allo stato di Brahmā. La rinuncia, fondata sulla
riflessione personale e sull’insegnamento del guru, dev’essere applicata a tutti
gli organi e a tutte le condizioni di godimento.
22. Sama è la condizione di mente pacificata che contempla costantemente la
meta, dopo essersi distaccata dalla molteplicità degli oggetti sensibili perché
ne ha messo in evidenza la loro vacuità.
23. Dama, o autodominio, si ha quando si staccano i due gruppi di organi
sensoriali dai loro oggetti corrispondenti, riportandoli ai loro rispettivi
centri. Il raccoglimento è reputato perfetto quando gli oggetti esterni cessano
di mettere in moto le modificazioni mentali.
24. Titiksa, o la pazienza, è quella condizione che sa accettare le afflizioni
senza risentimento o ribellione, trovandosi libera da ogni ansietà e da ogni
lamento.
25. Sraddha è l’aderenza fiduciosa alla verità esposta nelle Scritture e dal
proprio guru; con essa si perviene ad apprendere il reale.
26. Samadhana, o fermezza mentale, è quella condizione in cui la buddhi è
costantemente concentrata sull’assoluto Brahman, senza cadere nel gioco mentale.
27. Mumuksuta, o l’anelito all’emancipazione, è quella determinazione di
apprendere la propria reale natura affrancandosi da tutte le forme di schiavitù,
da quelle relative al senso dell’io a quelle del corpo grossolano create
dall’ignoranza.
28. Nei tiepidi, questa sete di liberazione può essere risvegliata con l’aiuto
di vairāgya, di sama, ecc., e con l’influsso dell’Istruttore.
29. Sama e le altre qualità hanno vero significato ed effetti positivi solo
quando vairāgya e la sete di liberazione si affermano con vigore.
30. Se invece la rinuncia e l’anelito alla liberazione permangono deboli, anche
la calma della mente e le altre qualità diverranno illusorie, come un miraggio
nel deserto.
31. Fra i mezzi che portano alla liberazione, la devozione occupa un posto
elevato. La ricerca costante della propria reale natura si chiama devozione (bhakti).
32. V’è chi sostiene che la ricerca verso la verità del Sé non sia altro che
bhakti. Chi aspira alla verità dell’ātman deve, avendo le qualificazioni
suddette, avvicinare un saggio Istruttore che lo guidi ad emanciparsi dalla
schiavitù.
33. Un Saggio che sia versato nella sruti, vero conoscitore del Brahman e calmo
come il fuoco che ha consumato tutto il combustibile, che sia diventato un
oceano di misericordia e la cui benevolenza si espanda in modo inesauribile su
quanti a lui si prosternano.
34. A questo guru il discepolo deve avvicinarsi, con profonda devozione e,
offrendogli umilmente i servigi, chiedergli ciò che deve conoscere.
35. O Maestro e amico di coloro che si abbandonano a te, io m’inchino.
Affrancami dall’oceano delle nascite e delle morti in cui mi dibatto, guardami
con i tuoi occhi penetranti che effondono influssi di grazia.
36. Salvami dalla morte perché sono preda delle fiamme inestinguibili del
samsāra e sbattuto dagli impetuosi venti delle avversità. Nel mio spavento cerco
rifugio in te perché non conosco nessun altro in cui cercare riparo.
37. Vi sono anime sante, serene e magnanime che, simili alla primavera,
effondono una benefica influenza per il bene dell’umanità. Costoro, avendo
trasceso l’oceano delle nascite e delle morti, per un atto d’amore aiutano i
loro simili a trascenderlo a loro volta.
38. Invero è nella natura del magnanimo di aiutare gli altri a rimuovere
l’incompiutezza, come la luna spontaneamente rinfresca la terra arsa dagli
infuocati raggi del sole.
39. O Signore, dimmi parole preziose come il nettare, sgorganti come una fonte
dalle tue labbra, rese più soavi dalla tua esperienza della beatitudine del
Brahman; versale su di me rinfrescanti, pure e così gradevoli alle mie orecchie;
su me che sono arso dai dolori terreni, come la foresta dalle fiamme di un
incendio. Benedetti sono coloro che tu hai illuminato con uno dei tuoi sguardi,
accogliendoli sotto la tua protezione.
40. Come attraversare l’oceano del samsāra? Quale sarà la mia meta? Quali dei
tanti mezzi dovrò adottare? Confesso la mia ignoranza. O Signore, salvami; dimmi
come por termine alle miserie dell’esistenza relativa.
41. Mentre il discepolo si esprime in tal modo, cercando scampo dal fuoco del
samsāra, il nobile Maestro gli volge uno sguardo di benevolenza, esortandolo a
non aver paura.
42. A colui che, assetato di liberazione, sollecita un aiuto e protezione, a
colui che si conforma ai canoni delle Scritture e che ha la mente serena e
tranquilla, il Maestro non può non dare l’insegnamento con la massima
benevolenza.
43. Non temere o accorto discepolo, per te il pericolo è scomparso perché vi è
un mezzo per trascendere l’oceano delle esistenza transitoria, e questo mezzo di
cui i Saggi si sono serviti per raggiungere l’altra riva, io lo svelerò a te.
44. V’è un mezzo eccellente che estingue il timore della esistenza relativa e
col quale potrai attraversare l’oceano del samsāra e raggiungere la suprema
beatitudine.
45. La riflessione sul significato del Vedānta conduce ad una conoscenza che
determina, a sua volta, l’estinzione di tutte le sofferenze generate dal samsāra.
46. A coloro che cercano la liberazione, la sruti indica, come fattori
principali, la fede, la devozione e la pratica della meditazione. Coloro che vi
si dedicano in modo persistente si affrancano dalla schiavitù dei corpi che
vivono della forza dell’ignoranza.
47. L’identificazione con la non-conoscenza ti ha fatto cadere – tu che sei Sé
supremo – nella schiavitù del non-Sé. Essa è la causa che ti fa perpetuare la
strada delle nascite e delle morti. Ma il fuoco della conoscenza illuminante,
acceso dalla potenza del discernimento-discriminazione (viveka), consumerà i
semi dell’ignoranza.
48. Il discepolo disse: degnati di ascoltare, o Maestro, la questione che
desidero sottoporti.
Sarà con grande soddisfazione che accoglierò la risposta che cadrà dalle tue
labbra.
49. Che cos’è questa schiavitù (bandhah)? Come viene? Come si perpetua? Come ci
si può affrancare? Qual è il non-Sé e quale il supremo Sé? Come distinguere il
Sé dal non-Sé?
Spiegami, te ne prego, ciascuno di questi punti.
50. Il guru rispose: sii tu benedetto perché desideri raggiungere l’assolutezza
del Brahman, liberandoti dalla schiavitù dell’ignoranza. È venuto il momento di
estinguere la tua esistenza condizionata e glorificare la tua famiglia (kulam).
51. Sappi però che un padre potrà incontrare tra i suoi figli o nelle sue
amicizie qualcuno che pagherà i suoi debiti, però non potrà mai trovare un
sostituto che possa rompere le catene della sua schiavitù.
52. Se un peso che si porta sulla testa è tanto gravoso da provocare spossatezza
e dolore, esso può essere alleggerito anche da altri. Ma se si soffre la fame,
la sete, e così via, questa sofferenza nessuno può allontanarla se non se
stessi.
53. Per riacquistare la propria salute, un malato deve seguire la giusta dieta e
prendere le prescritte medicine. Non potrà guarire se altri prenderanno per lui
i relativi farmaci.
54. È per la propria illuminazione, è per l’esperienza diretta, e non per la
mediazione di un erudito, che l’aspirante alla realizzazione riconosce la vera
natura delle cose. La bellezza della luna può essere conosciuta mediante i
propri occhi e non dalla descrizione che possono farne gli altri.
55. Così per rompere i ceppi dell’ignoranza – desideri, azioni e gli effetti di
questi – su chi potrai contare se non su te stesso anche se ti occorrono
innumerevoli kalpa?
56. La liberazione (moksah) non si ottiene né con lo Yoga, né col Samkhya, né
col rito, né con la conoscenza eruditiva, ma con il riconoscimento dell’identità
dell’ātman con Brahman. Non vi è altro mezzo.
57. La bella forma della vina e l’abilità nel suonarla servono solo a deliziare
il pubblico, ma non potranno mai dare da sole la reale sovranità del Sé.
58. L’eloquenza sonora rappresentata da un fiume di parole, l’abilità di esporre
o commentare le scritture, l’erudizione stessa servono solo alla propria
soddisfazione, ma nei riguardi della liberazione tutto ciò è proprio inutile.
59. Vano è lo studio degli sastra fino a quando è sconosciuta la suprema realtà.
Esso è ancora più vano una volta che si conosce direttamente la realtà.
60. Quelle scritture composte da una moltitudine di parole non formano altro che
una foresta impenetrabile in cui la mente facilmente si smarrisce. Il saggio
aspirante deve applicarsi con zelo a sperimentare da sé la vera natura dell’ātman.
61. Per chi è stato morso dal serpente dell’ignoranza, il solo rimedio è la
conoscenza del Brahman. Di quale utilità possono essere per lui i Veda, gli
sastra, i mantra o altri farmaci del genere?
62. Una malattia non se ne va pronunciando semplicemente il nome della medicina,
occorre che questa sia ingerita, così non sperare che, con la semplice
ripetizione del nome Brahman, tu possa conoscere il Sé.
63. Senza risolvere il mondo fenomenico, senza conoscere la reale natura dell’ātman,
come si potrà – con la semplice ripetizione del nome Brahman – ottenere la
liberazione? Tutt’al più si potrà creare un debole sforzo delle corde vocali.
64. Prima che un individuo possa proclamarsi Imperatore, deve vincere i suoi
nemici e portare il regno sotto il suo dominio, diversamente che cosa guadagnerà
ripetendo semplicemente: “Io sono Imperatore”?
65. Un tesoro nascosto nelle profondità della terra può essere trovato solo
quando è scoperto il luogo esatto e quando si scava, rimuovendo i blocchi di
terra e di pietra. Mai esso potrebbe uscire chiamandolo solo per nome. Così per
afferrare la risplendente verità del Sé, nascosto dalla māyā e dai suoi effetti,
dobbiamo conformarci alle istruzioni di un conoscitore del Brahman e seguire poi
la riflessione, la meditazione, ecc. Il Sé non può emergere e manifestarsi con
semplici ragionamenti sofistici.
66. Perciò l’intelligente ricercatore deve, come nel caso della su accennata
malattia, impiegare tutti i mezzi che sono in suo possesso per liberarsi dalla
schiavitù delle nascite e delle morti.
67. I quesiti che tu mi hai posto sono pertinenti e tali da essere anche
apprezzati da coloro che sono versati negli sastra; sono anche concisi, carichi
di significato e sono meritevoli di attenzione per tutti gli aspiranti che
bramano la liberazione.
68. Ascolta attentamente ciò che ora ti dirò, o sagace discepolo. Seguendomi in
modo corretto, tu sarai in grado di spezzare, senza esitazione, la catena delle
trasmigrazioni.
69. Il primo gradino che porta alla liberazione è il distacco (vairāgya) dalle
cose periture; il secondo consiste nel coltivare la quiete mentale, l’autodominio,
la pazienza (sama, dama, titiksa) e, inoltre, nell’astenersi da tutte quelle
azioni indicate dalle Scritture.
70. Poi viene l’ ”ascolto” dell’insegnamento, la riflessione (mananam) su ciò
che è stato udito, la meditazione di lunga durata sulla Verità; dopo questa
prassi, l’aspirante diventa un Muni e potrà raggiungere il supremo stato
non-differenziato (avikalpam), realizzando così nella stessa vita, la
beatitudine del nirvana.
71. Ed ora ti darò accurati chiarimenti sulla discriminazione tra il Sé e il
non-Sé. Ascolta in modo appropriato e assimila questa conoscenza.
72. Il corpo grossolano è composto di sette ingredienti: midollo, ossa, grasso,
carne, sangue, pelle, epidermide; e dalle seguenti appendici: gambe, cosce,
braccia, torace, spalle e testa.
73. Questo corpo (sariram), sede dell’illusione e caratterizzato dalle nozioni
di “io” e “mio”, è chiamato dai Saggi corpo grossolano (sthula); l’etere,
l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra sono i suoi elementi sottili.
74. Gli elementi sottili combinandosi tra loro compongono il corpo grossolano (sthulasarira),
le loro essenze formano gli oggetti dei sensi (visaya) che in gruppi di cinque,
quali il suono, la vista, ecc., contribuiscono a fornire il piacere (sukhaya) al
soggetto sensibile o sperimentatore (bhoktuh).
75. Così, quegli esseri insensati che rimangono incatenati agli oggetti dei
sensi mediante la corda dell’attaccamento, difficile a spezzarsi, vengono e si
dipartono da questo mondo, trascinati dal flusso impetuoso delle loro azioni
passate.
76. Se il daino, l’elefante, la falena, il pesce e l’ape periscono vittime del
loro attaccamento ad uno solo dei cinque sensi, ad esempio, il suono, ecc.,
allora che cosa sarà di quell’uomo attaccato ai cinque sensi?
77. Gli oggetti dei sensi sono, per i loro effetti, più velenosi di quanto non
sia il veleno del cobra, veleno che uccide solo se viene assorbito, ma gli
oggetti dei sensi fanno perire lo sperimentatore che abbia lanciato loro anche
un semplice sguardo.
78. Solo chi si è liberato dalla pesante catena dei desideri-oggetti – in verità
cosa molto difficile – è qualificato per la liberazione; nessun’altra cosa può
aiutarlo, anche se dovesse conoscere i sei sastra.
79. Chi si è distaccato dal mondo in modo apparente, quando attraversa l’oceano
del mutamento, lo squalo del desiderio lo afferra per la gola con violenza,
trascinandolo fuori strada.
80. Chi, invece, munito della spada del perfetto distacco, uccide lo squalo dei
sensi, attraversa l’oceano samsarico senza impedimenti.
81. Sappi che la morte sopraffa quel folle che attraversa la via pericolosa
dell’avidità dei sensi. Ma il discepolo che sceglie la sua strada in accordo
agli insegnamenti di un degno e nobile guru e che esercita costantemente la
facoltà di discriminazione, arriverà felicemente alla fine del viaggio. Non puoi
disconoscere questa verità.
82. Se hai veramente sete di liberazione, evita tutti gli oggetti dei sensi e
abbi per essi un rifiuto come ti trovassi di fronte a cose nocive. Pratica,
invece, queste nobili virtù: la contentezza, la compassione, il perdono delle
ingiurie, l’onestà, la serenità e l’autocontrollo.
83. Chiunque si astiene dal liberarsi dalla schiavitù dell’ignoranza,
identificandosi con il corpo, il quale è oggetto di godimento degli altri,
commette un vero suicidio.
84. Chi cerca di realizzare l’ātman mentre accorda al corpo grossolano
un’attenzione eccessiva, agisce come quell’insensato che, volendo attraversare
un fiume, commette l’errore di cavalcare uno squalo, credendolo un tronco
d’albero.
85. Per l’aspirante che cerca la liberazione, illudersi di essere solo un corpo
grossolano, ecc., equivale ad un’orribile morte. Se si vince questa illusione si
raggiunge lo stato di liberazione.
86. È riportando la vittoria su questa orribile morte, su tutti gli attaccamenti
illusori verso il corpo grossolano, la sposa, i figli, ecc., che raggiungi lo
stato supremo di visnu.
87. Questo corpo grossolano composto di pelle, carne, sangue, arterie, grasso,
midollo, ossa e permeato di sostanze contaminate, non è gradevole.
88. Questa forma densa, precipitata dal cumulo di azioni passate, è un aggregato
di elementi grossolani, formato a sua volta da combinazioni elementari sottili
le cui parti solo mescolate le une alle altre. Questo è lo strumento che il
jivātman utilizza per le sue esperienze nello stato di veglia, percependo, così,
gli oggetti grossolani.
89. L’anima individuale, per quanto distinta, s’identifica col corpo godendo,
mediante gli organi sensori, gli oggetti grossolani, come ad esempio il profumo
di sandalo, di una ghirlanda di fiori, ecc., per cui opera nello stato di
veglia.
90. Sappi che questo corpo grossolano costituisce per te quello che una casa
potrebbe costituire per il suo padrone (purusa). Con esso si possono ottenere i
rapporti col mondo esterno.
91. La nascita, la decrepitezza, la morte, ecc., come il vigore e la debolezza,
sono le proprietà (dharmah) del corpo denso. L’infanzia, l’adolescenza, la
maturità e la vecchiaia sono le sue naturali condizioni; esso segue gli
ordinamenti di casta e gli stadi di vita; inoltre è condizionato da tante
malattie; è sempre ad esso che si serbano differenti trattamenti, quali
adorazione, ingiuria, ossequio,ecc.
92. La pelle, le orecchie, gli occhi, il naso e la lingua sono gli strumenti
della percezione sensitiva e servono per aver la nozione dei dati esterni. Gli
organi della parola, le mani, gli organi di locomozione, di escrezione e di
generazione sono gli strumenti di azione (karmendriyani) e hanno la
caratteristica di eseguire vari lavori (karmasu).
93. L’antahkarana, organo interno della mente, a seconda delle sue modificazioni
(vrtti), viene denominato: manas, buddhi, ahamkara e citta.
94. Manas quando assume la funzione di pensare il pro o il contro dei dati;
buddhi quando conosce il grado di verità delle cose; ahamkara quando assume la
funzione del senso dell’io; citta quando si unisce al proprio oggetto di
desiderio.
95. Segue il prāna che diviene: prāna, apāna, vyāna, udāna, samāna secondo le
molteplici funzioni loro inerenti o secondo le modificazioni che subisce, come
avviene per l’oro o per l’acqua, ecc.
96. I cinque organi di azione, i cinque organi di cognizione, i cinque prāna, i
cinque elementi sottili assieme alla buddhi, l’avidyā, il desiderio e l’azione
sono gli otto fattori che, interrelati, compongono il corpo sottile.
97. Ascolta attentamente:questo corpo sottile, che viene chiamato anche linga
sarira e che esiste negli elementi prima ancora della loro reciproca
combinazione e suddivisione, provando dei desideri porta il jivātman a
raccogliere i frutti delle azioni passate. Questo condizionamento, a cui non si
può dare origine, viene per ignoranza sovrapposto all’ātman.
98-99. La condizione di sogno, distinta dalla veglia, è quella nella quale ci si
esprime solo con la propria luce. Nel sogno la buddhi-intelletto assume il ruolo
di agente, senza alcun fattore esterno, e ciò perché ha accumulato le
impressioni nello stato di veglia.
Ma l’ātman supremo continua a rimanere nel suo proprio posto di gloria con la
semplice sovrapposizione (upādhi) della buddhi, quale testimone di tutte le
cose, e non è minimamente intaccato da nessuna delle azioni di questa, così, in
ogni circostanza, esso rimane libero dalle sovrapposizioni.
100. L’ātman, che è intelligenza pura (cit), utilizza questo corpo sottile come
suo strumento, allo stesso modo del falegname che utilizza i suoi arnesi. Questo
ātman è dunque perfettamente libero.
101. La cecità, la miopia, la vista acuta sono le diverse caratteristiche
dell’occhio e, a seconda della integrità o meno dell’organo considerato,
subiscono imperfezioni, così si ha la sordità per l’orecchio o il mutismo per le
corde vocali, ma queste diverse condizioni non riguardano l’ātman, il supremo
Conoscitore.
102. Respirazione, starnuto, sonnolenza, secrezione, escrezione sono considerati
dagli esperti le funzioni rispettive dei vari prāna, mentre la fame e la sete
sono le caratteristiche (dharma) del prāna propriamente detto.
103. L’organo interno (antahkarana) è localizzato sia in un organo particolare
sia nella totalità diffusa degli organi. Esso si identifica con tali complessi
organici perché dal Sé riceve un influsso di luce (tejasa).
104. Sappi che il senso dell’io, identificandosi con il corpo grossolano,
immagina di essere l’agente o lo sperimentatore e, unito ai guna, come ad
esempio sattva, esperisce i tre stati (veglia, sonno e sonno profondo).
105. Se gli oggetti dei sensi sono piacevoli è felice, quando invece sono
spiacevoli è infelice. Piacere e dolore sono sempre le caratteristiche dell’io
psichico non dell’ātman, la cui essenza è beatitudine.
106. Gli oggetti dei sensi possono esserci perché v’è l’ātman; essi infatti non
hanno vita propria. L’ātman è, per sua natura, quello per cui tutte le creature
si amano, quello che non soffre perché è essenza di beatitudine.
107. Nella condizione di sonno profondo, si gode, senza la mediazione di alcun
oggetto dei sensi, la beatitudine dell’ātmā (ātmānando); ciò è chiaramente
attestato dalla rivelazione, dalla percezione diretta, dalla tradizione e
dall’inferenza.
108. L’ignoranza, o māyā, chiamata anche l’immanifesta, è il potere stesso del
Signore; essa appare senza inizio, comprende i tre guna ed, essendo la causa
prima, è superiore a tutti gli effetti. Un intelletto chiaro può inferirla da
questi effetti. Essa ha portato in oggettività l’universo intero.
109. Non si può dire di essa né che esista né che non esista, né che partecipi
all’esistenza né alla non-esistenza; non è né omogenea né eterogenea, né l’una
né l’altra assieme. Non è composta di parti, né costituisce un tutto
indivisibile, non è contemporaneamente né l’uno né l’altro. Essa, supremo
prodigio, sfugge ad ogni tipo di descrizione.
110. Essa può essere eliminata realizzando il puro non-duale Brahman, come
l’illusione del serpente viene rimossa quando si ha la conoscenza della corda. I
suoi guna sono tamas, rajas, sattva, così denominati a seconda delle loro
rispettive funzioni.
111. Rajas ha come caratteristica il potere di proiezione; l’attività è la sua
natura e da esso provengono le modificazioni della mente, quali l’attaccamento,
la sofferenza, ecc.
112. I funesti attributi del rajas sono: il desiderio, la collera, l’avidyā,
l’arroganza, l’odio, l’egoismo, l’invidia, la gelosia, ecc.; da esso nascono
anche le tendenze estrovertite, è sempre esso la causa della schiavitù.
113. Il potere velante appartiene al tamas guna che fa apparire le cose
diversamente da ciò che sono. Esso è anche causa di trasmigrazione e mette in
moto il suo potere proiettivo.
114. Persino il saggio e l’erudito penetrati nel più sottile significato dell’ātman
possono essere sopraffatti dal tamas, così da incorrere nell’errore di
riconsiderare reali le sovrapposizioni create dall’ignoranza e identificarsi
agli effetti di questa. È proprio grande il velante potere del temibile tamas.
115. In preda al tamas, non v’è equilibrio, giudizio e la mancanza di
convinzioni alimenta il dubbio. Questo è il risultato di chi si sprofonda nel
potere velante del tamas, oltre a subire sofferenze incessanti causate dal
potere proiettivo.
116. Gli attributi di tamas sono l’ignoranza, la rilassatezza, la pigrizia, il
torpore, la negligenza e l’ottusità. Colui che vi soggiace non comprende più
niente, rimanendo addormentato come un pezzo di legno o una pietra.
117. Il puro sattva ha la trasparenza dell’acqua viva e, tuttavia, se è commisto
al rajas o al tamas, concorre anch’esso a trascinare nella trasmigrazione.
Quando la luce dell’ātman si riflette nel solo sattva, allora, come il sole,
essa rivela l’intero universo oggettivo.
118. Le proprietà del sattva unito agli altri due guna sono: assenza di
orgoglio, ecc., non violenza, non falsità, non appropriazione, continenza, non
possessività, purezza (esterna e interna), il contentarsi, ardente aspirazione,
studio e abbandono a Isvara, fede, devozione, ardente anelito alla liberazione,
tendenze divine e una profonda avversione per il non-reale.
119. Le caratteristiche del puro sattva sono la letizia, la realizzazione dell’ātman,
la suprema pace, la pienezza, la costante devozione per il supremo ātman, il
quale conferisce la beatitudine eterna.
120. L’immanifestato composto dai tre guna costituisce il corpo causale dell’ātman.
Il suo stato è il sonno profondo in cui la mente e tutti gli organi connessi
cessano di funzionare.
121. Il sonno profondo è, dunque, costituito dalla cessazione di ogni genere di
percezione, per cui la buddhi si trova rivestita di un velo formale molto
sottile, dimorando allo stato germinale-causale. Il noto giudizio: “in quello
stato non ho percepito niente”, conferma tale condizione.
122. Il corpo grossolano, gli organi dei sensi, il prāna, la mente, il senso
dell’io con tutte le sue modificazioni, gli oggetti dei sensi con il
piacere-dolore, gli elementi grossolani, come l’etere e il resto, in breve
l’intero universo fino all’immanifesto costituiscono il non-ātman.
123. Dalla Mente universale (Mahat) fino al corpo grossolano, tutto è effetto
della māyā. Essi, con la loro causa, la māyā stessa, rappresentano il non-ātman
e sono irreali come il miraggio nel deserto.
124. Ora passo a spiegarti la vera natura del supremo Sé realizzato il quale
l’individuo si libera da ogni schiavitù, ottenendo così l’ ”isolamento” (kaivalya).
125. Esiste una realtà, un’entità assoluta, la quale è l’eterno sostrato della
coscienza differenziata, testimone dei tre stati e distinta dai cinque involucri
(grossolano, pranico, mentale, intellettivo, di beatitudine).
126. Colui che conosce tutto ciò che accade negli stati di veglia, sogno e sonno
profondo, colui che è consapevole della presenza o dell’assenza del pensiero e
delle sue modificazioni, colui che è il supporto dello stesso senso dell’io è l’ātman.
127. Colui che osserva ogni cosa, ma che da nessuno è osservato, colui che
illumina la buddhi, ecc., ma che da questa non viene illuminato, è l’ātman.
128. Colui che permea questo universo, ma che da nessuno può essere permeato,
colui la cui luce si riflette nell’universo intero coprendolo con il suo
splendore, è l’ātman.
129. Dalla sua celata presenza attingono gli ordini il corpo, gli organi
sensori, la mente e l’intelletto, con le loro rispettive funzioni, come i
servitori dal padrone.
130. È sempre per esso che tutto ciò che esiste – dal senso dell’io al corpo
grossolano, compresi gli oggetti dei sensi – è conosciuto in modo manifesto,
essendo l’essenza dell’eterna conoscenza.
131. Esso è il Sé interiore, il primordiale Signore, la costante e piena
beatitudine, sempre identico a se stesso per quanto si rifletta nelle molteplici
modificazioni mentali. Gli organi sensori e i prāna, con le loro rispettive
funzioni, attingono da esso.
132. Dimorando nel nostro stesso corpo, nella mente ripiena di sattva, nel
profondo della buddhi, nell’ākāsa non-manifesto, l’ātman risplende del suo
proprio splendore, come il sole nel firmamento, illuminando questo universo.
133. Il conoscitore delle modificazioni mentali, dell’io, delle attività del
corpo, degli organi sensori e del prāna, sembra prendere la forma di questi,
come il fuoco prende la forma di una palla di ferro surriscaldata; ma in verità
esso né agisce né si trasforma.
134. Non nasce e non muore, non cresce e non diminuisce, non può subire
cambiamenti perché è invariabile; quando il corpo si disintegra esso continua ad
esistere, come continua ad esistere l’etere racchiuso in una brocca quando
questa si rompe.
135. Il supremo ātman, distinto dalla sostanza primordiale universale (prakrti)
e dalle sue trasformazioni, ha la natura della pura conoscenza; esso rivela
l’interno universo reale e non-reale, sussiste di là dai tre stati e dal senso
dell’io, e manifesta se stesso come testimone della buddhi.
136. Disciplinata la mente (manas) e purificato l’intelletto (buddhi), realizza
il tuo proprio Sé, così potrai attraversare l’illimitato oceano del samsāra, le
cui onde sono le nascite e le morti. Rimani dunque fermo e soddisfatto nel
Brahman.
137. Confondere per ignoranza il Sé col non-Sé significa essere schiavi delle
nascite e delle morti. Identificandosi col corpo grossolano perituro – che non
ha realtà assoluta – alimentandolo, curandolo, prolungando la sua esistenza con
oggetti allettanti ci si attacca sempre più, come il bruco al suo bozzolo.
138. L’idea di ciò che non si è è causata dall’oscurità velante. È la mancanza
di discernimento che induce a scambiare la corda per il serpente; così gravi
pericoli minacciano colui che accetta questa falsa rappresentazione. Ascolta,
caro amico, quando ci si attacca al falso, si crea la schiavitù.
139. Il potere velante, che è fatto di oscurità (tamas), copre l’ātman eterno,
pieno, non-duale, dall’infinito potere luminoso, come Rāhu copre il sole.
140. Mediante questo velamento, l’individuo s’identifica erroneamente col non-Sé,
cioè con il corpo, mentre l’innato ātman brilla di luce pura. Così rajas, con il
suo grande potere proiettivo, lo acceca con le qualità incatenanti del
desiderio, della collera, ecc.
141. Colui la cui mente è inghiottita dallo squalo divoratore della grande
illusione, s’immagina di essere egli stesso i differenti stati condizionanti,
affondando e risalendo nell’oceano sconfinato del samsāra, in balia delle onde.
In verità questa è una misera sorte.
142. Come le nuvole generate dai raggi del sole coprono lo stesso sole, così
l’io – riflesso proiettivo dell’ātman – copre lo stesso ātman.
143. Come in una giornata nuvolosa, quando il sole è oscurato da dense nebbie,
il freddo e il vento affliggono l’individuo, così quando l’ātman è oscurato dal
tamas (l’ignoranza), il terribile potere proiettivo perseguita l’individuo con
affanni senza fine.
144. Questi due poteri sono la causa della schiavitù dell’individuo. Così,
illuso da essi, scambiando il corpo per il Sé, egli vaga da una vita all’altra.
145. Dall’albero del samsāra, il tamas (l’ignoranza) è il seme, l’aderire
all’idea che il corpo sia il Sé è il germoglio, l’attaccamento al godimento
sensoriale le foglie, l’azione (karma) l’acqua di alimento, il corpo il tronco,
l’energia vitale i rami, gli organi sensori i ramoscelli, gli oggetti dei sensi
i fiori, le molteplici sofferenze effetto del karma i frutti, il jiva è
l’uccello assiso su di esso.
146. Il non-Sé che determina la schiavitù è frutto dell’innata ignoranza-radice
, senza inizio e senza fine, la quale crea un flusso di sofferenze: nascita,
malattia, vecchiaia e morte.
147. Tale schiavitù non può essere risolta né con le armi, né col vento, né col
fuoco, né con le molteplici azioni (karma), ma solo con la spada della suprema
conoscenza forgiata dalla discriminazione (viveka) e dalla purificazione degli
elementi.
148. Colui che per autoriconoscimento aderisce alla sruti e compie il suo
svadharma (dovere inerente al proprio stato), è purificato; e l’individuo
dall’intelletto puro realizza l’ātman supremo. Solo così il samsāra viene
distrutto alla sua radice.
149. Sotto il velo delle cinque guaine, quale quella del cibo, prodotte dal suo
stesso potere, il Sé si cela, come avviene con l’acqua di un lago coperta dalla
coltre delle alghe.
150. Con la rimozione delle alghe, l’acqua del lago riappare perfettamente pura,
spegnendo la sete e dando immediata gioia.
151. Rigetta dunque queste cinque guaine e il Sé ti apparirà come essenza di
costante (nitya) beatitudine (ānanda), come il Supremo che brilla del suo
proprio splendore.
152. Per liberarsi dalla schiavitù, il saggio discepolo deve discriminare tra il
Sé e il non-Sé, solo così egli potrà conoscere la propria natura come Essere,
Coscienza, Beatitudine (sat-cit-ānanda).
153. È liberato colui che sa separare gli oggetti sensoriali dal Sé come si
separa la scorza avviluppante dell’erba munja. Così, immergendo ogni cosa nel Sé
immobile, si crea la perfetta identità con esso.
154. Questo corpo è il prodotto del cibo e costituisce la guaina del cibo. Vive
a causa del cibo e muore se ne è privo. È un miscuglio di pelle, carne, sangue,
ossa e altre relatività; così esso non potrà mai essere l’eternamente puro ātman
che non deve la sua esistenza a nessuno fuorché a se stesso.
155. Prima della sua apparizione esso non poteva esistere, né dopo la sua
scomparsa potrà mai essere; la sua parabola è solo un lampo. Le sue qualità solo
aleatorie; è per sua natura soggetto a mutamento; è composto di parti, è inerte
e, come una brocca, è un semplice oggetto sensorio. Tale corpo potrà mai essere
l’ātman, l’indistruttibile Testimone di tutti i cambiamenti fenomenici?
156. Il corpo, composto di braccia, gambe, ecc., non può essere l’ātman, perché
si può continuare a vivere anche in assenza di una o più di tali parti. Se esso
è un semplice relativo che dipende da altro, come può essere l’ātman, il
legislatore universale?
157. L’ātman è la realtà distinta dal corpo grossolano con le sue
qualificazioni, le sue attività e i suoi vari stati (nascere, brillare, morire);
esso è il Testimone costante di tutte queste cose.
158. Come può l’increato ātman, il conoscitore, essere questo corpo composto di
ossa, carne, sudiciume e impurità?
159. Colui che è privo di senno s’identifica con tale ammasso di pelle, di ossa,
di carne, ecc., ma l’aspirante fornito di discernimento riconosce l’ātman come
il solo reale, il quale è differente dal corpo.
160. L’individuo sciocco pensa: io sono il corpo, l’individuo erudito nelle
scritture pensa: io sono una combinazione di corpo e anima vivente, ma il
conoscitore (lo gnostico), fornito di discernimento, pensa: io sono Brahman, e
considera il sempre esistente ātmā come il supremo ātman.
161. O tu privo di senno, cessa di pensarti composto di carne, pelle, grasso,
ossa, ecc., riprendi la tua identità col Brahman incondizionato, il Sé
universale, e realizza la suprema pace.
162. Colui che possiede solo un’erudizione libresca, pur conoscendo a fondo il
Vedānta, non potrà avere la liberazione se non cessa di identificarsi con il
corpo e gli organi sensori che sono apparenze illusorie.
163. Come non ti consideri l’ombra del tuo stesso corpo o la tua immagine
riflessa nell’acqua, nel sogno o nella tua immaginazione, così non devi
considerarti il corpo grossolano che indossi.
164. Dal considerarti l’irreale corpo grossolano deriva la sofferenza della
nascita, ecc. Perciò, con tutti i tuoi sforzi, devi porre fine a tutto ciò. Non
potrà esserci rinascita se questa identificazione prodotta dalla tua mente non
sarà risolta.
165. Il prāna, associandosi con i cinque organi di azione, forma la guaina
dell’energia vitale e, pervadendo la guaina fatta di cibo (il corpo fisico),
concede a questa la possibilità di creare attività.
166. La guaina dell’energia vitale non può essere l’ātman, perché essa è una
modificazione dell’aria universale. Come l’aria in un vaso, essa entra ed esce
dal corpo grossolano e, non essendo reale, è incapace di discernere ciò che è
piacevole o doloroso per sé o per altri.
167. Gli organi di percezione, associati alla mente manasica, formano la guaina
fatta di mente. Essa è causa di distinzione (o falsa rappresentazione del reale)
e si esprime con le nozioni del “mio” e dell’ “io”. Essa, interpenetrando la
guaina precedente, ha il potere di creare le differenziazioni.
168. La guaina mentale rappresenta il fuoco sacrificale e proietta l’intero
mondo dei fenomeni; questo fuoco è alimentato dai molti desideri dei cinque
sensi, che costituiscono gli officianti, i quali agiscono come un continuo
flusso di oblazioni.
169. Di là dalla mente (manas) non v’è più ignoranza; anzi l’ignoranza è la
stessa mente la quale è causa di rinascita. Quando essa è risolta, il tutto è
risolto; quando essa si manifesta, ogni cosa appare.
170. Nel sogno, in cui non esistono gli oggetti esterni, la mente da se stessa
crea lo sperimentatore e il mondo da sperimentare. Ciò accade anche nella
condizione di veglia. Così tutto questo universo oggettivo non è altro che una
proiezione della mente.
171. Quando la mente è sparita nello stato del sonno profondo, non v’è – come è
noto – alcun dato percepibile. Perciò il mondo del cambiamento (samsāra) è
prodotto dalla mente dell’individuo, quindi non ha realtà assoluta.
172. Il vento ammassa le nuvole e lo stesso vento le disperde, così la mente
immagina la schiavitù, ma immagina anche la liberazione (moksa).
173. Essa produce il desiderio per il corpo e il gusto per gli oggetti dei sensi
legando così l’individuo, come un animale viene legato con una fune. Poi la
stessa mente suscita verso gli oggetti sensoriali un’avversione come fossero
veleni, liberandolo dalla schiavitù.
174. Perciò la mente è la causa sia della schiavitù che della liberazione.
Quando è macchiata dal rajas produce la schiavitù, quando è purificata dal rajas
e dal tamas porta alla liberazione.
175. Quando la mente diviene pura per la predominanza del discernimento e della
spassionatezza, si volge verso la liberazione. Così l’individuo intelligente che
cerca la liberazione deve in primo luogo rafforzare queste due virtù.
176. Nella vasta foresta dei piaceri sensoriali vaga una grossa tigre chiamata
mente.
Chi veramente aspira alla liberazione è bene che si tenga da essa a debita
distanza.
177. La mente produce incessantemente per lo sperimentatore oggetti sensibili
senza fine, sia grossolani sia sottili, come pure le distinzioni dei corpi,
degli ordini sociali, degli stadi di vita, delle qualità (guna), delle attività,
delle cause e degli effetti.
178. Ingannando al pura Coscienza e rendendola schiava mediante le qualità del
corpo, degli organi sensori, della energia vitale, e servendosi dell’idea del
“mio” e dell’ “io”, la mente la trascina incessantemente nelle diverse
esperienze, frutto dei risultati prodotti dalle sue stesse azioni.
179. La trasmigrazione del purusa (il microcosmo) avviene per la funesta causa
della sovrapposizione. La schiavitù che ne consegue è opera della mente che
sovrappone; è ancora per essa che si origina la sofferenza della nascita e della
morte perché un individuo permeato di rajas e tamas non ha discernimento.
180. Così, dai Saggi che hanno scoperto la verità, la mente è considerata avidyā.
È da questa che il mondo fenomenico è trasportato in ogni direzione, come le
nuvole sono trasportate dal vento.
181. La mente di colui che cerca la liberazione dev’essere diligentemente
purificata. Quando ciò avviene, la liberazione diventa accessibile come un
frutto a portata di mano.
182. Colui che è votato alla liberazione, sa risolvere il suo attaccamento agli
oggetti dei sensi, sa rinunciare a tutti i karma, sa aver fede nella verità e sa
praticare assiduamente gli esercizi prescritti; inoltre riesce a purgare la sua
buddhi dalla natura del rajas.
183. La guaina mentale non può essere il supremo Sé (paratma) perché essa ha un
inizio e una fine e perché subisce il cambiamento; inoltre è caratterizzata dal
dolore e dalla sofferenza (duhkha) e costituisce un semplice oggetto di
percezione. Ora il visto non può mai essere scambiato con colui che vede.
184. Associata agli organi percettivi, la buddhi, con le sue modificazioni (sarvrttih),
prende le caratteristiche di agente sperimentatore. Essa rappresenta la guaina
dell’intelletto ed è causa di trasmigrazione.
185. Accompagnato da un riflesso della potenza di Cit, l’intelletto è una
modificazione di prakrti, dotato dell’attività del conoscere; svelandosi come
io, è identificato costantemente con il corpo, con gli organi sensori, ecc.
186. È senza inizio temporale, ha la natura dell’ “io sono questo”, è l’anima
vivente che esercita l’attività nel mondo relativo. Secondo le tendenze (vasanah)
acquisite, compie le azioni (karma) buone o non-buone raccogliendone i frutti.
187. Esso (jiva) va e viene, sperimentando diversi corpi, conformemente alle
condizioni karmiche. Questa guaina fatta di conoscenza passa attraverso gli
stati di veglia, sogno, ecc., provando piacere e dolore.
188. Esso s’identifica con le qualità (guna), le azioni (karma), i doveri (dharma)
degli ordini di vita inerenti al corpo. Questa vijnanakosa è estremamente
luminosa perché è vicina al supremo ātmā. Essa comunque, vela il Sé essendone
una sovrapposizione (upādhi).
189. Questa guaina di conoscenza risplende nel prāna del cuore, e l’ātmā
immutabile, a causa dell’esistente sovrapposizione, sembra giocare il ruolo di
agente e sperimentatore.
190. Questo ātmā, benché sia il Sé di tutto l’esistente, assumendo i
condizionamenti della buddhi, per errore sembra identificato con tale entità
puramente illusoria, per cui lo si considera come un’individualità distinta,
come se i diversi vasi potessero differire dall’argilla di cui sono fatti.
191. Il supremo Sé, benché immutabile e perfetto, associato alla
sovrapposizione, assume le qualità di questa, per cui sembra agire esso stesso,
come il fuoco che, pur avendo sempre la stessa forma, appare diverso quando
viene roteato.
192. Il discepolo chiese: se il supremo ātmā esiste come jiva, per errore o
altro, e la sovrapposizione è senza inizio, allora come potrà avere una fine?
193. E se l’esistenza del jiva è eterna, esso sarà sempre soggetto a
trasmigrazione, per cui la liberazione è impossibile. Riverito guru illuminami
su questo punto.
194. Il venerabile guru rispose: o dotto amico, hai posto una domanda
appropriata; ascoltami attentamente. Ciò che è prodotto dall’immaginazione, nata
dall’illusione, non può essere accettato neanche come ipotesi.
195. Tra il Sé, che è libero, senza attività e senza forma, e il mondo degli
oggetti può esserci rapporto solo sul piano dell’illusione come avviene quando
si attribuisce il colore azzurro al cielo.
196. L’essenza del jiva, che appare come ātman, il quale è il vero Testimone
illuminato, inqualificato (nirguna) e senza attività, non è reale, essendo solo
un’illusione creata dalla buddhi. È proprio quando tale illusione viene risolta
che esso (il jiva) cessa di esistere.
197. Questo jiva permane fino a quando dura l’illusione causata dalla non
conoscenza. L’idea della corda scambiata per serpente persiste fino a quando vi
è l’errore, ma il serpente non risarà più quando l’illusione sarà svanita. Così
è nel nostro caso.
198. Per quanto l’avidyā, con i suoi effetti, sia senza inizio, tuttavia, al
sorgere della vidya, l’avidyā, con le sue radici, viene risolta, come un sogno
al risveglio.
199. Così il tutto fenomenico, per quanto senza inizio, non è eterno, come non
lo è la non-esistenza precedente.
200. La non-esistenza precedente, per quanto senza inizio, ha una fine. Così il
jivātman, immaginato come l’ātman, a causa delle sovrapposizioni, come ad
esempio la buddhi, non
201. è reale: il Sé è completamente differente da esso (il jiva). La relazione
tra l’ātman e la buddhi è dovuta alla falsa conoscenza.
202. La soluzione delle sovrapposizioni avviene con la giusta conoscenza e non
in altro modo. Secondo la sruti, la conoscenza-realizzazione dell’identità dell’ātmā
col Brahman avviene con la giusta conoscenza.
203. Ciò si ha mediante la retta discriminazione-discernimento tra l’ātman e il
non-ātman. Si deve quindi discernere il jivātman individuale dal vero ātman.
204. Come l’acqua fangosa ridiventa trasparente se ripulita dalla melma, così l’ātman
rivela improvvisamente tutto il suo splendore quando le maculazioni sono
rimosse.
205. Nella rimozione delle sovrapposizioni vi è lo svelarsi improvviso del vero
ātman. Di conseguenza si deve rimuovere dal vero ātman ogni cosa, come il senso
dell’io, ecc.
206. Così la guaina dell’intelletto, di cui abbiamo parlato, non può essere il
supremo ātman perché essa è soggetta a cambiamento, è inanimata, è limitata, è
un oggetto percepibile e non è costantemente presente. Una cosa non-reale non
può essere considerata reale (nitya).
207. La guaina della beatitudine è, ancora, una modificazione
dell’ignoranza-oscurità ed è toccata (baciata) da un riflesso della beatitudine
dell’ātman. Possiede le qualità del piacere, ecc. e si rende sensibile quando un
oggetto piacevole viene percepito; essa si fa sentire in quell’essere fortunato
che raccoglie il frutto di atti meritori, godendo la beatitudine senza sforzo.
208. La guaina fatta di beatitudine è spontaneamente attiva nel sonno profondo,
mentre negli altri stati di sogno e di veglia è solo parzialmente manifesta
perché dipende dalla vista o contatto di un oggetto piacevole.
209. Questo corpo fatto di beatitudine non può essere il supremo ātman perché è
un semplice rivestimento, perché è una modificazione della sostanza-natura,
perché è l’effetto di azioni meritorie, perché è inserito nelle altre
guaine-corpi che sono anch’esse modificazioni.
210. Quando i cinque corpi-aggregati sono stati compresi e risolti secondo
l’indicazione della sruti, ciò che rimane è il Testimone, che ha la natura della
conoscenza.
211. Questo ātman è considerato autorisplendente e distinto dai cinque
involucri-corpi; esso è il Testimone dei tre stati, è senza cambiamento, è senza
maculazioni ed è eterna beatitudine. Il saggio deve realizzarlo come il suo
ātman.
212. Il discepolo chiese: o Maestro, dopo aver risolto queste cinque
guaine-corpi non-reali, v’è la non-esistenza del tutto? Quale entità potrebbe
ancora esistere con cui il saggio dovrebbe creare l’identità?
213. Il guru rispose: tu parli in modo giusto, o dotto discepolo; sei capace di
vera discriminazione. Dopo aver risolto i cinque involucri-corpi rimane l’ātman,
quello mediante
214. il quale sono percepite tutte le modificazioni, come il senso dell’io,
ecc., e la loro stessa assenza (nel sonno profondo); quello che non può essere
oggetto di percezione. Esercita adesso tutta la sottigliezza del tuo intelletto
(buddhi).
215. Quando una cosa è percepita vuol dire che c’è un testimone dietro a quella
percezione. Quando però l’agente percipiente viene a mancare, com’è possibile
percepire qualcosa?
216. Questo ātman è il testimone di se stesso, il quale si conosce da se stesso.
Quindi l’anima individuale è il Supremo Brahman e nient’altro.
217. Quello che si manifesta nei tre stati di veglia, sogno e sonno profondo,
quello che, sotto i diversi aspetti, è ininterrottamente percepito come una
serie ininterrotta d’impressioni del senso dell’io, quello che, in quanto
Testimone, osserva tutte le impressioni dell’io, della buddhi, ecc., le quali
sono forme modificanti, quello che viene realizzato come sat-cit-ānanda, sappi
che esso è l’ātman, il quale dimora nel tuo cuore.
218. Uno sciocco, osservando l’immagine del sole riflessa nell’acqua di una
brocca, crede che sia il vero sole. Così, per effetto dell’illusione, egli
s’identifica con il riflesso dell’intelligenza pura, situato nelle guaine (upādhi),
considerandolo la propria realtà.
219. Il saggio mette da parte la brocca, l’acqua e il riflesso per osservare
solo il sole, di per sé risplendente, il quale, pur illuminando quei tre, ne
rimane distaccato.
220. È considerando non-reale il corpo grossolano, la buddhi e il riflesso
dell’intelligenza (cit) in essa, è realizzando questo Testimone, questo Sé (ātmā)
che è intelligenza suprema e causa di tutto, dimorante nel segreto della buddhi,
distinto dal veicolo grossolano e da
221. quello sottile, che è eterno, onnipresente, onnipervadente, più sottile del
sottile, omogeneo, esente da parti interiori o esteriori, sempre identico a se
stesso, è realizzando questo Sé che l’individuo può affrancarsi da tutti gli
errori, lavarsi da ogni impurità, liberarsi dalla morte
222. e dalla sofferenza, divenendo oceano di beatitudine. Per chi aspira alla
liberazione non v’è altro mezzo, per risolvere le catene della schiavitù, se non
realizzare la realtà di se stesso.
223. La causa della liberazione è l’identità con Brahman. Mediante ciò il Saggio
consegue Brahman, Uno-senza-secondo, beatitudine suprema.
224. Una volta compreso il Brahman non si ritorna più nel mondo del samsāra.
Così si deve realizzare la piena identità dell’ātman con Brahman.
225. Brahmā è esistenza (realtà-verità), conoscenza, infinito; esso è puro,
supremo, autoesistente, eterno, essenza di indivisibile beatitudine, non
differente dall’anima individuale, senza dentro né fuori, glorioso.
226. Esso è il supremo non-duale, il reale, e nient’altro esiste. Nello stato di
realizzazione della suprema realtà (paramartha) non v’è più alcun ente separato.
227. Quest’intero universo, che l’ignoranza proietta in molteplici forme, non è
altro che Brahman, libero dal condizionamento del pensiero.
228. Benché il vaso sia una modificazione dell’argilla, esso non si differenzia
da questa. Il vaso, nella sua natura, è ovunque identico all’argilla. Se lo si
chiama vaso è solo per semplice convenzione.
229. Nessuno può dire che la natura di una brocca sia qualcosa di diverso
dall’argilla di cui è fatta. La brocca quindi viene immaginata reale ma la
realtà suprema (paramartha) è l’argilla.
230. L’intera esistenza, essendo l’effetto del reale Brahman, non può essere
nient’altro che Brahman, perché non può esistere indipendentemente da esso. Chi
sostiene il contrario è sotto l’impressione dell’illusione e parla come un
addormentato.
231. In verità Brahman è questo universo, così afferma l’Atharva Veda. Perciò
l’universo è Brahman; una sovrapposizione non ha esistenza indipendentemente dal
suo sostrato.
232. Se l’universo fosse autoesistente, l’ātman non sarebbe l’infinita essenza;
così le Scritture sarebbero false e il Signore stesso sarebbe colpevole di dire
una non-verità. Nessuna di queste ipotesi può essere presa in considerazione da
una grande anima.
233. Il Signore (Isvaro) che conosce l’essenza della realtà, ha sostenuto ciò
nel detto: “Tutti gli esseri trovano dimora il Me, ma io trascendo loro”.
234. Se l’universo fosse reale, esso dovrebbe essere percepito nel sonno
profondo; ma poiché non è percepito, allora se ne deduce che è irreale come un
sogno.
235. Quindi l’universo non può esistere indipendentemente dal supremo ātman; e
la percezione della sua separazione appare falsa, come la qualità azzurra
attribuita al cielo. Un attributo sovrapposto perde completamente valore e
significato quando lo si dissocia dal suo sostrato. È l’illusione che fa
sembrare il sostrato come la stessa sovrapposizione.
236. Tutto ciò che un individuo – vittima dell’illusione – percepisce per
errore, lo si può considerare sempre Brahman. Lo splendore dell’argento
percepito non è altro che una madreperla. Brahman è il sempre esistente come
“questo” universo, e ciò che è sovrapposto a Brahman può essere solo un semplice
appellativo di comodo (nama).
237. Quindi il supremo Brahman, il reale, non-duale, puro, essenza di
conoscenza, incontaminato, supremamente pacificato, senza inizio né fine, senza
attività, della natura
238. dell’essenza della beatitudine suprema, di là da tutte le differenziazioni
create dalla māyā, eterno, felice, senza parti, incommensurabile, senza forma,
immanifesto, senza nome, immutabile, autorisplendente, questo supremo Brahman è
il tutto.
239. I Saggi realizzano la suprema verità, nella quale non v’è distinzione tra
il conoscitore, la conoscenza e il conosciuto, che è indifferenziata,
trascendente, compiuta e conoscenza assoluta.
240. Questo Brahman non può essere accettato né rifiutato; esso è di là dalla
mente e dal linguaggio, incommensurabile, senza inizio né fine, è pienezza, è il
Sé di tutti, è grandezza ineguagliabile.
241. Se la sruti, nella massima “Tu sei Quello”, enuncia ripetutamente
l’identità del Brahman col jiva, designati rispettivamente con “Quello” (tat) e
“Tu” (tvam), spogliati entrambi degli attributi che vengono dati loro, occorre
comprendere che tale identità non deve intendersi
242. nel senso letterale, ma nel senso implicito, dato che i due termini sono
reciprocamente contradditori e opposti come lo sono il sole e la lucciola, il Re
e il servitore, l’oceano e l’onda, il monte Meru e un atomo.
243. La distinzione tra questi due termini è prodotta dalle sovrapposizioni, che
non sono reali. Nel caso del Signore (Isvara), la sovrapposizione è costituita
dalla stessa māyā, la quale è causata dal mahat; se invece si tratta del jiva è
effetto delle cinque guaine.
244. Quando le sovrapposizioni del jiva supremo e del jiva individuale vengono
eliminate, non v’è più né il jiva supremo né quello individuale. Quando il regno
del Re e lo scudo del guerriero sono assenti, in effetti non v’è più né Re né
guerriero.
245. La stessa sruti, con le parole: “Ora segue l’ingiunzione…”, esclude ogni
immaginazione di dualità nel Brahman. È dunque indispensabile dissipare queste
due sovrapposizioni per mezzo della diretta conoscenza, come nella sua autorità
insegna la sruti.
246. Né questo (parajiva) né questo (jiva) sono reali, essendo solo immaginari,
come il serpente è immaginato nella corda o come è immaginato un sogno. Con la
soluzione del mondo oggettivo (visto, percepito), l’unità sottostante alle due
sovrapposizioni può essere conosciuta.
247. Perciò per la comprensione dell’assoluta unità dei due (Isvara e jiva),
questi devono essere attentamente esaminati nel loro significato implicito. Non
si deve usare né il metodo che sottintende un termine né quello che aggiunge un
termine, ma occorre utilizzare entrambi i metodi.
248. Nella frase: “Questo è quel Devadatta” (che si è visto precedentemente
altrove), si afferma l’identità dei due termini, eliminando i rispettivi
attributi che si escludano reciprocamente. È lo stesso nel detto: “Tu sei
Quello”; il Saggio rigetta, in entrambi i termini, gli elementi
249. contradditori e riconosce la piena identità di ātmā e Brahmā perché
l’attenzione si è portata esclusivamente sulla loro essenza che è comune.
Inoltre in centinaia di grandi detti si menziona la piena identità-natura di
Brahmā e ātmā.
250. Eliminando l’irreale alla luce di certi passi della sruti come: “Esso non è
grossolano, ecc.” si realizza l’ātman che è autoaffermato, incondizionato come
l’etere, che oltrepassa la stessa mente. Così, rigetta la nozione di corpo che
percepisci e con cui hai creato identificazione. Affermando: “Io sono Brahman”,
con l’intelletto purificato, potrai comprendere l’ātman che è completa
conoscenza-illuminazione.
251. Le modificazioni dell’argilla, per esempio una brocca, che la mente
considera reali (autoesistenti), non sono altro che argilla. Così l’intero
universo che procede dal Brahman è lo stesso Brahman. Poiché non v’è altro che
Brahman, unica realtà, tu sei Quello, il puro, il supremo, il non-duale.
252. Come nel sogno il luogo, il tempo, gli oggetti, il conoscitore, ecc., non
sono reali, così il mondo dell’esperienza di veglia, causato dall’ignoranza, non
è reale. E poiché il corpo, gli organi, il prāna, il senso dell’io, ecc., non
sono reali, tu sei Quello, il sereno, il puro, il supremo Brahman non-duale.
253. Ciò che viene per errore immaginato autoesistere in quanto oggetto, si
rivela, invece, quando la verità corrispondente è conosciuta, come il sostrato e
non differente dal sostrato. L’universo di sogno, con la sua molteplicità,
appare e scompare col sogno stesso, ma allo stato di veglia esso potrà mai
essere considerato come qualcosa di distinto dalla stessa mente?
254. Ciò che è di là dallo stato sociale, dal credo religioso, dalla famiglia;
che è di là dal nome e dalla forma, dalle qualità, dal pregio e dal difetto; che
è di là dal luogo, dal tempo e dagli oggetti dei sensi, è Brahman, e tu sei
Quello, contempla ciò dentro di te.
255. Questo Supremo che è di là dalla parola, ma entro la portata dell’occhio
della pura illuminazione, che è immacolata unità di coscienza senza inizio, è il
reale Brahman, e tu sei Quello, contempla ciò dentro di te.
256. Ciò che non è toccato dalle sei onde (fame, sete, sofferenza, illusione,
decrepitezza e morte), ciò su cui medita il cuore dello yogi, ma che non può
essere contemplato dagli organi sensori, ciò che l’intelletto non può conoscere,
ciò che è senza macchia è Brahman, e tu sei Quello, contempla ciò dentro di te.
257. Ciò che è il sostrato del mondo e dei suoi vari aspetti illusori, che si
sostiene da se stesso, che è distinto dal grossolano e dal sottile, che non ha
parti e nessun paragone è Brahman, e tu sei Quello, contempla ciò dentro di te.
258. Ciò che non ha nascita, crescita, evoluzione, declino, decrepitezza e
morte; ciò che è indistruttibile, ciò che è causa di produzione, preservazione e
dissoluzione dell’universo è Brahman, e tu sei Quello, contempla ciò dentro di
te.
259. Ciò che non ha differenziazione, né perdita della sua intrinseca
caratteristica; che è immobile come l’oceano senza onde; ciò che è eternamente
libero ed omogeneo è Brahman, e tu sei Quello, contempla ciò dentro di te.
260. Ciò che, sebbene uno, è causa dei molti; ciò che esclude ogni altra causa,
ma è esso stesso senza causa; ciò che non ha riferimento alla causa-effetto; ciò
che è indipendente è Brahman, e tu sei Quello, contempla ciò dentro di te.
261. Ciò che è libero dalle modificazioni mentali (nirvikalpakam), che è
infinito, inalterabile, di là dalle qualità di quiete o moto; ciò che è supremo
ed eterno, felicità che non svanisce, ciò che è incontaminato è Brahman, e tu
sei Quello, contempla ciò dentro di te.
262. Quella realtà una che per illusione appare modificata nel mone, forma e
qualità, come l’oro con tutte le sue modificazioni, è Brahman, e tu sei Quello,
contempla ciò dentro di te.
263. Ciò di là dal quale nulla più esiste, ciò che è supremamente superiore a
tutto, ciò che è l’interiore e l’essenza di unità, ciò che è verità, coscienza e
beatitudine senza fine, ciò che è immutabile è Brahman, e tu sei Quello,
contempla ciò dentro di te.
264. Sulla verità esposta tu devi meditare col tuo intelletto e ricorrere agli
argomenti delle Scritture. E come attingi l’acqua con il cavo della tua mano,
similmente realizzerai la verità libera dall’errore.
265. Nel divenire della vita, realizzando la Conoscenza assoluta, libera
dall’ignoranza e dai suoi effetti, come un Re in mezzo al suo esercito, occorre
stabilizzarsi fermamente nel proprio Sé e risolvere l’universo nel Brahman.
266. Brahman, realtà suprema e non-duale, risiede nella cavità della buddhi, di
là dall’essere e dal non-essere. Colui che, come ātman, dimora in questo cavo
non entrerà più nel grembo di un corpo (non rinascerà più).
267. Ma anche dopo aver assimilato la verità, può rimanere una forte
impressione, alla quale non si può assegnare alcuna origine, di essere l’agente
e lo sperimentatore, causa di trasmigrazione, per ciò, solo vivendo in uno stato
interiorizzato di costante identità con l’ātman, ciò può essere rimosso. I Saggi
affermano che la liberazione si ha quando nel presente vengono estinte le
impressioni passate (vasana).
268. La condizione di “io” e “mio”, di corpo, organi, ecc., rappresenta il
non-Sé; questa sovrapposizione dev’essere risolta dal Saggio creando l’identità
col proprio ātman.
269. Conoscendo l’ātman interiore come il testimone della buddhi e delle sue
modificazioni, occorre affermare l’idea: “Io sono ciò”, rimuovendo la falsa
identificazione col non-Sé mediante il Sé.
270. Trascendendo le consuetudini sociali spazio-temporali, trascendendo l’idea
del corpo, trascendendo le stesse Scritture, compi la rimozione delle tue
sovrapposizioni.
271. Molti non pervengono alla Conoscenza per l’istanza-desiderio delle
consuetudini sociali spazio-temporali, per l’istanza-desiderio delle Scritture,
per l’istanza-desiderio del corpo.
272. I Saggi considerano queste tre istanze-desideri come le catene che tengono
stretti i piedi di chi cerca la liberazione dalla schiavitù del samsāra. Colui
che da ciò si affranca ottiene la liberazione.
273. Il gradevole odore della pianta d’agaru, che è coperto dal fetore
dell’acqua stagnante, ricompare quando viene rimosso lo strato stagnante
estraneo.
274. Come quell’odore di pianta, così il profumo del supremo Sé è attutito dalle
esalazioni dei persistenti desideri che hanno infangato la mente. Ma con il
tocco della conoscenza esso riappare chiaramente.
275. Il profumo del Sé, attenuato dai desideri-impressioni che portano al
non-ātman, si automanifesta quando essi sono risolti mediante l’ininterrotta
concentrazione sul Sé.
276. Man mano che la mente diviene stabilizzata nella condizione soggettiva,
abbandona gradualmente i desideri esteriori, e quando ci si è liberati
dall’ultimo desiderio, non vi è alcun ostacolo per la realizzazione del Sé.
277. Quando lo yogi è stabilito nel suo proprio Sé, la mente viene neutralizzata
e le vasana spariscono; quindi compi la rimozione delle tue sovrapposizioni.
278. Il tamas è risolto dall’azione congiunta del rajas e del sattva; il rajas
lo è mediante il sattva, e il sattva si risolve nello stato puro. Quindi col
sattva compi la rimozione delle tue sovrapposizioni.
279. Di certo il tuo parabdha manterrà il corpo in vita; quindi rimani calmo e
fermo e compi la rimozione delle tue sovrapposizioni.
280. Meditando: “Io non sono l’anima vivente”, ma: “Io sono il supremo Brahman”
ed eliminando il desiderio-impressione precedentemente prodotto, compi la
rimozione delle tue sovrapposizioni.
281. Conoscendo che il tuo stesso Sé è il Sé di tutto, mediante le Scritture, il
ragionamento intelligente e l’esperienza diretta compi la rimozione delle tue
sovrapposizioni.
282. Poiché è di là persino dal mangiare ed evacuare, il Saggio non adempie più
azioni. Così, contemplando unicamente e costantemente Quello, compi la rimozione
delle tue sovrapposizioni.
283. Con la conoscenza illuminante dell’unità dell’ātman con Brahman, proclamata
dalle principali massime, come ad esempio: “Tu sei Quello”, e affermando
l’identità ātman-Brahman, compi la rimozione delle tue sovrapposizioni.
284. “Io esisto come corpo”, fino a quando questa nozione non viene sradicata,
sii vigilante, concentrati sul Sé e compi la rimozione delle tue
sovrapposizioni.
285. O saggio, finché in te persiste – foss’anche nel sogno – la percezione del
mondo oggettivo e del jiva, compi senza sosta la rimozione delle tue
sovrapposizioni.
286. Non farti prendere né dalla pigrizia né dai pensieri di ordine mondano né
dagli oggetti sensoriali né da altra dimenticanza, ma focalizza la tua mente
sull’ātman.
287. Da questo corpo che hai ereditato dai tuoi genitori e che è costituito di
carne ed impurità, tieniti a debita distanza come fosse un reietto, e raggiungi
lo scopo della tua esistenza: essere Brahman.
288. Come l’etere racchiuso in una brocca è simile all’infinito etere esterno,
così il jivātman è simile all’ātman supremo; o saggio, meditando sulla loro
identità sii in pace.
289. Realizzandoti come l’autorisplendente Brahman, sostrato unico di tutte le
apparenze, rinuncia al macrocosmo e al microcosmo perché sono ricettacoli
impuri.
290. Trasferendo la tua attenzione dal corpo all’ātman, che è esistenza,
coscienza e beatitudine, e risolvendo altresì il corpo sottile, sii per tutta
l’esistenza isolato dalla māyā.
291. Quel Brahman in cui si riflette, come una città in uno specchio d’acqua,
l’intero universo, sei tu. Riconosci questa verità, e lo scopo della tua
esistenza sarà raggiunto.
292. Se realizzi l’Uno senza secondo – che è sat-cit-ānanda, di là da tutte le
forme e da ogni agire – tu porrai fine all’illusione di essere i tre corpi.
Così, come l’attore all’ultimo atto, saprai gettare la maschera del personaggio
con cui ti sei identificato.
293. Se l’universo fenomenico non ha realtà, se l’individualità, essendo
peritura, non è assoluta, allora questa individualità come può affermare: “Io
conosco tutto”?
294. Reale è invece l’ātman, il quale rappresenta il Testimone
dell’individualità ed è presente anche nello stato di sonno profondo. La sruti,
infatti, così si esprime: “Quello non è mai nato, né muore mai…”. Così l’ātman è
di là dall’essere (sad) e dal non-essere (asad).
295. Colui che percepisce il cambiamento deve necessariamente essere permanente
e senza cambiamento. La non-realtà del corpo grossolano e sottile è confermata
in ogni istante dal movimento immaginativo dello stato di veglia, di sogno e di
sonno profondo.
296. Quindi, non pensare di essere un corpo grossolano, sottile o un semplice io
perché queste cose sono proiezioni della buddhi. Realizza invece l’ātman, la cui
realtà trascende il passato, il presente e il futuro, e conseguirai la Pace
suprema.
297. Non identificarti ancora con la tua famiglia, con i tuoi parenti, con il
tuo nome, con la tua forma e gli stadi di vita perché queste categorie
appartengono a quel corpo grossolano che ammorba di marcio cadavere. Rinuncia
anche all’idea di essere l’agente dell’azione o il soggetto sensibile perché
essi sono attributi del corpo sottile, e svèlati come essenza di beatitudine.
298. Sono riconosciuti altri ostacoli che trascinano nel samsāra, ma, come è
stato già detto, l’ostacolo principale è rappresentato dalla prima modificazione
della māya: “il senso dell’io” .
299. Fino a quando esiste una pur minima relazione con questo pericoloso
ahamkāra, la liberazione è lontana perché questa esclude la differenziazione.
300. Quando il discepolo si libera dalla morsa dell’ahamkāra, come la luna dalle
strette del demone Rāhu, riprende la sua vera natura, la sua pienezza, la vera
beatitudine e l’illuminazione.
301. L’ “io sono questo”, espresso dal corpo e originato dalla buddhi sotto
l’impressione dell’ignoranza, dev’essere risolto; così, eliminato ogni ostacolo,
l’ātman si riconosce Brahman.
302. L’ ahamkāra, come un possente e terribile serpente, si arrotola – con le
sue teste che sono i guna – intorno al prezioso tesoro della beatitudine
brahmanica. Solo il conoscitore, con la tagliente spada della realizzazione
affilata dalla sruti, potrà fendere le tre teste, conquistando quel tesoro di
beatitudine.
303. Fino a quando permane una pur minima traccia di veleno nel corpo, ci si
potrà mai considerare guariti? Così l’egotismo nel corpo produce lo stesso
effetto: ostacola la liberazione dello yogi.
304. È con l’estinzione dell’ahamkāra, è con la cessazione delle modificazioni
mentali, è col discernimento del Reale che si può sperimentare: “Io sono
Quello”.
305. Così, senza porre indugio, cessa d’immedesimarti con l’ahamkāra, con lo
sperimentatore, semplice riflesso dell’ātman; con quel senso dell’io che ti ha
fatto conoscere la sofferenza della nascita, della vecchiaia e della morte, per
quanto tu sia stato sempre il Testimone, essenza di conoscenza e di beatitudine
assoluta.
306. Per quanto tu possa identificarti con il senso dell’io, sappi, in verità,
che per te non ci sono trasmigrazioni, per te che sei sempre identico a te
stesso, onnipresente, conoscenza e beatitudine assolute, gloria effulgente.
307. Perciò, con la spada della realizzazione, risolvi l’ahamkāra, il tuo
nemico, simile alla spina nella gola di un commensale, e godi in libertà e
all’istante la beatitudine maestosa che ti appartiene.
308. Controllando le modificazioni dell’io e distaccandoti dalle colorazioni del
mondo, mediante la realizzazione della suprema Realtà, affrancati dalla dualità
e svela la pienezza dell’ātman nella pace brahmanica, perché solo così potrai
realizzare la tua infinita natura.
309. Sappi comunque che questo terribile io, per quanto tu lo creda sradicato,
può riapparire anche per un istante nella tua mente, provocando centinaia di
calamità, pari alle nuvole minacciose che si agitano nella stagione delle
piogge.
310. Una volta aggiogato il tuo nemico egoico, neanche per un istante devi
immaginare gli oggetti sensoriali, perché è immaginandoli che li richiami alla
vita, come un cedro disseccato può rifiorire con un semplice getto d’acqua.
311. Colui che s’identifica col corpo è avido di piaceri sensoriali, ma colui
che si distacca dal corpo, come può avere appetiti? La tendenza ad immaginare
gli oggetti sensoriali rappresenta la vera causa della schiavitù e della
distinzione.
312. Quando fioriscono gli effetti (oggetti di desiderio), anche i loro
semi-cause (i desideri) crescono proporzionalmente; al contrario, quando gli
effetti vengono risolti, anche le cause vengono eliminate. Perciò occorre
risolvere gli effetti.
313. Quando le vāsanā (semi o tendenze subconsce) fioriscono, gli effetti si
moltiplicano, e quando gli effetti s’intensificano, le vāsanā si espandono. Così
(con questo meccanismo) il samsāra si perpetua.
314. Per spezzare la catena del samsāra si devono incenerire due cose: desiderio
e oggetto del desiderio. Essi sono produttori di vāsanā.
315. Le vāsanā, arricchite da questi due fattori, determinano a loro volta
samsāra. Comunque, i tre condizionamenti si distruggono scorgendo in tutti i
luoghi, tempi e in tutte le circostanze
316. Brahman e solo Brahman. Così i tre, con l’ardente aspirazione ad essere uno
con Brahman, saranno dissolti.
317. Con la fine dell’estroversione vi è la fine dell’immaginazione verso gli
oggetti sensoriali e, conseguentemente, la distruzione delle vāsanā. La
distruzione delle vāsanā si chiama moksa, cioè liberazione in vita (jivanmukti).
318. Quando l’anelito a realizzare Brahman si manifesta con reale forza e con
l’impeto dovuto, le vāsanā svaniscono immancabilmente, come le oscure tenebre
spariscono alla chiara luce del sole nascente.
319. Come l’oscurità, con i suoi effetti, sparisce al sorgere del sole, così
all’alba della realizzazione della beatitudine non-duale spariscono, senza
lasciare traccia, la schiavitù e la sofferenza.
320. Provocando la soluzione del mondo oggettivo e di quello soggettivo e
meditando sulla Realtà quale pura beatitudine, consuma il tempo vigilando sui
residui del prārabdhakarma (il karma già maturato).
321. Non si deve dimenticare l’attenzione sul Brahman. Il figlio di Brahmā ha
considerato la disattenzione sinonimo di morte.
322. Il più grande pericolo per un jnani è quello di non porre l’attenzione
sulla propria reale natura. Da ciò derivano l’illusione, l’io, la schiavitù e,
infine, la sofferenza-miseria.
323. Anche un essere avanzato, che conserva inconsciamente un desiderio per un
oggetto dei sensi, dovrà pagare cara la sua svista perché sarà ossessionato
dalla predisposizione negativa della mente, come l’istanza passionale
dell’amante ossessiona l’amato.
324. Come il muschio lasciato per un attimo si riproduce fino a coprire la
superficie dello stagno, così la māyā ricopre quel saggio aspirante che
dimentica se stesso.
325. Se la mente dimentica anche per un istante il suo ideale, divenendo
estrovertita, allora cadrà sempre più in basso, come una palla lungo una
gradinata.
326. La mente, entrando in contatto con gli oggetti sensoriali, immagina le loro
qualità. Quando la sua riflessione viene a maturità, nasce il desiderio, e sotto
l’impressione del desiderio si sforza di possedere l’oggetto.
327. Per colui che persegue la conoscenza del Brahman non v’è morte peggiore
della disattenzione; ma che ha la mente stabile ottiene completo successo.
Quindi occorre avere la mente ferma sull’ātman.
328. La disattenzione allontana dalla reale natura, così colui che è caduto
dalla sua reale natura viene a rovina, per cui è difficile sollevarsi.
329. Occorre distogliere la mente dagli oggetti dei sensi; l’immaginazione è la
causa di tutti i mali. Il jiva che, durante l’esistenza terrena, si è isolato
dagli oggetti sensoriali, conserverà, dopo la morte corporale, lo stesso
isolamento. Lo Yajur Veda afferma che si rimane schiavi del timore se sussiste
la più debole traccia di differenziazione.
330. Quando l’aspirante, nell’infinito Brahman, percepisce erroneamente una pur
minima differenziazione, ciò diviene per lui fonte di paura.
331. Colui che s’identifica con il mondo delle forme, mondo negato dalla sruti,
dalla smrti e da centinaia di ragionamenti, si espone ad una lunga serie di
conflitti perché somiglia ad un ladrone che, avendo commesso un atto proibito,
vive con la paura di essere arrestato.
332. Colui che si consacra alla meditazione sulla realtà e che si affranca
dall’ignoranza, raggiunge la gloria eterna dell’ātman. Ma colui che si fonda
sulla non-realtà è votato alla perdizione. È ad una prova di questo genere che
si ricorre per riconoscere se un individuo è capace o no di un misfatto.
333. L’asceta deve rinunciare a soffermarsi sulla non-realtà, causa di schiavitù
e, concentrandosi sull’ātman, deve riconoscersi come: “Io sono Questo”
(ahamasmitya). Se si stabilisce fortemente nel Brahman, realizzandone
l’identità, sentirà il prorompere della beatitudine. Avrà così estirpato il
conflitto che nasce dall’ignoranza e che si prova nello stato di asservimento.
334. La costante attenzione sugli oggetti sensoriali produce pensieri e frutti
più abbondanti. Quando il discernimento fa comprendere questa verità, ci si
distoglie da quegli oggetti e si è consapevoli dell’ātman.
335. Quando il mondo fenomenico cessa di esistere, la mente esperimenta la
quiete, e con la mente calma si svela il paramātman. Con la realizzazione del
paramātman si rompe la catena delle nascite e delle morti; così il superamento
del mondo fenomenico rappresenta il primo passo per accedere alla totale
liberazione.
336. Chi è quell’esperto che – essendo capace di discernere il reale
dall’irreale, credendo nella sruti, avendo l’occhio interiore rivolto verso
l’ātman, suprema Realtà, ed essendo un ricercatore della libertà – vuole ancora
agire come un bambino e ritornare alle illusioni del mondo sensoriale,
provocando la sua caduta?
337. Non v’è liberazione per colui che rimane attaccato ai suoi vari corpi; il
liberato non aderisce a nessuno di essi. Il dormiente non è sveglio, né lo
svegliato dorme: i due stati si escludono reciprocamente.
338. È libero colui che, avendo la mente purificata, riconosce l’ātman quale
sostrato delle cose mobili e immobili. Eliminando tutte le sovrapposizioni ci si
riconosce come assoluto e infinito ātman.
339. Riconoscere l’universale mondo come ātman è rendersi totalmente liberi
dalla schiavitù. Non v’è niente di più alto che l’identità dell’ātman col tutto.
Tale stato è raggiunto da colui che risolve il mondo oggettivo fenomenico
ritrovandosi ātman eterno.
340. Come è possibile la soluzione del mondo fenomenico per colui che si crede
corpo, la cui mente aderisce al piacere sensoriale e che produce azioni atte a
rafforzare tale piacere? Questa soluzione può essere effettuata da colui che ha
rinunciato, con perseverante pazienza, ad ogni dharma (dovere mondano), ad ogni
karma (azione profana) e ad ogni oggetto sensoriale per l’imperitura beatitudine
dell’ātman.
341. Per l’asceta che ha ricevuto l’insegnamento della sruti e coltivato la
calma e l’autocontrollo è prescritto il samādhi come unico mezza per risolvere
l’universo oggettivo nell’ātman.
342. Anche le persone esperte – tranne coloro che, mediante il nirvikalpa
samādhi, hanno realizzato la perfetta serenità – non possono risolvere
improvvisamente l’io, una volta divenuto forte. D’altra parte le vāsanā sono
l’effetto di innumerevoli nascite.
343. Il potere di proiezione, associato alla potenza velatrice, cattura e vela
l’individuo con il sentimento dell’io.
344. Dominare il potere proiettivo, prima che quello velante sia stato ridotto
all’impotenza, è cosa difficile, ma il rivestimento che nasconde l’ātman viene a
dissiparsi se l’aspirante è capace di discernere il soggetto dall’oggetto, come
il latte si distingue dall’acqua. La vittoria non è tuttavia completa fino a
quando gli ostacoli non sono definitivamente eliminati, e questo evento può
verificarsi quando gli oggetti immaginati del mondo sensibile non producono la
benché minima modificazione mentale.
345. La perfetta discriminazione, che nasce dalla diretta conoscenza, permette
di riconoscere la vera natura del soggetto da quella dell’oggetto e quindi di
liberarsi dal giogo dell’illusione (māyā). Quando questo giogo si spezza, il
samsāra sparisce.
346. La conoscenza che l’individuale e l’universale sono tutt’uno, distrugge
l’impenetrabile foresta di avidyā. In chi ha realizzato la natura della
non-dualità non può esserci alcun germe di future trasmigrazioni.
347. Il velo che nasconde la verità viene rimosso quando la realtà è realizzata
nella sua pienezza. Allora saranno risolte la falsa conoscenza causata dalle
modificazioni mentali e la sofferenza che ne consegue.
348. Questo triplice risultato è prodotto, a proposito del serpente, quando si
riconosce la vera natura della corda. Così, ci si eserciti a discriminare la
vera natura delle cose, al fine di rompere le catene della schiavitù.
349. Come il ferro a contatto col fuoco diviene fuoco, così la mente, mediante
l’immanenza di Brahman, si manifesta come conoscitore e come oggetto di
conoscenza. E come in questi tre stati: sonno, sogno e veglia si constata che il
soggetto e l’oggetto – effetti della mente –
350. non hanno realtà assoluta, così le modificazioni della prakrti, dal senso
dell’io fino ai contenuti delle vāsanā e al corpo grossolano, non sono reali
(assolute) perché subiscono dei cambiamenti incessanti, mentre l’ātman rimane
costante.
351. La natura del supremo ātman è quella dell’eterna, non-duale, indivisibile,
unica forma, conoscenza-coscienza (cit); esso è il testimone della buddhi e dei
suoi effetti, non è né grossolano né sottile, è l’Io interiore, vero soggetto,
eterna beatitudine.
352. Così il Saggio, discernendo il reale dall’irreale, riconoscendo la Verità
con l’illuminazione della sua conoscenza, realizzando il proprio Sé, in quanto
intelligenza indivisibile, diviene libero da tutti gli ostacoli e stabilito
nella pace.
353. Realizzando l’ātman, l’Uno senza secondo nello stato di nirvikalpa samādhi,
di colpo si tagliano tutti i ceppi dell’ignoranza (ajnana).
354. Le illusorie idee quali io, tu, questo, quello nascono dall’imperfezione
della buddhi e sono sovrapposte al supremo ātman, che è assoluto e non-duale. Ma
quando la reale natura del Brahman si rivela nel corso del samādhi, le
sovrapposizioni sono dissolte.
355. Calmo (sānto), padrone di sé, supremamente raccolto, fermo nella
tolleranza, assorto nella pratica del samādhi, il ricercatore contempla
costantemente il proprio Sé come ātman universale. Con questa sādhanā perviene a
neutralizzare tutte le immaginazioni che nascono dall’ignoranza e quindi,
affrancato da tutte le azioni e di là da ogni modificazione mentale, vive nella
beatitudine del Brahman.
356. Sono liberi dalla schiavitù delle rinascite solo coloro che raggiungono il
samādhi, immergendo così il mondo oggettivo, gli organi sensoriali, la mente e
l’io nell’ātman, intelligenza suprema; tutti gli altri non sono che ciarloni i
quali si servono della conoscenza indiretta.
357. I condizionamenti (upādhi) sono tanti che l’individuo crede che nel Sé
esista la molteplicità. Ma, rimossi tali condizionamenti, egli si scopre come
immortale ātman. Che il saggio aspirante si dedichi, dunque, esclusivamente alla
ricerca del nirvikalpa samādhi al fine di risolvere questi condizionamenti.
358. Come il bruco, aspirando ardentemente ad essere vespa, diviene vespa, così
l’aspirante, contemplando acutamente il reale, realizza il reale.
359. E come il bruco, mettendo da parte ogni altro interesse, aspira
intensamente ad essere solo vespa, così lo yogi, contemplando solo il
paramātman, realizza il paramātman.
360. La reale natura del paramātman è estremamente sottile e non può essere
accessibile alla mente estrovertita. Essa è accessibile solo a quelle anime
elevate, dalla mente perfettamente purificata, mediante il samāhdi, e per la
straordinaria acutezza della buddhi.
361. Come l’oro sottoposto all’azione del fuoco abbandona le sue impurità
riprendendo la propria lucentezza, così la mente, con la meditazione, si
purifica dalle scorie del sattva, del rajas e del tamas, realizzando la natura
del Brahman.
362. Quando, così purificata, la mente s’immerge nel Brahman, il samādhi passa
dal savikalpa a quello nirvikalpa, conducendo direttamente alla realizzazione
dell’essenziale beatitudine non-duale.
363. Con questo samādhi, tutte le vāsanā che costringono l’individuo nei ceppi
sono distrutte e il karma ugualmente risolto; così, dentro e fuori, ovunque e
sempre avviene il manifestarsi spontaneo della propria natura.
364. La riflessione personale può considerarsi cento volte più efficace
dell’ascolto, la meditazione centomila volte più efficace della riflessione, ma
il nirvikalpa samādhi non ha paragone.
365. La vera natura del Brahman può essere realizzata in tutta la sua evidenza e
nella sua pienezza nel nirvikalpa samādhi. Altro mezzo non v’è perché la mente
instabile è sempre incline ad associarsi ad altre percezioni.
366. Perciò calma la tua mente, controlla i tuoi sensi, assorbiti nell’interiore
e supremo ātman, realizza la tua identità con quella realtà, e le tenebre,
prodotte dall’avidyā, si dissiperanno per sempre.
367. La prima tappa dello yoga consiste nel: controllo della parola, non
accettazione degli oggetti superflui, non avere aspettative, nell’essere libero
da azioni egocentriche, nel vivere in solitudine.
368. La vita di solitudine aiuta a controllare gli organi sensoriali, il
controllo dei sensi serve a dominare la mente, e con il controllo della mente
viene trasceso il senso dell’io. L’eliminazione dell’io porta lo yogi a
realizzare in modo ininterrotto l’essenza della beatitudine del Brahman; di
conseguenza il discepolo dev’essere sempre impegnato a tenere citta (il mentale)
in silenzio.
369. Frena, dunque, la parola nel manas, il manas nella buddhi, la buddhi nel
Testimone e questo dell’infinito e assoluto ātman. Solo allora otterrai la
suprema pace.
370. Qualunque sia il condizionamento: corpo, energia vitale, organo sensoriale,
mente, intelletto (buddhi), ecc., lo yogi che così si pensa diviene
conseguentemente condizionato.
371. Quando questo condizionamento è completamente risolto, il muni (chi ha
realizzato il “Silenzio”) si distacca da tutto, sperimentando l’essenza della
beatitudine.
372. Solo il discepolo spassionato è adatto per questo integrale distacco; solo
il discepolo spassionato, che desidera essere libero, può rinunciare ad ogni
tipo di interno ed esterno attaccamento.
373. Solo il discepolo spassionato, profondamente stabilito in Brahman, può
distaccarsi da tutti gli oggetti esterni dei sensi e dallo stesso io.
374. Comprendi, o saggio discepolo, che la spassionatezza e il discernimento
illuminante sono per l’individuo (purusa) ciò che le due ali sono per l’uccello.
Se anche una di queste due qualità fa difetto, non si potrà raggiungere la
pianta della liberazione arrampicata sulla cima dell’edificio.
375. Solo l’aspirante che è spassionato può sperimentare il samādhi, solo chi ha
avuto esperienza del samādhi consegue stabile realizzazione, solo che ha
realizzato la verità si libera dalla schiavitù, e solo chi è libero svela
l’inalterabile beatitudine.
376. Per il discepolo che è padrone di sé non conosco migliore strumento per
conseguire la beatitudine se non vairāgya (spassionatezza o distacco). Se poi
vairāgya è unito alla più alta e pura conoscenza dell’ātman si ottiene la
completa sovranità che, a sua volta, porta alla liberazione. Così, per il tuo
bene, sii spassionato, per le cose interiori ed esteriori, e concentra la tua
coscienza eternamente sull’ātman.
377. Spezza dunque ogni desiderio per gli oggetti dei sensi, pericolosi veleni
forieri di morte; abbandona l’orgoglio di casta, di famiglia e di stadio
sociale; astieniti dall’agire, non identificarti col corpo, la mente, ecc., cose
tutte irreali, e fissa la tua coscienza sull’ātma perché, in verità, tu sei il
Testimone, tu sei Brahman, privo di dualità, supremo, non contaminato dalla
mente.
378. Ponendo la mente ferma sul Brahman, raffrenando gli organi dei sensi nei
rispettivi centri, con i corpi sottomessi e i bisogni trascesi, raggiungi la tua
identità con Brahman. Sii unità con Esso e dissetati alla sorgente brahmanica
che sta in te. A che cosa possono mai servirti le futili cose di questo mondo?
379. Rinuncia a tutto ciò che è non-Sé, generatore di sofferenza, e contempla
l’ātman che è beatitudine e fonte di liberazione.
380. In te risplende l’eterno ātman, il Testimone universale, immanente
nell’intelletto. Rigettando ogni pensiero, contempla questo ātman – distinto dal
non-reale – e comprendilo come te stesso.
381. Contemplando continuamente questo ātman, senza altri pensieri, lo
realizzerai chiaramente come la tua reale natura.
382. Rafforza la tua identità con l’ātman e ripudia contemporaneamente il senso
dell’io con le sue modificazioni, le quali non hanno alcun valore, come non lo
ha un vaso che si è rotto.
383. Fissa il tuo organo interno purificato sulla tua reale natura, sul
Testimone, sulla conoscenza e, a poco a poco, rendendoti calmo, realizza il tuo
proprio ātman.
384. Questo ātman che è senza limiti e senza parti, che è esente da
condizionamenti – come il corpo, gli organi dei sensi, i prāna, la mente, il
senso dell’io, ecc., proiezioni tutte dell’ignoranza – questo ātman, simile a
etere infinito, dev’essere da te realizzato.
385. Cessa di associare all’etere i molteplici upādhi, come ad esempio la
brocca, il vaso, il granaio, l’astuccio per gli aghi, ecc., perché l’etere è uno
e non molteplice; così il Supremo, quando è libero dalle sovrapposizioni
dell’io, ecc., in verità è Uno.
386. Dal trascurabile organismo unicellulare fino allo stesso Brahmā, tutte le
sovrapposizioni sono non-reali. Perciò realizza l’ātman il quale rimane il solo
e illimitato Sé.
387. Il sostrato che, in virtù dell’errore, s’immagina essere una cosa
qualunque, si rivela – con la giusta discriminazione – come lo stesso sostrato.
Dissipata la illusione, la Realtà si svela; il serpente, percepito per errore,
diviene un semplice pezzo di corda; così l’intero universo non è altro che
ātman.
388. Il Sé è Brahmā, il Sé è Visnu, il Sé è Indra, il Sé è Siva, il Sé è
l’intero mondo. Non esiste altro che il Sé.
389. Il Sé è dentro e anche fuori, il Sé è avanti e anche dietro, il Sé è al
nord e anche al sud, il Sé è sotto e anche sopra.
390. Come le onde, la schiuma, il vortice, la bolla, ecc., nella loro essenza
non sono che acqua, così tutto ciò che esiste, dal corpo grossolano all’io,
ecc., non è altro che cit (conoscenza suprema), puro ed omogeneo.
391. L’universo intero conosciuto mediante la mente e la parola non è altro che
Brahman. Vi è solo Brahman che dimora di là dalle più sottili sfere di prakrti.
In che cosa la brocca, la giara, ecc., differiscono dall’argilla di cui esse
sono fatte? Per parlare del mio e del tuo bisogna veramente che l’individuo sia
stato ubriacato dal vino di māyā.
392. La sruti, nel passo: “Laddove non si vede più niente…”, dichiara l’assenza
della dualità, rimuovendo, così, tutte le false sovrapposizioni.
393. Come l’etere (ākāsa), il supremo Brahman è incontaminato, illimitato, senza
moto, identico a se stesso; esso non ha interiorità o esteriorità; esso è
esistenza una, è non-duale, è il Sé di se stesso. Vi può mai essere altro
oggetto di conoscenza?
394. Non è comunque il caso di dilungarci. Il jiva non è altro che il Brahman, e
lo stesso dispiegamento dell’universo è Brahman. La sruti indica che Brahman è
senza secondo. È un fatto irrefutabile che i grandi Saggi dalla mente
illuminata, i quali hanno tagliato i contatti col mondo dei nomi e delle forme e
realizzato l’identità con Brahman, vivono in unità con Brahman, eterna
conoscenza e beatitudine.
395. Abbandona le illusioni che l’io ha seminato nel corpo grossolano, vaso
d’impurità; fai altrettanto col corpo sottile, che è inconsistente come una
nuvola; comprendi infine che Brahman, essenza di beatitudine eterna, di cui le
Scritture affermano la gloria, è il tuo Sé e realizzati in quanto Brahman.
396. Fino a quando l’individuo volge l’attenzione a questo corpo che già puzza
di cadavere, rimane impuro e subisce gli attacchi dei suoi nemici: nascita,
malattia, morte, ecc. Ma quando egli perviene alla conoscenza di se stesso e si
mantiene puro e inalterabile, si libera da tali incompiutezze. Ciò lo conferma
anche la sruti.
397. Quando sono rimosse tutte le sovrapposizioni apparentemente esistenti,
allora non rimane altro che il supremo Brahman, infinito, non-duale, il quale è
di là da ogni attività.
398. Quando le modificazioni della mente si sono riassorbite nel supremo Sé, nel
Brahman indifferenziato, il mondo fenomenico cessa di essere percepito. A questo
punto ogni disputa ha termine.
399. Nella Realtà una, il mondo non è che semplice rappresentazione mentale.
Come può esserci diversità in Quello che è senza cambiamento, senza forma e
assoluto?
400. Nella Realtà una, priva del vedente, del visto e della visione; nella
Realtà una assoluta, che è senza cambiamento e senza forma, dove può esserci
traccia di dualità?
401. Nella Realtà una, immutabile, senza forma, assoluta, simile all’oceano dopo
una dissoluzione del mondo, dove può esserci traccia di diversità?
402. Come può esserci diversità nella suprema Realtà, nell’Uno senza secondo,
nell’Assoluto dove la radice dell’illusione si dissolve come le tenebre di
fronte alla luce?
403. Come si può parlare di diversità nella suprema Realtà una ed omogenea? Chi
mai ha riscontrato traccia di diversità nella beatitudine del sonno profondo?
404. Anche se la suprema Realtà non è ancora conosciuta, si può capire come il
mondo dei nomi e delle forme non può sussistere nel Brahman inqualificato,
nell’Essere senza macchia. In nessuna modalità temporale può mai esistere la
presenza del serpente nella corda, o quella di una goccia d’acqua nel miraggio
di un lago.
405. La sruti dichiara che dvaita (dualità) è māyā, mentre la Realtà suprema è
advaita (non-dualità). Ciò viene confermato nel sonno profondo.
406. I Saggi hanno osservato che la sovrapposizione è identica al sostrato, come
il serpente alla corda. È l’illusione che crea la differenza.
407. Questo universo immaginario ha la sua radice nel citta (mente) e svanisce
quando il citta è risolto. Rafferma, dunque, il tuo citta e immergilo nel
supremo Sé.
408. Con il samādhi il Saggio realizza, nel suo cuore, l’infinito Brahman come
essenza di conoscenza e beatitudine; (Brahman) che è incomparabile, di là da
ogni limitazione, sempre libero, che non agisce e che, come l’etere, è
indifferenziato ed incondizionato.
409. Con il samādhi il Saggio realizza, nel suo cuore, l’infinito Brahman che è
di là dalla causa e dall’effetto. Esso non può essere pensato né verbalizzato;
come dichiarato dai Veda, è omogeneo, incomprensibile, di là da tutte le prove
empiriche. Esso è compreso come Sé.
410. Con il samādhi il Saggio realizza, nel suo cuore, l’infinito,
l’incorruttibile e immortali Brahman; l’Essere positivo che, escludendo ogni
negatività (dualità), è calmo come l’oceano privo di onde, senza nome, senza
merito né demerito, eterno, pacificato, Uno-senza-secondo.
411. Con il samādhi, quando il tuo antahkarana (organo interno) è stato risolto,
contempla in te stesso l’ātman la cui gloria è eterna, metti fine alla schiavitù
del tuo passato, e sforzati di raggiungere diligentemente il fine per il quale
hai preso un corpo umano.
412. Medita sull’ātman che risiede nel tuo cuore, privo di limitazioni, che è
sat-cit-ānanda e non-duale. Solo così non sarai aggiogato alla catena delle
nascite e delle morti.
413. Dopo aver contemplato il corpo come già cadavere, l’uomo saggio non lo
considera più, anche quando, come un’ombra, a causa dei frutti del karma
passato, lo percepisce ancora.
414. Nel realizzare l’ātman, eterna intelligenza e beatitudine senza macchia,
distaccati dall’impuro, inerte e imprigionante corpo. Dovresti persino
cancellarlo dalla tua memoria.
415. Dopo aver dissolto, nel fuoco indifferenziato del Brahman, il corpo alla
sua radice, il Saggio dimora nel puro ātman, conoscenza-beatitudine eterna.
416. Che il suo corpo, tessuto dal filo del prārabdha, cada in rovina o si
mantenga in vita, il conoscitore della Verità non se ne preoccupa. Forse che una
vacca si preoccupa della ghirlanda di fiori appesa al suo collo? La mente del
risvegliato ha cessato di proiettare perché è entrata nella pace del Brahman,
essenza di beatitudine.
417. Quando ha realizzato l’ātman, infinita beatitudine, quale suo proprio Sé,
per quale motivo o per amore di che cosa il conoscitore della Verità dovrebbe
preferire il corpo?
418. Lo yogi, che è un jivanmukta, gioisce della beatitudine eterna e sente
questa presenza dentro e fuori di sé.
419. Il frutto della spassionatezza è la conoscenza, quello della conoscenza è
il distacco dai piaceri sensoriali, il distacco conduce allo velamento della
beatitudine e questa alla pace.
420. Quando si scopre che i frutti di uno stadio (della sādhanā) non sono
presenti, vuol dire che lo stadio precedente non era stato perfezionato. Se gli
stadi sono tutti realizzati, la soluzione del mondo oggettivo è inevitabile, e
la pienezza e l’incomparabile beatitudine si succederanno gradualmente e in modo
naturale.
421. L’effetto della conoscenza è la divina indifferenza verso la sofferenza
visibile (karma maturato). Chi è quell’individuo che, avendo commesso errate
azioni nello stato di ignoranza, oserebbe commetterle ancora possedendo il
discernimento?
422. L’emancipazione dall’irreale è frutto di conoscenza, mentre l’attaccamento
all’irreale è frutto d’ignoranza. Avviene la stessa cosa di fronte ad un
miraggio, o altra illusione: c’è chi lo crede reale e chi, invece, sa di che
cosa si tratta.
423. Se l’aspirante ha tagliato nel suo cuore tutti i nodi dell’ignoranza,
avendo trasceso ogni piacere sensoriale, quale causa potrebbe sospingerlo
all’azione imprigionante?
424. Quando gli oggetti dei senso hanno perduto il potere di stimolare le
vāsanā, si attua il massimo distacco; difatti la conoscenza massima si svela
quando non sussiste più il senso dell’io. Il culmine del raccoglimento interiore
è raggiunto quando le vrtti (modificazioni o funzionamenti del citta) non si
esprimono più.
425. Affrancato dall’illusione degli oggetti sensoriali, il Saggio dimora
costantemente in identità col Brahman. Se gli viene offerta qualche cosa, il
godimento che può provare non è che apparente, infatti si comporta come un
individuo semi-addormentato o come un bambino perché non accorda a questo mondo
transeunte nessun valore, come non ne accorda alcuno ad un’allucinazione
onirica. Di tutto ciò egli ha solo una conoscenza fortuita. Un tale essere è
raro sulla terra; ma egli raccoglie il frutto di innumerevoli meriti e va a lui
ogni venerazione e benedizione.
426. Quest’essere di ferma sapienza dimora in identità col Brahman, esprimendo
la beatitudine inalterabile, di là da ogni modificazione e da ogni attività.
427. Quando la mente riconosce l’identità dell’ātman col Brahman, quando ha
trasceso le sovrapposizioni e quindi la dualità, quando è permeata dalla pura
conoscenza, è chiamata suprema illuminazione. Colui che ha questa illuminazione
è conosciuto come un essere di ferma sapienza.
428. Colui che ha questa ferma sapienza, che svela l’interna beatitudine e che
ha dimenticato l’universo dei fenomeni è considerato un jivanmukta.
429. Colui che è in identità col Brahman, conservando nondimeno una completa
vigilanza e che nello stesso tempo si è affrancato dalle qualità dello stato di
veglia, per cui la conoscenza non proviene dai dati forniti dalle vāsanā (non è,
quindi, conoscenza sensoriale), è considerato un jivanmukta.
430. Colui che ha placato ogni inquietudine per il samsāra, che, quantunque
possessore di un corpo composto di parti, rimane in se stesso senza parti, e la
cui mente si è affrancata da ogni irrequietezza, è considerato un jivanmukta.
431. L’assenza di nozioni quali “io” e “mio”, per quanto si possieda un
corpo-ombra, è la caratteristica del jivanmukta.
432. Non considerare più il passato, non tormentarsi più per il futuro e vedere
il presente con divina indifferenza sono le caratteristiche del jivanmukta.
433. Contemplare con occhio equanime questo mondo divorato da elementi
contrastanti, apparentemente irriducibili, è la caratteristica del jivanmukta.
434. Guardare le cose piacevoli o spiacevoli con l’occhio dell’equanimità è la
caratteristica del jivanmukta.
435. Quell’asceta che è libero da ogni nozione di interno ed esterno perché la
sua mente (citta) dimora nell’essenza della beatitudine di Brahman, ha la
caratteristica del jivanmukta.
436. Vivere senza la nozione di “io” e “mio” in riferimento al corpo, agli
organi sensori, ecc., non avere obblighi sociali e mantenere un atteggiamento di
divina indifferenza sono le caratteristiche del jivanmukta.
437. Avere profonda conoscenza che l’ātman è Brahman, come indica la sruti, ed
essere libero dalla schiavitù della trasmigrazione sono le caratteristiche del
jivanmukta.
438. Colui che non ha più la nozione di “io” e “mio” in quanto corpo, organi
sensori, ecc., né alcuna nozione di “questo” o “quello” in quanto oggetti del
mondo esterno, è considerato un jivanmukta.
439. Colui che mediante la conoscenza non distingue più il jiva dal Brahman né
l’universo dal Brahman, ha la qualità del jivanmukta.
440. Onorato dai giusti o perseguitato dagli ingiusti, colui che si mantiene
equanime, ha la caratteristica del jivanmukta.
441. Come l’oceano accoglie, senza esserne toccato, i fiumi che sfociano nelle
sue acque, così l’asceta prende tutti gli oggetti che altri possono dargli,
senza cessare di essere tutt’uno con l’Esistenza assoluta. Un tale asceta è un
liberato.
442. In colui che ha realizzato la verità del Brahman non v’è più attaccamento
verso oggetti sensoriali. Se vi è attaccamento vuol dire che egli non ha
realizzato la verità del Brahman, per cui i suoi sensi si rivolgono verso
l’esterno.
443. Se si pretende che egli sia attaccato agli oggetti dei sensi per la forza
delle passate vāsanā, ciò non è valido perché tutte le vāsanā sono risolte con
la realizzazione brahmanica.
444. Gli impulsi di desiderio di un figlio sono controllati alla presenza della
madre. Così, dopo aver realizzato la conoscenza del Brahman, pienezza di
beatitudine, non si possono più avere inclinazioni per le cose del mondo.
445. È stato obiettato che, nonostante la pratica assidua della meditazione, si
ricevono percezioni del mondo esterno. La sruti, comunque, sostiene che ciò è
conseguenza del prārabdha karma. Questo può essere inferito dagli evidenti
risultati.
446. Il prārabdha persiste anche nella pur minima percezione di attrazione o
repulsione; l’effetto, comunque, proviene da un’azione precedente. D’altra parte
non si è mai visto un effetto senza la causa.
447. Realizzando “Io sono Brahman”, l’asceta distrugge di colpo il samcitakarma
accumulato durante innumerevoli kalpa, come le azioni compiute nel sogno
scompaiono al risveglio.
448. Possono i meriti e i demeriti accumulati nel sogno condurre al paradiso o
all’inferno quando il sogno è svanito?
449. Essendo libero e indifferente come l’etere, l’asceta non può più essere
toccato dal karma che ancora deve maturarsi.
450. Benché l’aria sia in contatto con una brocca piena di liquido, non per
questo essa prende le caratteristiche del liquido. Così l’ātman, per quanto in
rapporto con le sovrapposizioni, non viene macchiato dalle loro proprietà.
451. Ma il karma che ha prodotto questo corpo prima del sorgere della
conoscenza, non può essere distrutto dalla stessa conoscenza, per cui dovrà dare
i suoi frutti. Così una freccia partita dall’arco dovrà raggiungere il suo
bersaglio.
452. La freccia, da esempio, che avrebbe dovuto colpire una tigre, si dirige
verso un mucca; ma il riconoscimento dell’errore mentre la freccia viaggia non
impedisce ormai che gli effetti si compiano ugualmente.
453. Il prārabdhakarma è troppo potente perché l’essere di realizzazione possa
fermarlo; esso si esaurirà con l’estinzione dei suoi frutti. Gli altri due
generi di karma, quello proveniente da azioni anteriori e quello i cui effetti
non sono ancora maturati, saranno invece inceneriti dal fuoco della conoscenza.
Comunque, nessuno di questi tre generi di karma è capace di toccare l’asceta che
ha realizzato Brahman e vive in identità con Esso.
454. Per il muni che vive nel suo proprio Sé in quanto Brahman non-duale e
libero dalle sovrapposizioni (upādhi), la questione di sapere se il prārabdha
esista o no è priva di senso. Colui che si sveglia conserva forse il minimo
rapporto con gli oggetti del sogno?
455. Chi si è svegliato dal sonno non ha alcuna idea di “io” e “mio” in merito
al corpo-sogno, né in riguardo agli oggetti che servirono ad esso. Egli, ormai
desto, ha ripreso coscienza della sua identità.
456. Non ha quindi alcun desiderio di considerare reali quegli oggetti illusori,
né si sforza di trattenere quel mondo di sogno. Se dovesse bramare quegli
oggetti di sogno, si potrebbe dire che egli è ancora dormiente.
457. Colui che è assorto in Brahman vive in identità con l’eterna Realtà senza
altra percezione. L’asceta possiede solo un vago ricordo di esperienze ordinarie
– come mangiare, bere, ecc. –, simile a colui che ha un incerto ricordo di cose
intraviste nel sogno.
458. Se il corpo è prodotto dal prārabdha, si può accettare il karma ad esso
relativo. Ma attribuirlo all’ātman non è esatto perché l’ātman non è l’effetto
di alcun karma.
459. La sruti, le cui affermazioni sono considerate esatte, sostiene che l’ātman
è: “Non-creato, eterno e incorruttibile”. Come si può quindi attribuire l’azione
del prārabdha a colui che vive in identità con Quello?
460. Il prārabdha può avere valore se si è identificati con il corpo; ma nessuno
può sostenere che un asceta-realizzato s’identifica col suo corpo, per cui si
deve rifiutare l’idea del prārabdha per tale asceta.
461. Attribuire allo stesso corpo il prārabdha significa cadere ancora in un
altro errore. Una sovrapposizione come può essere reale? Come può ciò che è
non-reale avere una nascita? E ciò che non è mai nato come può aver fine?
Inoltre, come può il prārabdha operare per qualche cosa di non esistente?
462. Se gli effetti dell’ignoranza sono distrutti alla loro radice dalla
conoscenza, il corpo come può vivere ancora? La sruti, per agevolare il non
conoscitore dubbioso, ipotizza, dal punto
463. di vista empirico, il prārabdha karma, ma non riconosce alcuna realtà
assoluta al corpo, ecc., nei riguardi dell’illuminato. La sruti pone
l’attenzione solo sulla realtà suprema.
464. Esiste solo Brahman, suprema pienezza, Uno-senza-secondo, senza inizio,
senza fine, incomparabile e senza cambiamento; in Esso non vi è traccia alcuna
di dualità.
465. Esiste solo Brahman, Uno-senza-secondo, la cui natura è sat-cit-ānanda,
senza attività; in Esso non vi è traccia alcuna di dualità.
466. Esiste solo Brahman, Uno-senza-secondo, soggetto di tutto, onnipervadente,
pieno, senza fine; in Esso non vi è traccia alcuna di dualità.
467. Esiste solo Brahman, Uno-senza-secondo, la cui natura è inafferrabile
perché non può essere né accettato né rifiutato, in quanto è senza sostegno; in
Esso non vi è traccia alcuna di dualità.
468. Esiste solo Brahman, Uno-senza-secondo, sottile, incontaminato, senza
pensiero o agitazione, senza qualità, senza parti; in Esso non vi è traccia
alcuna di dualità.
469. Esiste solo Brahman, Uno-senza-secondo, la cui natura è incomprensibile,
che è di là dalla mente e dalla parola; in Esso non vi è traccia alcuna di
dualità.
470. Esiste solo Brahman, Uno-senza-secondo, intelligenza pura, senza paragone,
autoesistente e autorisplendente; in Esso non vi è traccia alcuna di dualità.
471. Discepoli nobili di cuore che si sonno affrancati da tutti gli
attaccamenti, che hanno rinunciato a tutti i piaceri sensoriali, che sono calmi
e controllati, hanno compreso la suprema Verità e, con i loro sforzi, ottenuto
l’identità con l’ātman.
472. Anche tu fa uso della discriminazione e riconosci questa suprema Verità,
cioè la natura essenziale dell’ātman, beatitudine assoluta. Elimina le
proiezioni create dalla tua mente, sii libero e illuminato e raggiungi il fine
della tua esistenza.
473. Quando la tua mente, col samādhi, sarà stata ridotta al silenzio, contempla
la Verità del Sé con l’occhio della perfetta conoscenza. Se tu comprenderai il
profondo significato di questo insegnamento vedantico, il dubbio non potrà mai
più toccarti.
474. Con la realizzazione dell’ātman, che è verità (satya), conoscenza (jnana) e
beatitudine (ānanda), tu ti affranchi dalla schiavitù e dall’ignoranza; così
oltre alle prove abituali degli sāstra, al ragionamento personale e alle parole
del Maestro, tu possiedi un’altra prova decisiva: l’esperienza diretta.
475. Schiavitù, liberazione, contentezza, inquietudine, salute, fame, ecc., sono
stati di coscienza individuali, altri possono conoscerli solo per inferenza.
476. I Maestrie la sruti istruiscono il discepolo dall’esterno, ma è nello stato
di illuminazione e sotto l’influsso del Signore supremo (Isvara) che egli
oltrepassa l’oceano dell’ignoranza.
477. Quando, mediante la realizzazione, l’aspirante conosce il suo indivisibile
ātman, diviene un essere perfetto. Così si trova faccia a faccia con l’ātman e
con la mente libera dall’idea di differenziazione.
478. Questa è la conclusione ultima del Vedānta: il jiva e l’intero universo non
sono altro che Brahman. Liberazione significa essere stabilizzati nel Brahman,
esistenza indivisibile; d’altra parte la sruti dichiara che Brahman è
Uno-senza-secondo.
479. Il discepolo, mediante le istruzioni del suo guru, le affermazioni delle
Scritture e il suo discernimento, avendo raggiunto finalmente il dominio sui
sensi, la concentrazione della mente e avendo realizzato in un felice momento la
suprema Verità, divenne immobile e perfettamente stabilito nell’ātman.
480. Dopo aver contemplato per qualche tempo l’assoluto Brahman e ancora
permeato dalla beatitudine suprema, così parlò:
481. Avendo realizzato l’identità dell’ātma col Brahman, la mia mente, con tutte
le sue attività, è svanita. Non distinguo più “questo” da “quello”, né riconosco
la misura dell’incommensurabile beatitudine.
482. Non posso esprimere con parole, né concepire con la mente lo splendore di
questo supremo Brahman. In questo oceano, essenza di beatitudine, la mia mente
si è disciolta, come un chicco di grandine nel mare.
483. Dove se n’è andato l’universo? Chi l’ha fatto svanire? L’ho appena scorto
ed ecco che esso è già sparito. O meraviglia di un miraggio!
484. Nell’oceano brahmanico, pieno del nettare della suprema beatitudine, che
cosa dev’essere accettato e che cosa dev’essere rifiutato? Che cosa è identico e
che cosa è differente?
485. In Esso non vedo, non conosco e non senti più niente, sono ātman,
beatitudine eterna, distinto da tutte le altre forme.
486. Salute a te, o nobile guru; tu che hai trasceso ogni attaccamento, che sei
il migliore di tutti, incarnazione dell’essenza di beatitudine eterna e
non-duale; tu che hai raggiunto l’infinito oceano di misericordia.
487. Con un rapido sguardo, simile a concentrati raggi di luna, tu hai rimosso
il mio abbattimento, causato dalle afflizioni del mondo, e speditamente mi hai
innalzato fino allo stato inalterabile della beatitudine splendente dell’ātman.
488. Sono beato, ho raggiunto lo scopo della mia esistenza, sono libero dalla
morsa della trasmigrazione, sono essenza di eterna beatitudine, sono pienezza, e
tutto ciò grazie alla tua compassione.
489. Sono libero, sono di là dal corpo fisico e da quello sottile. Sono
pacificato, ho rotto ogni limitazione, sono non contaminato, sono imperituro.
490. Non sono né l’agente, né lo sperimentatore, sono senza modificazione, sono
di là dall’agire, sono l’essenza della pura conoscenza, sono il solo, sono
sempre benevolo.
491. In verità sono indipendente dall’individualità che vede, che intende, che
parla, che agisce e che gode. Sono senza nascita e senza morte, sono illimitato,
affrancato da tutte le attività, sono libero e infinito, sono essenza di
conoscenza.
492. Non sono “né questo né quello”. Sono il Supremo che illumina entrambi; non
ho né un esterno né un interno; sono la pienezza integrale, sono Brahman,
l’Uno-senza-secondo.
493. In verità sono Brahman, l’Uno-senza-secondo, quello che non ha paragone,
l’essenza incausata; sono ciò che oltrepassa tutte le immaginazioni come “io” e
“tu”, “questo” e “quello”, sono la realtà, sono l’essenza della beatitudine
eterna.
494. Sono Nārāyana, sono il vincitore di Narada, sono il distruttore di Pura
(Siva), sono l’essere supremo, sono il signore, sono la conoscenza completa,
sono il testimone di ogni cosa, sono senza alcun altro signore, sono privo del
“mio” e dell’ “io”.
495. Da solo dimoro quale conoscenza in tutti gli esseri, sono il loro supporto
interno ed esterno; sono il soggetto e l’oggetto di esperienza, sono tutto ciò
che prima ho considerato come “questo” e “non questo”.
496. Sono l’oceano dell’illimitata beatitudine ed è in me che le onde senza fine
dell’universo si formano e si dissolvono nel gioco capriccioso della māyā.
497. Attraverso la manifestazione delle cose sovrapposte, l’ignorante immagina
in me, per errore, gli illimitati oggetti grossolani e sottili, proprio come nel
tempo indivisibile e assoluto, eterno presente, immagina erroneamente i cicli,
gli anni, i semestri e le stagioni.
498. Tutto ciò che è sovrapposto per ignoranza, non potrà mai intaccare il
sostrato; le piogge torrenziali di un miraggio possono mai bagnare le distese
desertiche?
499. Come lo spazio-etere sono libero dalle impurità, come il sole sono distinto
dallo spettacolo che illumino, come la montagna sono inamovibile, come l’oceano
sono illimitato.
500. Non ho alcun rapporto con il corpo, come non lo ha il cielo con le nuvole.
In che modo, dunque, gli stati di veglia, sogno e sonno profondo – attributi del
corpo – potrebbero più toccarmi?
501. È l’attributo sovrapposto che appare e scompare, è sempre esso che compie
le azioni e ne raccoglie i frutti; infine, è esso che invecchia e muore, mentre
io rimango immobile come il monte Kula.
502. Sono identico a me stesso perché non ho parti, sono di là dall’agire e dal
non-agire. Quello che è Uno, infinito ed eterno, simile al cielo, come può
muoversi?
503. Come potrei avere merito e demerito, io che sono senza organi sensori,
senza mente, senza modificazioni e senza forma, io che sono la realizzazione
della beatitudine assoluta? Ciò viene affermato anche dalla sruti nel passo:
“Egli non è più toccato…”.
504. Se il caldo e il freddo, il bene e il male potessero per caso sfiorare
l’ombra di un individuo, in che cosa potrebbe essere toccato, lui che è distinto
dalla sua ombra?
505. Il testimone non è toccato dalle proprietà delle cose perché è distinto da
esse, perché egli è senza modificazioni e indifferente, come una lampada che
rischiara una stanza non è toccata dalle proprietà di questa.
506. Come il sole è testimone delle azioni degli uomini, come il fuoco distrugge
ogni cosa senza distinzione, come il pezzo di corda è connesso a ciò che gli
viene sovrapposto, così io sono identico a me stesso, impassibile ātman,
intelligenza suprema.
507. Io non agisco più, né faccio agire gli altri, non esperimento né faccio
sperimentare gli altri, non vedo né faccio vedere gli altri, sono il
risplendente e trascendente ātman.
508. Quando le sovrapposizioni si muovono, l’ignorante attribuisce i movimenti
all’immagine riflessa all’oggetto riflettente, come ad esempio al solo che è
privo di attività, per cui afferma: “Sono l’agente dell’azione, sono colui che
gode, sono ahimè l’ucciso”.
509. Che questo corpo inanimato cada qua o là, sulla terra o nell’acqua, io non
me ne preoccupo perché non sono più toccato dalle sue proprietà, come non lo è
l’aria nei confronti della brocca.
510. Gli stati transeunti della buddhi, come quelli dell’azione, della
fruizione, dell’astuzia, dell’ubriachezza, dell’inerzia, della schiavitù, della
liberazione, ecc., in verità non si applicano mai all’ātman, al Brahman supremo,
all’assoluto, all’Uno-senza-secondo.
511. Se nella prakrti avvengono dieci, cento o mille modificazioni, che cosa ho
io da spartire con esse? Io che sono conoscenza assoluta? Le nuvole possono mai
scalfire il cielo?
512. In verità sono questo Brahman non-duale, sottile come l’etere, senza inizio
e senza fine, per il quale l’intero universo, dall’immanifesto fino al corpo
grossolano, non è che mera e inconsistente ombra.
513. In verità sono questo Brahman non-duale, sostrato di tutti i fenomeni, che
illumina con la sua luce tutto lo spettacolo, che assume molteplici forme, che è
onnipresente, eterno, puro, immutabile e assoluto.
514. In verità sono questo Brahman non-duale che trascende tutte le
differenziazioni della māyā, che è l’essenza del tutto, che è di là dalla
conoscenza relativa, che è verità, conoscenza e infinita beatitudine.
515. Sono senza attività, senza modificazioni, sono senza parti e senza forma,
sono indifferenziato, costante, sono senza supporto, sono non-duale.
516. Sono universale, sono tutto, sono in tutti, sono non-duale, sono il solo e
sono completa conoscenza, sono beatitudine, sono senza fine.
517. Per il tuo sovrano influsso ho ottenuto la maestà dello splendente ātman.
Salute, salute a te o venerabile guru e grande Anima,
518. O mio guru, il tuo influsso mi ha svegliato dal “sonno” e ha salvato me che
erravo in un sogno interminabile – perduto nella foresta della nascita, della
decrepitezza e della morte, creazioni di māyā – me che ero da lungo tempo
tormentato dalle afflizioni e perseguitato dalla tigre dell’io.
519. Salute a te o principe dei guru, tu che sei indefinibile grandezza, che sei
eternamente costante, che ti sveli in quanto universo; di fronte a te io mi
prosterno.
520. Quando il degno discepolo, realizzata la verità e la beatitudine dell’ātman
e con il cuore ricolmo di gratitudine, s’inchinò riverente davanti al nobile
guru, questi ancora una volta si espresse con le seguenti sublimi parole:
521. L’universo, essendo una serie ininterrotta di percezioni del Brahman, non è
altro che Brahman. Quindi in ogni circostanza osserva questo universo con
l’occhio dell’illuminazione e mantieni la tua mente serena. Chi è colui che,
avendo occhi, non riconosce tutte le forme come espressioni della stessa
argilla? Che cosa, allora, potrebbe sollecitare l’intelletto del discepolo se
non Brahman?
522. Un saggio discepolo potrà mai rifiutare la suprema beatitudine per
l’illusorio godimento di mayahici oggetti? Quando la luna risplende nella sua
pienezza chi, insensibile al suo incanto, potrà preferirne una dipinta?
523. La percezione dei dati irreali non porta né all’estinzione dei desideri, né
a quella delle sofferenze. Dopo aver realizzato l’essenza della non-duale
beatitudine, dimora felice nell’identità con il reale ātman.
524. Contempla l’ātman non-duale, o grande anima, e godi la beatitudine per
tutto il tempo che ti rimane.
525. Nell’ātman indifferenziato, conoscenza completa, la nozione di distinzione
è come un castello sospeso nell’aria, perciò raggiungendo la suprema pace rimani
nel silenzio e in identità con la beatitudine del non-duale ātman.
526. La mente, causa di false nozioni, diventa perfettamente calma nel Saggio
che ha conosciuto Brahman. In verità questa è la suprema serenità in cui, in
identità col Brahman, si svela costantemente la non-duale beatitudine.
527. Per colui che ha realizzato la sua propria natura e l’essenza della
beatitudine dell’ātman, non vi è niente di più esaltante se non questa quiete
silenziosa che sopravviene alla estinzione delle vāsanā.
528. Il muni, che è compiuto nell’ātman, vive sempre nella pace, sia che agisca
o non agisca, che si muova o stia fermo, o in qualunque altra condizione.
529. La grande anima, che ha realizzato la perfetta verità e la cui mente è
libera da condizionamenti, non si preoccupa più del luogo, del tempo , delle
posizioni, della orientazione, delle osservanze, degli oggetti di meditazione,
ecc. Per svelare il proprio Sé, a quale disciplina occorre sottomettersi?
530. “Questa è una brocca”; per comprendere ciò, quale osservanza bisogna
seguire se non quella di avere lo strumento di conoscenza esente da errore? Solo
così si può conoscere l’oggetto.
531. Questo ātman, verità imperitura, si rivela quando i retti mezzi di
conoscenza sono presenti. Esso non dipende dal luogo né dal tempo, né da
condizioni di purezza.
532. L’affermazione: “Io sono Devadatta (un nome comune)” rimane indipendente da
ogni condizione. Così il conoscitore del Brahman realizza che egli stesso è
Brahman.
533. Chi, in verità, potrebbe svelare Quello, il cui splendore, simile a quello
del sole, fa apparire l’universo così evanescente, non-reale e privo di valore
assoluto, se non Quello?
534. Chi mai potrebbe illuminare l’eterno Soggetto, per mezzo del quale i Veda,
gli Sastra, i Purana e gli stessi esseri viventi assumono significato, se non lo
stesso Brahman?
535. L’ātman autorisplendente, dal potere illimitato, è trascendente la
cognizione empirica, per quanto esso conosca ogni cosa. Realizzandolo, i
conoscitori del Brahman si liberano da tutte le schiavitù e vivono un’esistenza
gloriosa.
536. Soddisfatto dell’essenza infinita di beatitudine, egli (il Saggio) non è né
afflitto né inebriato né attratto né avverso agli oggetti dei sensi, ma gioisce
nel Sé.
537. Come il bambino si trastulla con i suoi giocattoli dimenticando la fame e
il dolore fisico, così, dimenticando le nozioni di “io” e “mio”, il Saggio
rimane felice.
538. Il Saggio perfetto si disseta con l’acqua dei fiumi ed elemosina il cibo
senza ansia né umiliazioni. Egli vive libero ed indipendente, dormendo senza
paura nei campi di cremazione o sotto gli alberi delle foreste; il suo vestiario
è tale che non necessita di essere lavato e asciugato, suo letto è la nuda terra
e, col Vedānta quale strada maestra, se ne va ramingando e godendo del supremo
Brahman.
539. Egli non porta alcun segno distintivo, è libero dagli oggetti sensoriali,
rimane nel suo corpo grossolano senza mai identificarsi con esso e, come si
presentano, accoglie e lascia scorrere gli eventi suscitati dal desiderio di
altri in modo innocente, simile al bambino.
540. Vivendo nella conoscenza assoluta, egli percorre il mondo vestito della sua
stessa nudità, con un pezzo di stoffa o, ancora, con una pelle di animale. Egli
assume, secondo le circostanze, il comportamento di un uomo privo di ragione,
oppure quello di un bambino, o quello di un fantasma.
541. Il Saggio, che vive nella solitudine, gode all’occasione gli oggetti dei
sensi ma, dato che ha realizzato lo stato di non-desiderio, egli è completo nel
Sé e nella totalità.
542. Lo si può prendere a volte per un insensato o per un Saggio, oppure può
vestirsi di splendore regale; può vagare qua e là, ovvero rimanere immobile come
un pigro pitone; qualche volta si concede una benevola espressione. Per quanto
possa essere rispettato oppure insultato o, ancora, ignorato, egli non cessa mai
di gustare in se stesso la saggezza e la beatitudine suprema.
543. Niente possiede e tuttavia è sempre pago, privo di aiuto possiede ogni
potere; non gode degli oggetti, ma rimane sempre soddisfatto; pur senza pari,
guarda tutto e tutti con l’occhio dell’equanimità.
544. Benché agisca, rimane inattivo; benché esperimenti il frutto delle passate
azioni, non è toccato da queste; pur avendo un corpo di carne, non si identifica
con esso; pur essendo limitato, è onnipresente.
545. Né piacere, né dolore, né bene né male possono toccare questo conoscitore
del Brahman che si è liberato persino della nozione del corpo.
546. Piacere e dolore, bene e male possono toccare solo il corpo grossolano e
quello sottile, ma come possono aver presa su colui che ha spezzato le catene di
tutte le schiavitù e si è realizzato come reale ātman?
547. Gli ignoranti pretendono che il sole sia inghiottito dal demone Rāhu, ma
ciò non è vero. Essi, non conoscendo la vera natura del sole, cadono
nell’illusione.
548. Attribuendo altresì un corpo grossolano al prefetto conoscitore del
Brahman, a colui che si è liberato da tutte le schiavitù della forma, si
commette ugualmente lo stesso errore: si vedono solo le apparenze.
549. Come un serpente cambia la pelle, così il Saggio si spoglia del suo proprio
corpo, sospinto solo dalla forza del prāna.
550. Come un pezzo di legno è trasportato dalla corrente verso l’una o l’altra
sponda del fiume, così il corpo del Saggio, trasportato dagli impulsi delle
azioni passate, esperimenta i molteplici effetti man mano che vengono a
maturazione.
551. Affrancato dalla nozione del corpo, il Saggio, in conseguenza del suo
prārabdhakarma, sembra comportarsi, in mezzo ai vari oggetti sensoriali, come
colui che è sottomesso alla legge della trasmigrazione. Ma in realtà egli vive
nella guaina carnale senza esserne toccato, immobile come l’asse della ruota del
vasaio, conservando l’attitudine dell’impassibile testimone.
552. Egli non dirige più i sensi verso gli oggetti né li distacca da questi, ma
rimane indifferente osservatore; né ancora si preoccupa dei risultati delle sue
azioni perché la sua mente ha bevuto il puro elisir della beatitudine
dell’ātman.
553. Egli non tiene conto neanche della meditazione, perché è l’ātman, perché è
Siva, perché è il migliore dei conoscitori del Brahman.
554. Con la distruzione di tutte le limitazioni (upādhi), il perfetto
conoscitore del Brahman si immerge in Brahman, Uno-senza-secondo, in cui era
sempre stato, così nella stessa vita egli diviene libero e soddisfatto.
555. Come l’attore che, per quanto indossi o si tolga il costume del personaggio
che interpreta, non cambia la sua identità, così il perfetto conoscitore del
Brahman rimane sempre e comunque Brahman.
556. Come una foglia secca va dove il vento la trasporta, così il corpo
dell’asceta che ha realizzato Brahman può seccarsi e cadere in qualsiasi luogo,
perché il fuoco della conoscenza l’ha già ridotto in cenere.
557. Il muni, quale reale ātma, che vive sempre in Brahman e nel non-duale ātman
fatto di piena beatitudine, non dipende più dalle condizioni di tempo, luogo,
ecc., perché ha abbandonato l’ammasso di pelle, carne e impurità (il corpo).
558. Con la sola morte del corpo non v’è liberazione, come non v’è liberazione
abbandonando il bastone o la scodella dell’acqua. La liberazione si ottiene
quando sono estirpati tutti gli attaccamenti che sono frutto dell’ignoranza
(avidyā).
559. Se una foglia cade in un ruscello, in un grande fiume, in un luogo
consacrato a Siva o in un incrocio qualunque, quale effetto, buono o cattivo,
può aversi per l’albero?
560. La distruzione del corpo, degli organi sensori, dei prāna o della mente è
simile alla caduta delle foglie, dei fiori o dei frutti, essa non tocca
minimamente l’ātman, realtà assoluta e divina beatitudine, il quale, pari
all’albero, non perisce.
561. La sruti, volendo indicare la vera natura dell’ātman, utilizza questa
espressione: “Esso è unità di conoscenza”, mentre parla di distruzione delle
limitazioni (upādhi).
562. Il passo della sruti: “O cara… questo ātman è indistruttibile”, fa
allusione al Sé eterno di contro alle cose periture e soggette alle
modificazioni.
563. Come una pietra, un tronco d’albero, un filo d’erba, un chicco di riso, un
cumulo di bucce sono ridotti dal fuoco in un medesimo mucchio di cenere, così il
mondo oggettivo, compreso il corpo, gli organi sensori, i prāna, il manas, ecc.,
è risolto dal fuoco della conoscenza nel supremo ātman.
564. Come le tenebre, distinte dalla luce, si dissipano nello splendore del
sole, così questo spettacolo-universo svanisce nel Brahman.
565. Come un vaso che si rompe lascia l’aria racchiusa libera di unirsi all’aria
esterna, così la distruzione degli upādhi lascia libero il conoscitore del
Brahman di unirsi al Brahman.
566. Come il latte che si versa nel latte, l’olio che si versa nell’olio,
l’acqua che si versa nell’acqua diventano una cosa sola, così l’asceta, che ha
realizzato l’ātman, diviene tutt’uno con l’ātman.
567. Avendo stabilizzato la coscienza di là dal corpo, egli raggiunge
l’isolamento, quindi l’identità con Brahman, sfuggendo alla trasmigrazione.
568. Realizzando l’identità dell’ātmā col Brahman egli dissolve i suoi tre
corpi, frutto dell’ignoranza, svelandosi così come lo stesso Brahman. Ora il
Brahman come potrà nascere?
569. Schiavitù e liberazione, create dal gioco della māyā, non esistono in
realtà nell’ātman, come l’illusorio serpente, che appare e scompare, non esiste
nella corda, la cui natura non subisce cambiamento.
570. Possiamo avere schiavitù e liberazione solo di fronte alla presenza o
assenza di uno schermo velante; ma uno schermo di tal genere come potrebbe
esserci in riguardo al Brahman non-duale? Se ci fosse, la non-dualità di Brahman
verrebbe infirmata, ma la sruti esclude la dualità.
571. Schiavitù e liberazione sono attributi della buddhi che l’ignorante
sovrappone alla realtà, come si sovrappongono le nuvole al sole. Ma tale realtà
è imperitura, assoluta conoscenza, unità non-duale e libera.
572. Dalla prospettiva della realtà, l’idea dell’esistenza o non-esistenza della
schiavitù è attribuita alla buddhi; essa non appartiene alla realtà eterna.
573. Perciò schiavitù e liberazione sono create dal gioco della māyā, non
riguardano l’ātman, la Realtà suprema senza parti, esente da ogni attività,
serena, senza impurità, l’Uno senza secondo nel quale non v’è limitazione, come
non v’è limitazione nell’integrale etere infinito.
574. Così non esiste né morte né nascita, né qualcuno che è imprigionato né
alcuno che è combattuto, non esiste liberazione né discepolo che cerca la
liberazione: questa è la suprema verità.
575. Poiché ti sei purgato da tutte le impurità di questa oscura età e
affrancato da tutti i desideri, oggi ho ripetutamente rivelato a te, come ad un
mio proprio figlio, questo supremo e profondo segreto; ti ho svelato l’essenza
del Vedānta, il coronamento dei Veda.
576. Il discepolo, avendo ascoltato le parole del Maestro e mosso da un
sentimento di venerazione, si prosternò ai suoi piedi e poi, con il suo
permesso, liberato ormai dalla schiavitù, si allontanò per la sua strada.
577. E il Maestro, con la mente assorta nell’oceano dell’essere e della
beatitudine, riprese il suo peregrinare per benedire il mondo intero con la
conoscenza assoluta.
578. Così, per mezzo di questo dialogo tra Maestro e discepolo, la natura
dell’ātman è stata svelata per facilitare la mèta ai ricercatori della
liberazione.
579. Possano i ricercatori che si consacrano alla liberazione, che hanno
purificato la mente, che osservano i metodi prescritti, che hanno trasceso i
godimenti del mondo, che hanno la mente pacificata, che apprezzano la sruti,
stimare e salutare questo insegnamento.
580. A quelli che nel samsāra sono afflitti dai cocenti dolori e dalle
sofferenze provocate dal triplice fiore (afflizioni psicofisiche; afflizioni che
provengono dalla sfera riflettrice; afflizioni provocate dai nostri simili), a
quelli che nell’arido e tenebroso deserto dell’illusione vagano in cerca di
acqua pura, viene offerto questo glorioso messaggio di Samkara. Quelli che lo
sperimenteranno saranno liberati e godranno il vivificante oceano di nettare del
Brahman, l’Uno-senza-secondo.
Da: Samkara, Vivekacudamani - il gran gioiello della discriminazione
(traduzione dal Sanscrito e commento di Raphael), Edizioni Asram Vidyā, Roma,
1981